𝐀𝐥 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐞𝐫𝐮𝐠𝐢𝐚 𝟐𝟎𝟐𝟔, 𝐯𝐞𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐞𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐥𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨. «𝐋’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐬𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐮𝐞 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐝𝐞𝐫𝐨𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐞𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞»

N𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑡𝑜: 𝐿𝑖𝑒𝑠𝑏𝑒𝑡ℎ 𝑁𝑖𝑧𝑒𝑡, 𝐵𝑖𝑗𝑎𝑛 𝐻𝑜𝑠𝑠𝑒𝑖𝑛𝑖, 𝑁𝑖𝑐 𝑁𝑒𝑤𝑚𝑎𝑛 𝑒 𝑃𝑖𝑒𝑟𝑟𝑒 𝐶𝑎𝑢𝑙𝑙𝑖𝑒𝑧

𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:

𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (by Gemini’s translator)*:

𝐓𝐫𝐚 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 ‘𝟗𝟎 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐞 𝐥’𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐦𝐢𝐥𝐥𝐞𝐧𝐧𝐢𝐨, l’industria editoriale è stata letteralmente sconvolta, e in parte travolta, dall’avvento di 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐞𝐭 e dei 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚. Dapprima ha beneficiato dell’accesso ai nuovi sistemi tecnologici che hanno profondamente modificato anche il lavoro nelle redazioni grazie all’utilizzo del 𝐰𝐞𝐛, dei primi 𝐦𝐨𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 e dei canali di informazione on line, facilitando la raccolta e la scrittura delle notizie e amplificando i risultati raggiunti in un mercato ancora tradizionale, dove i protagonisti della comunicazione erano 𝐜𝐚𝐫𝐭𝐚, 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐨 e 𝐭𝐯. L’esplosione mondiale dei social media, all’inizio degli anni 2000, ha iniziato a tracciare nuovi perscorsi e a definire 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐞 che hanno spezzato un equilibrio che sembrava consolidato.

𝐅𝐔𝐆𝐀 𝐃𝐈 𝐋𝐄𝐓𝐓𝐎𝐑𝐈 𝐄 𝐏𝐔𝐁𝐁𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐀’

𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢, 𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐠𝐡𝐢 che operano su altri canali di diffusione, come la radio o la tv, si muovono in un mondo in continua trasformazione che sta relegando in una nicchia, anno dopo anno, i lettori dell’informazione su carta, mentre la televisione sta cercando faticosamente di mantenere le quote di mercato occupate, anche grazie al fatto che una parte dell’offerta continua a rimanere gratuita. Per l’informazione a pagamento, a partire dalle copie dei giornali su carta, è invece 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐫𝐚: da almeno 15 anni l’editoria sta cercando soluzioni che consentano di evitare la drammatica 𝐞𝐦𝐨𝐫𝐫𝐚𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚’. Quest’ultima è stata drenata all’inizio dalla tv, ma da molti anni, dopo il successo di Internet, per i quotidiani e i settimanali di inchiesta il presente sono le vacche magre sopravvissute ai 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 degli operatori dell’advertising e più in generale della comunicazione commerciale nel cosiddetto “cartaceo”.

𝐋𝐀 𝐂𝐔𝐑𝐀 𝐃𝐈𝐌𝐀𝐆𝐑𝐀𝐍𝐓𝐄

𝐃𝐚 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐟𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐮’ per chi ha notato precocemente l’arrivo dello tsunami rappresentato dalla 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞 le dall’utilizzo sempre più intenso e capillare dello smartphone, si cercano soluzioni ad un collasso che sta imponendo 𝐬𝐞𝐯𝐞𝐫𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐞 𝐜𝐮𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐚𝐠𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐢 𝐪𝐮𝐨𝐭𝐢𝐝𝐢𝐚𝐧𝐢 senza che sia disponibile un modello alternativo e stabile di sopravvivenza per l’informazione su carta. Ma il discorso, anche se con margini meno pressanti, vale in qualche modo anche per l’informazione televisiva che da tempo ha iniziato ad utilizzare massicciamente i “social”, come fanno anche i quotidiani, sperando di riuscire ad intercettare in questo modo 𝐟𝐥𝐮𝐬𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨𝐯𝐞.

Fonte: U.S. Census Bureau’s Service Annual Survey: qui il link

𝐋𝐎 𝐒𝐂𝐑𝐎𝐋𝐋𝐈𝐍𝐆 𝐄 𝐋𝐄 𝐄𝐃𝐈𝐂𝐎𝐋𝐄

𝐍𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐔𝐬𝐚, 𝐭𝐫𝐚 𝐢𝐥 𝟐𝟎𝟎𝟓 𝐞 𝐢𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟒, 𝐢𝐥 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐞 è sceso da 8.891 a 5.595 (il link qui); tra il 2005 e il 2021 hanno chiuso i battenti circa 2.200 quotidiani locali con la riduzione del personale giornalistico di oltre la metà (il link qui). In Italia le cose non sono andate meglio: da oltre 10 anni le aziende editoriali stanno ricorrendo a massicci 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 per mantenere nel tempo l’equilibrio di bilancio, molte testate sono state chiuse, altre (s)vendute: nel giro di una ventina d’anni il numero dei lettori “cartacei” è sceso da circa 6 milioni ad 1 milione. Per un periodo di tempo, negli anni ’90, i consumatori dell’informazione su carta erano anche utenti televisivi ma Internet, e in particolare i social, hanno spezzato questo rapporto di affiancamento e lo “𝐬𝐜𝐫𝐨𝐥𝐥𝐢𝐧𝐠” 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞 ha sostituito in buona parte lo sfoglio della carta stampata. «Il fatturato pubblicitario dei giornali cartacei è passato da 1,3 miliardi di euro nel 2010 a soli 401 milioni nel 2023, un calo del 70% – scrive il docente 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐀𝐥𝐛𝐚𝐧𝐞𝐬𝐞 – La maggior parte degli inserzionisti preferisce investire in 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚’ 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞, più economica e mirata rispetto agli annunci sui quotidiani. Tra il 2020 e il 2024, circa 2.700 𝐞𝐝𝐢𝐜𝐨𝐥𝐞 hanno chiuso in Italia, riducendo i punti vendita dei giornali cartacei. La difficoltà nel reperire il prodotto ha contribuito ulteriormente al calo delle vendite» (il link qui)

𝐎𝐒𝐒𝐄𝐑𝐕𝐀𝐓𝐎𝐑𝐈𝐎 𝐀𝐏𝐄𝐑𝐓𝐎

𝐀 𝐏𝐞𝐫𝐮𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐚 𝟐𝟎 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐬𝐢 𝐬𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞 𝐢𝐥 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨, dove esperti del settore, redattori, editori, direttori di testate, specialisti del marketing editoriale e del mercato digitale dell’informazione, partecipano a decine di incontri pubblici, workshop e convegni monitorando, anno dopo anno, quanto si muove nell’editoria e nel 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. Anche quest’anno, ventesima edizione, tra il 15 e il 18 aprile 2026 il Festival ha aperto il suo osservatorio per cogliere tendenze e fotografare lo stato della situazione. Un aspetto, approfondito in un panel a cui hanno partecipato 𝐏𝐢𝐞𝐫𝐫𝐞 𝐂𝐚𝐮𝐥𝐥𝐢𝐞𝐳 (fondatore di Yoof), 𝐁𝐢𝐣𝐢𝐚𝐧 𝐇𝐨𝐬𝐬𝐞𝐢𝐧𝐢 (Cnn), 𝐍𝐢𝐜 𝐍𝐞𝐰𝐦𝐚𝐧 (Reuters Institute for the Study of Journalism) e 𝐋𝐢𝐞𝐬𝐛𝐞𝐭𝐡 𝐍𝐢𝐳𝐞𝐭 (Madiahuis, gruppo media europeo) ha riguardato il rapporto fra redazioni strutturate e creatori di contenuti, operatori che si muovono in un ambiente tutto digitale. L’incontro pubblico si è svolto il 17 aprile 2026.

𝐈𝐋 𝐋𝐈𝐌𝐈𝐓𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋’𝐄𝐓𝐈𝐂𝐀

«𝐂𝐢 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐭𝐢 𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 come potremmo alimentare storie in un modo diverso e migliorare il rapporto tra la redazione e la realtà esterna. Uno degli aspetti all’attenzione riguarda l’etica», ha detto 𝐏𝐢𝐞𝐫𝐫𝐞 𝐂𝐚𝐮𝐥𝐥𝐢𝐞𝐳. La formazione giornalistica deve rispettare alcune regole a garanzia della 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚’ e della 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚’ 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, un pilastro della professione che deve essere tutelato anche aprendo la redazione a contributi esterni, come quelli veicolati dai 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐧𝐭 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨𝐫𝐬. «Esistono già esempi di co-produzioni, ad esempio in Francia, ma anche di collaborazioni tra redazioni e creatori di contenuti di nicchia – ha proseguito Caulliez – Qualcosa è stato fatto anche durante le ultime elezioni di New York, con l’obiettivo di raggiungere in modo più capillare il pubblico e i giovani». 𝐁𝐢𝐣𝐚𝐧 𝐇𝐨𝐬𝐬𝐞𝐢𝐧𝐢 ha illuminato l’ingranaggio alla base di questi progetti di collaborazione: «Sì, i miei colleghi sono più veloci – ha osservato il dirigente della Cnn – ma il 𝐓𝐢𝐤𝐓𝐨𝐤 di uno dei nostri collaboratori ha un milione di visualizzazioni ogni volta. In questi contributi c’è dell’autenticità. Pensiamo che il pubblico possa apprezzare una forma di cooperazione». Alcune redazioni stanno aprendo a “𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨𝐫” 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐢, che conoscono bene il settore di cui scrivono, ad esempio la disabilità, e hanno un pubblico affezionato, ha aggiunto 𝐋𝐢𝐞𝐬𝐛𝐞𝐭𝐡 𝐍𝐢𝐳𝐞𝐭. Dal panel è uscita una prospettiva: la collaborazione, cercando di superare qualsiasi diffidenza, deve operare in entrambi i sensi e «𝐧𝐨𝐧 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐞𝐭𝐢𝐜𝐚, occorre avere il controllo di tutti gli aspetti che garantiscono la qualità dell’informazione».

* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by AI platform)

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

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