𝐋𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐞’ 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚 𝐚𝐝 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐢𝐝𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐢𝐮’ 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞. 𝐋𝐚𝐠𝐡𝐢 𝐞 𝐟𝐢𝐮𝐦𝐢 𝐢𝐧 𝐫𝐢𝐭𝐢𝐫𝐚𝐭𝐚. 𝐄𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢: «𝐃𝐚𝐭𝐢 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐩𝐨𝐜𝐡𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐚𝐬𝐢». 𝐍𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐢 𝐦𝐮𝐨𝐯𝐞 𝐦𝐚 𝐢𝐧 𝐫𝐢𝐭𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚. 𝐈𝐧 𝐏𝐮𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐬𝐢 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐢𝐥 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐬𝐚𝐥𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (translation by…)*:
𝐍𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐒𝐢𝐜𝐜𝐢𝐭𝐚’, 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨 𝐕𝐢𝐫𝐳𝐢̀ (2022), a Roma non cade una goccia di pioggia da tre anni e la città si trasforma in un luogo dove si rischia la «chiusura totale» dell’erogazione dell’acqua pubblica. Sui pavimenti delle case scorrazzano decine di scarafaggi, il letto del 𝐓𝐞𝐯𝐞𝐫𝐞 si attraversa a piedi, negli ospedali vengono ricoverati pazienti che si ammalano e muoiono colpiti da 𝐦𝐚𝐥𝐚𝐭𝐭𝐢𝐞 𝐦𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐢𝐨𝐬𝐞 diffuse dalla scarsa igiene personale e pubblica, le persone si infilano in coda per riempire le 𝐭𝐚𝐧𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 erogata dalle autobotti, l’𝐚𝐠𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 si ferma, gli imprenditori falliscono, ristoranti e trattorie sono chiusi, in strada sfilano i cortei dei cittadini che protestano, le auto girano impolverate e sporche, nei teatri si organizzano concerti propiziatori, anche gli idromassaggi dei ricchi e famosi restano a secco….
I GRANDI BACINI
𝐍𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐢𝐯𝐞 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐢𝐫𝐚 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐜𝐭𝐢𝐨𝐧, quella del 2026, non piove da mesi, i fiumi del nord del Paese sono in sofferenza da settimane, con portate esigue che non si vedevano da tempo; in decine di comuni della 𝐋𝐨𝐦𝐛𝐚𝐫𝐝𝐢𝐚 e del 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐭𝐨 l’acqua arriva con le autobotti ma questo succede anche in Piemonte che ha chiesto aiuto alla Svizzera per sostenere, grazie ad un maggiore apporto idrico da parte del fiume 𝐒𝐭𝐫𝐞𝐬𝐚, il livello del 𝐋𝐚𝐠𝐨 𝐌𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞. I telegiornali raccontano la crisi ma lo spazio vero se lo prendono il caldo afoso e soffocante, la cronaca quotidiana dai fronti di guerra, gli incendi, i migranti, le polemiche politiche estive gonfiate dalla campagna elettorale per le elezioni del 2027, già partita.
IL CONFRONTO COL 2022
𝐄𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐢 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥𝐞 non sono incoraggianti. 𝐂𝐨𝐥𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐢, sulla base dei dati raccolti dalla rete 𝐂𝐨𝐩𝐞𝐫𝐧𝐢𝐜𝐮𝐬, il programma di monitoraggio ambientale gestito dall’Unione Europea, afferma che «il 60% del territorio nazionale è colpito dalla siccità» con differenze importanti fra regione e regione. Una situazione che, secondo l’Osservatorio permanente dei consumi idrici dell’𝐀𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐁𝐚𝐜𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐞𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐨, si è ormai aggravata fino al livello «severo». L’𝐎𝐬𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐀𝐧𝐛𝐢 Risorse Idriche dell’Associazione nazionale dei Consorzi di Bonifica, segnala «preoccupanti analogie col siccitosissimo 2022. Ad allarmare è soprattutto la carenza di neve: in 𝐕𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝’𝐀𝐨𝐬𝐭𝐚 il deficit nell’indice Swe (Snow Water Equivalent) si attesta al 33% ed è quantificabile in circaquattrocento milioni di metri cubi d’acqua rispetto ai valori medi storici (fonte: Centro Funzionale Regionale Protezione Civile Valle d’Aosta).
Ad aprile, su alcuni 𝐛𝐚𝐜𝐢𝐧𝐢 𝐩𝐢𝐞𝐦𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 l’ammanco nell’indice Swe è stato superiore al 90% sulla media storica. Nel 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐭𝐨, nel confronto fra ora ed il 2022, anno della peggiore siccità nella storia dell’Italia Settentrionale, il deficit nell’indice Swe segna -32% circa nei bacini montani del fiume 𝐏𝐢𝐚𝐯𝐞 e -6 nel bacino Cordevole; in totale ci sono circa 62 milioni di metri cubi di riserva idrica nivale in meno rispetto a 4 anni fa (elaborazione Anbi su dati Arpav)».
LAGHI E FIUMI
L’ Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po scrive che «al 12 agosto 2026 la portata a Pontelagoscuro è di 233 metri al secondo, valore inferiore alla soglia critica relativa al fenomeno dell’intrusione salina, pari a 450 metri al secondo. Per quanto riguarda i Grandi Laghi, i volumi invasati si trovano in condizioni identificate in “siccità estrema” per il 𝐋𝐚𝐠𝐨 𝐌𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞, “siccità severa” per il 𝐋𝐚𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐨 e 𝐈𝐬𝐞𝐨 e “nella norma” per il 𝐋𝐚𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐚𝐫𝐝𝐚». Il Po non è l’unico corso d’acqua che ha sempre più sete, l’𝐀𝐝𝐢𝐠𝐞 in Trentino ha subìto una riduzione di portata che, a tratti, ha toccato i valori del 2022. Anche l’𝐀𝐫𝐧𝐨, in Toscana, è sotto osservazione, ritenuto in calo strutturale di portata. E come scrive il quotidiano “Dolomiti”, «sulla 𝐌𝐚𝐫𝐦𝐨𝐥𝐚𝐝𝐚, sui ghiacciai della 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐚𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚, ormai si vedono solo chiazze di neve residua nelle zone d’ombra. Il ghiacciaio “nero” (ricoperto quindi da detriti) dell’𝐀𝐦𝐨𝐥𝐚 presenta una copertura estremamente ridotta, sulla cima della Presanella la testata del ghiacciaio Nardis presenta l’ultima neve residua mentre il ghiacciaio prensile della Presanella è ormai totalmente esposto».
COLPEVOLE SPRECO
𝐍𝐞𝐥 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐞 𝐚𝐥 𝐒𝐮𝐝, Lazio, Campania, Basilicata e Puglia le cose vanno un po’ meglio, e forse questo è uno dei motivi (ferie comprese) per cui la politica romana sta sostanzialmente ignorando la situazione. L’ Anbi chiede di dare concretezza al «Piano Nazionale Invasi Multifunzionali, da noi proposto con Coldiretti per aumentare la capacità di trattenere acqua sul territorio, aumentando la resilienza delle comunità. L’𝐢𝐧𝐬𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐛𝐚𝐜𝐢𝐧𝐢 ha quest’anno lasciato scorrere una grande quantità d’acqua, che ora rimpiangiamo». Il Veneto per mancanza di bacini ha 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐢𝐧 𝐦𝐚𝐫𝐞 in due mesi un miliardo di metri cubi d’acqua, ha dichiarato al quotidiano “La Verità” il presidente Anbi, Francesco Vincenzi.
GLI INVESTIMENTI
𝐂𝐡𝐢 𝐬𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐦𝐮𝐨𝐯𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 l’emergenza idrica? In effetti in alcune regioni qualcosa si sta facendo: in 𝐏𝐮𝐠𝐥𝐢𝐚 sono stati investiti 400 milioni di euro di Fondi per lo Sviluppo e la Coesione per migliorare la capienza degli invasi, come la diga del Pappadai. Nel 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐭𝐨 è stata bandita una gara per un progetto da 90 milioni di euro per contenere il rischio dell’ingressione del cuneo salino. Bandi per la creazione di bacini ad uso agricolo sono stati finanziati in 𝐒𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚 (5 milioni di euro), 𝐓𝐨𝐬𝐜𝐚𝐧𝐚 (13 milioni di euro), 𝐋𝐚𝐳𝐢𝐨 (10 milioni di euro), 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞 (37 milioni di euro, compresi i fondi per invasi e opere irrigue), 𝐋𝐨𝐦𝐛𝐚𝐫𝐝𝐢𝐚 (7 milioni di euro per sostegno all’agricoltura), 𝐏𝐢𝐞𝐦𝐨𝐧𝐭𝐞 (circa 7 milioni di euro per invasi agricoli), Abruzzo (15 milioni di euro). La Regione 𝐂𝐚𝐦𝐩𝐚𝐧𝐢𝐚, con fondi del Pnrr e propri (1,6 miliardi di euro) ha finanziato l’espansione dell’invaso di Campolattaro, al servizio di circa 500mila abitanti residenti in quattro province e per l’uso agricolo. Molti interventi – 258 negli ultimi anni calcolati dal presidente Anbi – si sono fermati al miglioramento delle infrastrutture già esistenti ma non hanno aumentato la capacità di stoccaggio dell’acqua piovana nel Paese, dove si disperdono quantità enormi nonostante le abbondanti piogge che creano anche danni quando sono fortemente localizzate.
I DISSALATORI
𝐔𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐚𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐝𝐫𝐢𝐜𝐨 può essere alimentato tramite desalinizzazione dell’acqua. Il sito “Sostenibile Oggi” ha pubblicato un elenco degli impianti attivi in Italia. Al momento sono pochi, incidono molto parzialmente sul fabbisogno nazionale e sono concentrati a Gela, Porto Empedocle, Linosa, Lampedusa, Pantelleria, Ustica e Vulcano (𝐒𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚), Cagliari, Arbatax e Santa Teresa di Gallura (𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚), Capraia, Punta Ala, Giglio, Giannutri, Elba (𝐓𝐨𝐬𝐜𝐚𝐧𝐚). L’Italia, scrive il sito, resta indietro rispetto a Paesi come la 𝐒𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚, «leader europeo nella desalinizzazione, con oltre 700 impianti attivi, molti dei quali alimentati da energie rinnovabili. Il Paese produce più di 3 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata al giorno, destinata sia al consumo umano sia all’agricoltura intensiva nelle regioni aride del sud». A 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨, con 72 milioni di euro, è stata finanziata la realizzazione del più grande dissalatore d’Italia, che con il sistema dell’osmosi inversa, renderà potabili, ad uso civile, le acque salmastre del fiume Tara con un flusso massimo di 650 litri al secondo, al servizio di un bacino demografico di quasi 400mila persone.
LE CAUSE
𝐋𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐚 𝐢𝐝𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐞̀ 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐚 a cattiva gestione e manutenzione. Le difficoltà a mantenere livelli soddisfacenti di disponibilità dipendono, fra l’altro, da perdite fino al 40% del flusso nelle tubazioni degli enti fornitori, da vecchie e inefficienti infrastrutture, frammentazione della gestione con riduzione della capacità di investimento, 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 𝐩𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐚, cementificazione e spreco domestico. Il clima non aiuta, anzi: si registra minore disponibilità idrica (secondo Ispra -19% nel trentennio 1991-2000 rispetto a quello precedente) con 𝐜𝐚𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐨𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐧𝐨, maggiore evaporazione a causa delle alte temperature oltre a 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐡𝐢𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐢 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐯𝐞, precipitazioni massicce e concentrate che non riescono a raggiungere le 𝐟𝐚𝐥𝐝𝐞. Sul lungo periodo (un trentennio) la maggiore fragilità dovuta a riduzione della piovosità è stata riscontrata nell’𝐀𝐩𝐩𝐞𝐧𝐧𝐢𝐧𝐨 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐥𝐞 e 𝐌𝐞𝐫𝐢𝐝𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 e in regioni come 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚 e 𝐒𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚.
* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by AI platform)
* L’immagine in evidenza generata da una piattafoma di Intelligenza artificiale
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚






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