𝐈𝐥 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐳𝐢𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐟𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐞 𝐯𝐚 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐥𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚’ 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨𝐫𝐚𝐧𝐞𝐞. 𝐂𝐨𝐬𝐢’ 𝐥𝐚 “𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞” 𝐝𝐞𝐢 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐮𝐜𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥’𝐚𝐦𝐛𝐢𝐭𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐢𝐟𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚’ 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (by Claude AI translation)*:
(tempo di lettura: 4′)
“𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝟏𝟑𝟕” 𝐞’ 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐝𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟓 del regista tedesco, naturalizzato francese, 𝐃𝐨𝐦𝐢𝐧𝐢𝐤 𝐌𝐨𝐥𝐥, presentato l’anno scorso al Festival di Cannes. L’opera ha vinto un premio César per l’interpretazione della protagonista, 𝐋𝐞𝐚 𝐃𝐫𝐮𝐜𝐤𝐞𝐫, esperta e pluripremiata attrice francese. Come molte pellicole d’Oltralpe riesce ad entrare con una certa efficacia nelle pieghe dello scontro sociale che in Francia ha generato fenomeni come quello dei “𝐠𝐢𝐥𝐞𝐭 𝐠𝐢𝐚𝐥𝐥𝐢” e prodotto tensioni che hanno incendiato il Paese per almeno un paio d’anni, prima del Covid. “Il caso 137” è un poliziesco ben costruito, girato con uno stile asciutto che rifugge la retorica, senza scene madri, basato – come molti film del Paese transalpino – su una buona sceneggiatura e su un cast solido, scelto con accuratezza. Il fatto di cronaca al centro del racconto consente al regista di inquadrare il 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐥𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 “zoomando” da un contesto più generale ad un ambito più ristretto, attraverso i condizionamenti e i riflessi che il muro contro muro nelle piazze proietta all’interno del corpo della 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐳𝐢𝐚 generando ostilità e divisioni tra colleghi e inaccettabili invasioni di campo da parte della gerarchia.
𝐋’𝐎𝐃𝐈𝐎 𝐓𝐑𝐀𝐌𝐀𝐍𝐃𝐀𝐓𝐎
𝐋𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢 a molti altri Paesi occidentali, come la polarizzazione sociale, la contrapposizione fra cittadini e potere, l’emarginazione e il disprezzo per lo straniero, la spinta verso il superamento autoritario del corretto 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨. Non manca, en passant, una riflessione sul mondo che le generazioni più mature stanno plasmando per quelle più giovani in un contesto ammorbato dall’𝐨𝐝𝐢𝐨 e dalla 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐨, sempre più focalizzato sul proprio “particulare”. Ma, a guardarci dentro con più attenzione, il film racconta anche qualcosa di più sottile e inquietante, una tendenza che si sta facendo largo nella società civile e in quella politica, che mira e sollevare ogni parte del corpo sociale, collettiva o individuale, dal 𝐩𝐞𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀’.
𝐆𝐄𝐍𝐎𝐂𝐈𝐃𝐈𝐎 𝐄 𝐃𝐈𝐒𝐕𝐀𝐋𝐎𝐑𝐄 𝐒𝐎𝐂𝐈𝐀𝐋𝐄
𝐋𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐞𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 nelle varie fasi dell’indagine avviata per fare luce sull’episodio al centro della narrazione cinematografica. E racconta bene cosa significa ammettere a tutto tondo il concetto di “𝐩𝐞𝐫𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨” nello spazio riservato all’amministrazione della Giustizia e nelle rete dei rapporti fra gruppi sociali. Per intenderci, la “percezione del rischio” è la condizione che può consentire ad un rappresentante della 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚’ 𝐢𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚 in Italia di rispondere alle critiche di genocidio con la frase “Definisci bambino” e ad un ex generale italiano con alte ambizioni politiche premiate da un crescente consenso popolare di rispondere ad una giornalista “Mi dà una definizione di ubriaco?”. Quell’aggettivo, usato in modo piuttosto sommario, rende chiaramente il 𝐝𝐢𝐬𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 del comportamento di chi (un politico che ha recentemente aderito al partito fondato dall’ex generale) si mette al volante dopo aver bevuto ben oltre i limiti ammessi dal 𝐜𝐨𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐝𝐚 e dalla scienza medica. Ma riducendo la vicenda ad un rapporto fra numeri si può virtualmente negare che l’abuso di alcol alla guida possa avere avuto un peso nell’incidente.
𝐑𝐀𝐙𝐙𝐈𝐒𝐓𝐈 𝐄 𝐂𝐑𝐈𝐌𝐈𝐍𝐀𝐋𝐈 𝐃𝐈 𝐆𝐔𝐄𝐑𝐑𝐀
𝐋𝐚 “𝐩𝐞𝐫𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨” 𝐞̀’ 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 invocata da un sindaco finito recentemente fuori strada con l’auto, uscendone illeso, assieme all’assessora comunale che conduceva il mezzo con un tasso alcolemico pari al triplo del consentito, per poter affermare nell’aula del Consiglio comunale che la collega di giunta, poi dimessasi, appariva idonea alla guida. Ma è una condizione dichiarata anche per giustificare fatti molto più gravi, come le 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐠𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐞𝐫𝐦𝐢 perpetrate dall’esercito di Israele, episodi sanzionabili come crimini di guerra (ne ha parlato in modo particolareggiato la giornalista 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐚 𝐌𝐚𝐧𝐧𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢 a Perugia nell’aprile scorso: il link qui), e per discoplare gli 𝐚𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐜𝐞 – inviati da Trump nelle città americane per reprimere il dissenso – coinvolti nell’omicidio di cittadini che non rappresentavano una minaccia per il personale. Anche per far passare le tesi più estremiste del 𝐫𝐚𝐳𝐳𝐢𝐬𝐦𝐨 contemporaneo e per sostenere la necessità di nuove norme finalizzate alla 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢, come la libertà – per quanto regolamentata – di poter esprimere, manifestando, il proprio pensiero. Sono – trasportate in altri contesti e in un altro Paese – le stesse argomentazioni usate dai poliziotti sottoposti nel film all’indagine interna, tutte volte a negare la 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚’ 𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚, anche se ben documentata, quella che una volta veniva indicata come “verità” e che oggi rischia di essere solo il frammento di una narrazione che si perde tra mille altre, una poltiglia che 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚’.
* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by AI platform)
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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