𝐃𝐚𝐢 𝐝𝐚𝐳𝐢 𝐚𝐥𝐥’𝐈𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞. 𝐃𝐚𝐥 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐄𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐓𝐫𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚𝐫𝐢 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐢. 𝐂𝐨𝐧 𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐯𝐢𝐝𝐞𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐧𝐨 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐭𝐢 𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐢𝐧 𝐞𝐧𝐠𝐥𝐢𝐬𝐡 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (translation by Claude AI)*:
(tempo di lettura: 8′)
𝐋𝐚 𝐬𝐟𝐢𝐝𝐚 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐬𝐞, 𝐠𝐥𝐢 𝐔𝐬𝐚, 𝐢𝐥 𝐭𝐫𝐮𝐦𝐩𝐢𝐬𝐦𝐨, il nuovo capitalismo americano, i dazi, le guerre, l’Europa e l’Intelligenza artificiale. Mentre la geopolitica getta il mondo nell’incertezza, i conflitti militari incendiano aree dove si creano e si scompongono equilibri ramificati in tutto il pianeta e la tecnologia corre come mai in passato, riuscire a contenere gli spunti proposti dalla cronaca più recente nel pur ricco programma di una manifestazione consolidata come il 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐄𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐓𝐫𝐞𝐧𝐭𝐨 (20-24 maggio 2026) deve essere stata un’impresa. Questo articolo riassume il confronto fra gli esperti inseriti in quattro panel diversi, il 20 maggio scorso, su temi come gli 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚𝐫𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢 dopo i 𝐝𝐚𝐳𝐢 imposti da Trump, la tecnologia e l’uomo, il confronto fra l’economia europea e la 𝐂𝐢𝐧𝐚, il nuovo capitalismo americano degli 𝐨𝐥𝐢𝐠𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢 che concentra opportunità e risorse nelle mani di pochissime persone.
𝐈𝐋 𝐂𝐀𝐏𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐒𝐌𝐎 𝐏𝐄𝐑𝐒𝐎𝐍𝐀𝐋𝐄
𝐒𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐓𝐫𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐄𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 e Management all’Università di Trento, ha puntato l’obiettivo sulla concentrazione della conoscenza tecnologica e dei capitali nell’era delle cosiddette 𝐁𝐢𝐠 𝐓𝐞𝐜𝐡 (qui il video). «Abbiamo dei soggetti che possiamo indicare con nome e cognome che sostanzialmente controllano tutte le infrastrutture essenziali oggi indispensabili per fare economia e penso a 𝐆𝐨𝐨𝐠𝐥𝐞, penso a 𝐀𝐦𝐚𝐳𝐨𝐧 e così via – ha osservato il docente – Questi soggetti che sono delle persone con nome e cognome, sostanzialmente hanno il potere di definire qual è il nostro accesso all’𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. Negli Stati Uniti non ci si è posti un problema di una regolazione pubblica di questi nuovi oligopoli. L’Europa ci sta provando, ma il problema è che noi non li abbiamo, sono tutti americani».
𝐋𝐄𝐆𝐆𝐄 𝐀𝐍𝐓𝐈𝐓𝐑𝐔𝐒𝐓 𝐅𝐔𝐎𝐑𝐈 𝐆𝐈𝐎𝐂𝐎
«𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐧𝐭𝐞 è che secondo me è un po’ tardi per intervenire – il ragionamento del professore -: Google controlla il 93 per cento delle ricerche online, Amazon il 37 per cento del mercato mondiale online, 𝐍𝐯𝐢𝐝𝐢𝐚 il 90 per cento della produzione dei Gpu (processori utilizzati anche nell’addestramento dell’Intelligenza artificiale) e non abbiamo strumenti di controllo perché la 𝐋𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐀𝐧𝐭𝐢𝐭𝐫𝐮𝐬𝐭 non serve a nulla in questi casi».
𝐋𝐀 𝐏𝐀𝐓𝐑𝐈𝐌𝐎𝐍𝐈𝐀𝐋𝐄
𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨’, 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 del quotidiano “la Repubblica” ha portato nel dibattito il tema della 𝐩𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐥𝐞 (due video: qui e qui,) una proposta che sta già facendo discutere partiti e coalizioni e che sembra essere entrata direttamente nelle prime avvisaglie della lunga 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 che separa il Paese dalle elezioni politiche del 2027. «La patrimoniale che io sposo – ha detto – nel mio libro “Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri” approfittando dei calcoli fatti da 𝐎𝐱𝐟𝐚𝐦 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 (associazione attiva sul tema delle disuguaglianze), è un’imposta che interverrebbe sui 𝐩𝐚𝐭𝐫𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚 𝐢 𝟓,𝟒 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐧𝐞𝐭𝐭𝐢, e quanto prenderebbe a questi patrimoni? Dall’1 al 3%, ma il 3% solo sopra i 20 milioni».
«𝐅𝐔𝐆𝐀 𝐃𝐈 𝐂𝐀𝐏𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈? 𝐔𝐍 𝐅𝐀𝐋𝐒𝐎»
«𝐋’𝐚𝐠𝐠𝐫𝐚𝐯𝐢𝐨 𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐢𝐧𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝟓𝟎𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞, lo 0,1% della popolazione italiana. Questo significa che il 99,9% della popolazione avrebbe da guadagnare – ha aggiunto il giornalista – Quanto? 𝟏𝟑 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐧𝐨». Esistono sondaggi in tutta Europa, ha proseguito Staglianò, che dicono che una percentuale fra il 70 e il 90% dei cittadini è favorevole a qualche forma di patrimoniale. «In Italia – ha precisato l’autore del libro – ci sono due sondaggi: uno dice che il 73% di cittadini sono a favore; un altro, più recente, dice che l’83% sono a favore di una patrimoniale sopra i 10 milioni di euro. Il rischio di 𝐞𝐬𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢? Non c’è, è un 𝐟𝐚𝐥𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐬𝐚𝐥𝐞. La patrimoniale è stata applicata in 𝐒𝐯𝐢𝐳𝐳𝐞𝐫𝐚, in 𝐍𝐨𝐫𝐯𝐞𝐠𝐢𝐚 e in 𝐒𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚, Paesi dove non si è registrata nessuna fuga di milionari».


Franco Bernabé (UniTrento) a sinistra e il giornalista Riccardo Staglianò
𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐅𝐔𝐍𝐙𝐈𝐎𝐍𝐀 𝐋’𝐈𝐀
𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐨 𝐁𝐞𝐫𝐧𝐚𝐛𝐞́’ (𝐔𝐧𝐢𝐓𝐫𝐞𝐧𝐭𝐨) 𝐡𝐚 𝐢𝐧𝐯𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨 a non mitizzare l’𝐈𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 (il video qui) che, «per capire che cos’è un gatto deve guardare 40, 50, 60mila fotografie che vengono sottoposte alle macchine da ragazzi che stanno a Lagos, a Nairobi, soprattutto in Africa dove li possono pagare 𝟐𝟎 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢𝐦𝐢 𝐚𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐚. Un ragazzo ha bisogno di 8 ore di lavoro, pagate 20 centesimi all’ora, per insegnare all’intelligenza artificiale che cosa vuol dire un frame di 8 secondi. In America hanno coinvolto anche gli 𝐚𝐯𝐯𝐨𝐜𝐚𝐭𝐢, i professionisti: fanno delle domande, propongono due versioni, ne viene scelta una che poi spiega all’Intelligenza artificiale qual è quella più “corretta”».
𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐔𝐌𝐈𝐋𝐈 𝐄 𝐂𝐑𝐄𝐀𝐓𝐈𝐕𝐈
𝐁𝐞𝐫𝐧𝐚𝐛𝐞’ 𝐡𝐚 𝐞𝐬𝐭𝐞𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐚𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 (il video qui). «L’atto creativo è una cosa che noi non siamo abituati ad insegnare e l’università non insegna – ha commentato il manager – Quando dovevo assumere un 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐞, cercavo di non assumere proprio i top, perché i top, quelli che venivano dalle università più prestigiose, pensano di essere già amministratori delegati a 23 anni e quindi hanno tutto un percorso da fare che richiede 𝐮𝐦𝐢𝐥𝐭𝐚’, capacità di capire, capacità espressiva che molto spesso i giovani non hanno».
𝐌𝐄𝐑𝐂𝐀𝐓𝐈 𝐂𝐎𝐍𝐃𝐈𝐙𝐈𝐎𝐍𝐀𝐓𝐈
𝐌𝐚𝐫𝐜𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐢, 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞 dell’European University Institute, ha analizzato alcuni aspetti del nuovo assetto economico internazionale (qui il video) nato dalle turbolenze innescate dalle svolte della politica statunitense. «Il primo aspetto che va sottolineato e che ha trovato una espressione emblematica e negativa nell’ultima 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 risiede nel fatto che le società più innovative ormai non sono più sui mercati regolamentati, nemmeno sui mercati in generale – ha affermato -L’intreccio tra innovatori tecnologici e potere politico-istituzionale sta raggiungendo valori estremi. Queste società vivono su trasferimenti e 𝐫𝐞𝐜𝐢𝐩𝐫𝐨𝐜𝐢 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐫𝐢 con l’amministrazione pubblica».
𝐔𝐍 𝐅𝐑𝐄𝐍𝐎 𝐀𝐋𝐋’𝐈𝐍𝐍𝐎𝐕𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄
«𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐫𝐢𝐥𝐞𝐯𝐚𝐫𝐞 – ha puntualizzato il docente – è il fatto che gli Stati Uniti non sono più uno degli attori principali di un multilateralismo che aveva moltissimi limiti e molte contraddizioni, ma che comunque consentiva un’integrazione dell’economia internazionale che aveva ridotto le differenze e le 𝐝𝐢𝐬𝐞𝐠𝐮𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 almeno tra una parte dei paesi economicamente avanzati». La tendenza era già presente sotto l’𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐁𝐢𝐝𝐞𝐧, ha sottolineato Messori, ma oggi gli Stati Uniti «scommettono sulla possibilità di intrattenere rapporti con singole aree e altri Paesi cercando di costruire un 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨». 𝐌𝐨𝐫𝐞𝐧𝐨 𝐁𝐞𝐫𝐭𝐨𝐥𝐝𝐢, ricercatore dell’𝐈𝐬𝐩𝐢 (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), è tornato sulle trasformazioni del capitalismo (qui il video) che negli Usa sta assumendo una forma «𝐜𝐥𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞𝐥𝐚𝐫𝐞» sotto la spinta di una presidenza «transattiva. La 𝐝𝐢𝐧𝐚𝐦𝐢𝐜𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚 delle grandi industrie contribuisce a soffocare l’innovazione che potrebbe portare a nuovi e ulteriori sviluppi».

𝐋𝐀 𝐅𝐎𝐑𝐙𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐂𝐈𝐍𝐀
𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐚 𝐀𝐦𝐢𝐠𝐡𝐢𝐧𝐢, 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞 dell’Università del Piemonte Orientale, e 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐅𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚, direttore del Centro Studi di Confindustria, hanno esplorato un altro fronte dei rapporti economici internazionali, quello fra Europa e Cina (qui il video). «L’𝐢𝐧𝐝𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐬𝐞 non produrrà mai qui, piuttosto assemblerà in Italia e nei Paesi europei con una produzione in loco che vanificherà eventuali tentativi europei di imporre dazi, perché in casa non si impongono dazi», ha argomentato Amighini. 𝐅𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚 ha fornito alcuni numeri sul peso globale dell’economia del Dragone: «La Cina da sola fa il 35% della produzione industriale globale, l’Europa insieme agli Stati Uniti fa meno del 30%. E’ normale che i rapporti con la Cina siano da un lato quello di fornitore e dall’altro quello di 𝐜𝐡𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐚𝐝𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨»..
𝐈𝐋 𝐃𝐔𝐌𝐏𝐈𝐍𝐆 𝐀𝐒𝐈𝐀𝐓𝐈𝐂𝐎
«𝐈𝐧 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐦𝐨𝐝𝐚, 𝐭𝐞𝐬𝐬𝐢𝐥𝐞 𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 la Cina vende direttamente a prezzi ribassati in Europa, anche attraverso Paesi vicini come 𝐁𝐚𝐧𝐠𝐥𝐚𝐝𝐞𝐬𝐡, 𝐂𝐚𝐦𝐛𝐨𝐠𝐢𝐚 e 𝐕𝐢𝐞𝐭𝐧𝐚𝐦 che oggi hanno aumenti attorno al 30%. Da un lato sicuramente può far comodo avere delle produzioni in queste aree a costi più bassi, in alcuni casi abbiamo delle aziende che vanno benissimo in Europa e che basano fondamentalmente 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐂𝐢𝐧𝐚, poi ne abbiamo altre che producono in Italia e vanno bene in Italia, in Europa e nel resto del mondo».
𝐃𝐀𝐙𝐈 𝐄 𝐅𝐀𝐑𝐌𝐀𝐂𝐈
𝐋𝐚 𝐠𝐥𝐨𝐛𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐛𝐫𝐚 𝐨𝐫𝐦𝐚𝐢 uno scenario del passato. Ma questo non vale per tutti i settori (qui il video). Ad esempio la 𝐟𝐚𝐫𝐦𝐚𝐜𝐞𝐮𝐭𝐢𝐜𝐚, i cui componenti vengono prodotti e trattati in varie parti del mondo. I 𝐝𝐚𝐳𝐢? «Se andiamo a vedere i numeri abbiamo esportato di più rispetto allo scorso anno, ma nel commercio internazionale è in corso un riassetto di tutti i rapporti e delle filiere», ha commentato Fontana. E l’ex direttore generale della Banca d’Italia, 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐢𝐧𝐢, ha espresso un dubbio: «Temo che l’imposizione dei dazi sia ormai diventata una cosa normale e con cui l’economia e le imprese, gli stessi 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐮𝐦𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 fanno e faranno i conti. Osservo che al di là delle amministrazioni, negli Stati Uniti in particolare ma anche negli altri Paesi del mondo, alcune cose che si ritenevano fisse indipendentemente da chi vinceva le elezioni da una parte o da un’altra, non lo sono più».
* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by AI platform)
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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