𝐓𝐫𝐚 𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐮𝐬𝐬𝐢 𝐚𝐥 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐞𝐫𝐮𝐠𝐢𝐚 𝟐𝟎𝟐𝟔, 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐈𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐬𝐢 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐚 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐮𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚
Nella foto, da sinistra: Emily Brown, Tristan Loper, Kati Erwert e Kevin Hoffman)
𝐋’𝐈𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞, 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮’ 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢, da tempo ha varcato anche la soglia delle redazioni giornalistiche. Sul suo contributo alla sostenibilità dei media e in generale alla qualità dei servizi di informazione i giudizi, tra gli addetti ai lavori, non sono univoci. Ma è innegabile che attorno all’𝐮𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐀 𝐧𝐞𝐢 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚 si stia sviluppando una rete di funzioni e di attività professionali avanzate, una sorta di indotto tecnologico del settore dell’𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, che cerca di rispondere alle esigenze delle aziende editoriali o di particolari contesti organizzativi con l’obiettivo di agevolare la penetrazione nel mercato del lavoro svolto dagli operatori che producono notizie. 𝐓𝐫𝐢𝐬𝐭𝐚𝐧 𝐋𝐨𝐩𝐞𝐫, dirigente del Lenfest Institute for Journalism (Usa), una struttura che supporta il giornalismo locale proponendo e progettando modelli di produzione sostenibili, è stato fra i relatori del 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐞𝐫𝐮𝐠𝐢𝐚. Partecipando ad un panel, il 18 aprile scorso, ha acceso un faro sulla presenza e sull’attività di organizzazioni statunitensi «che pubblicano notizie, hanno una buona dimensione di scala e sono dotate di team tecnici in grado di realizzare prodotti di IA avanzati».
𝐋’𝐈𝐍𝐆𝐄𝐆𝐍𝐄𝐑𝐄 𝐈𝐍 𝐑𝐄𝐃𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄
«𝐍𝐨𝐢 – 𝐡𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨 – 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚𝐫𝐞 le aziende editoriali ad aumentare le entrate, a sostenere il loro prodotto, a raggiungere meglio il pubblico e a raccogliere 𝐬𝐨𝐯𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢. Siamo meno presenti su altri aspetti, ad esempio su come usare l’Intelligenza artificiale per scrivere gli articoli e fare giornalismo. Questo non è solo business: tra gli obiettivi c’è quello di garantire al giornalista di avere 𝐩𝐢𝐮’ 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 per fare il suo lavoro, più in generale cerchiamo di creare prodotti che consentano di affrontare e superare i problemi reali delle redazioni. Stiamo lavorando su 50 progetti diversi ed è evidente l’accelerazione con cui raggiungiamo i risultati programmati grazie all’impiego delI’𝐈𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞. Propongo un esempio: abbiamo elaborato un progetto di sostenibilità per un quotidiano che sulla carta richiedeva un anno di tempo. E’ stato concluso in tre mesi». 𝐊𝐚𝐭𝐢 𝐄𝐫𝐰𝐞𝐫𝐭, del settore marketing del “Seattle Times”, ha aggiunto: «Noi abbiamo iniziato la riorganizzazione dal reparto pubblicità e non c’è stata resistenza al cambiamento e all’adozione di nuovi strumenti e tecnologie. Nell’editoria degli Usa la 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚’ 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞 e le entrate pubblicitarie in generale si sono notevolmente ridotte. Abbiamo quindi costruito indicatori chiave di prestazione per il nostro personale di vendita che riceve anche incentivi finanziari».
𝐋𝐀 𝐃𝐈𝐄𝐓𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐂𝐀𝐎𝐒
𝐒𝐮𝐥𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐡𝐚𝐭𝐛𝐨𝐭 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐭𝐢𝐳𝐢𝐞, 𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐚𝐭𝐭𝐚𝐟𝐨𝐫𝐦𝐞 che forniscono risposte immediate quando vengono digitalmente interrogate dall’utente, esistono diversi punti di vista. L’utilizzo sempre più diffuso di servizi come 𝐀𝐈 𝐎𝐯𝐞𝐫𝐯𝐢𝐞𝐰, il chatbot di Google, ha iniziato a erodere pubblico alle fonti dirette dell’informazione come le testate giornalistiche e ad altri “risponditori” più tradizionali, come 𝐖𝐢𝐤𝐢𝐩𝐞𝐝𝐢𝐚. 𝐊𝐚𝐭𝐲 𝐊𝐧𝐢𝐠𝐡𝐭, direttrice esecutiva di Siegel Family Endowment, una fondazione filantropica di New York, è stata piuttosto drastica in un incontro inserito nel programma del 18 aprile scorso. Si è mostrata infatti piuttosto perplessa sull’uso di questi “facilitatori”: «Le loro sintesi – ha detto – impoveriscono il flusso di informazioni che riceviamo riducendo la possibilità di valutarle da più angolazioni, stiamo assistendo alla perdita di qualcosa che penso sia davvero importante per il nostro modo di agire come 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐢 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢. Siamo meno attenti alle notizie, che oggi ci raggiungono sotto forma di “dieta” giornaliera che affolla e confonde la nostra mente. Il problema è che, se usiamo solo i chatbot di IA, rischiamo di rivolgerci ad un’unica fonte di “verità”. Se tutti si accontentano del riassunto e si perde la capacità di interrogarsi, cosa succede al nostro “𝐞𝐜𝐨𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚” 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞? Non sono contro la tecnologia, la amo: lavoravo per Google. Penso però che i fatti siano fatti e che occorra consegnarli in un flusso, un aggiornamento quotidiano, una sequenza che ci permetta di fare domande e di cercare risposte. Altrimenti vedo il rischio di perdere una parte della nostra 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢».
𝐑𝐈𝐏𝐑𝐄𝐍𝐃𝐄𝐑𝐒𝐈 𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐌𝐏𝐎
𝐊𝐞𝐯𝐢𝐧 𝐇𝐨𝐟𝐟𝐦𝐚𝐧, 𝐢𝐧𝐠𝐞𝐠𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐈𝐀 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐡𝐢𝐥𝐚𝐝𝐞𝐥𝐩𝐡𝐢𝐚 𝐈𝐧𝐪𝐮𝐢𝐫𝐞𝐫, ha riportato il discorso sulla capacità dell’Intelligenza artificiale di facilitare il lavoro nelle redazioni, liberando i giornalisti da compiti che rallentano la produzione giornaliera delle notizie. «Si potrebbe evitare il caso, ad esempio, che per cercare le notizie da inserire nelle newsletter – ha osservato – poi non ci sia il tempo per scrivere materialmente le newsletter. Bisogna capire però come inserire queste unità tecnologiche (che inclusono diverse figure professionali, come gli ingegneri, ndr) all’interno delle redazioni in un rapporto di reciproca e fruttuosa collaborazione». 𝐊𝐚𝐭𝐢 𝐄𝐫𝐰𝐞𝐫𝐭 ha aggiunto che l’IA può avere un ruolo importante anche nell’archiviazione ordinata delle notizie consentendo di 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐫𝐚𝐩𝐢𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, ad esempio, «la sequenza temporale necessaria per evidenziare quante volte un sindaco ha cambiato idea su una determinata questione».
𝐒𝐌𝐀𝐑𝐑𝐈𝐑𝐄 𝐈 𝐅𝐀𝐓𝐓𝐈
𝐂𝐚𝐬𝐩𝐚𝐫 𝐋𝐥𝐞𝐰𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧 𝐒𝐦𝐢𝐭𝐡, 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐀 𝐝𝐞𝐥 “𝐆𝐮𝐚𝐫𝐝𝐢𝐚𝐧”, ha spiegato che «oggi i chatbot forniscono risposte sempre più corrette. Ma un giornale non può accontentarsi di 9 risposte esatte su 10, al Guardian si chiedono 10 risposte esatte su 10». 𝐆𝐢𝐧𝐧𝐲 𝐁𝐚𝐝𝐚𝐧𝐞𝐬𝐬, general manager della Tecnologia di Microsoft, ha ribattuto che «anche le 𝐁𝐢𝐠 𝐓𝐞𝐜𝐡 si preoccupano della correttezza delle notizie perché anche noi siamo consumatori di notizie». L’atteggiamento, in qualsiasi caso, non può essere di semplice accettazione di quanto arriva dal web, una “nuvola” che contiene anche 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐟𝐚𝐤𝐞 𝐧𝐞𝐰𝐬. «L’approccio deve essere attivo – ha sottolineato 𝐂𝐚𝐬𝐩𝐚𝐫 𝐋𝐥𝐞𝐰𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧 𝐒𝐦𝐢𝐭𝐡 – si deve approfondire e andare alla fonte». Ma secondo 𝐊𝐚𝐭𝐲 𝐊𝐧𝐢𝐠𝐡𝐭, questo vale per gli operatori dell’informazione e per i ceti più istruiti, in realtà buona parte del pubblico prende quello che arriva. E “paga” questa forma di consumo delle notizie perdendo le sfumature e venendo calamitata dalla 𝐩𝐨𝐥𝐚𝐫𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚». In effetti, ha commentato Llewellin Smith, «il rischio di perdere il contatto con i fatti c’è». 𝐆𝐢𝐧𝐧𝐲 𝐁𝐚𝐝𝐚𝐧𝐞𝐬𝐬 ha allargato il discorso puntualizzando che nel mondo esistono 7mila lingue diverse, l’IA potrebbe essere utile per «creare modelli affidabili» finalizzati a far circolare in modo più ampio e capillare l’informazione.
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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