𝐍𝐚𝐬𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐭𝐫𝐚 𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐢𝐧 𝐁𝐨𝐬𝐧𝐢𝐚, 𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 ‘𝟗𝟎, 𝐩𝐚𝐠𝐚𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐩𝐚𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐢 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐢. 𝐋’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞, 𝐄𝐳𝐢𝐨 𝐆𝐚𝐯𝐚𝐳𝐳𝐞𝐧𝐢, 𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚: «𝐌𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐛𝐞𝐫𝐬𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢 𝐭𝐫𝐚 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐞 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐢. 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐡𝐚 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐭𝐨 𝐢 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐩𝐨𝐜𝐚 𝐦𝐚 𝐢 𝐒𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨. 𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐜𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐢 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐧𝐨»
(Nella foto Marika La Pietra e l’autore del libro, Ezio Gavazzeni)
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐢𝐧 𝐞𝐧𝐠𝐥𝐢𝐬𝐡 (by Gemini’s translator)*:
𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞’ 𝐬𝐩𝐚𝐫𝐚𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐞𝐫𝐦𝐢 𝐞 𝐮𝐜𝐜𝐢𝐝𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢, donne e uomini? Perché pagavano per poter partecipare a una caccia all’uomo? «Perché gli piaceva, perché volevano sentire l’adrenalina, volevano convincersi di essere ricchi e potenti e avevano effettivamente tanti soldi per potersi permettere di uccidere qualcuno e tornare a casa impuniti». Lo scrittore 𝐄𝐳𝐢𝐨 𝐆𝐚𝐯𝐚𝐳𝐳𝐞𝐧𝐢 è impegnato da qualche mese in un tour che lo vede protagonista di incontri pubblici e interviste su fatti avvenuti oltre trent’anni fa a 𝐒𝐚𝐫𝐚𝐣𝐞𝐯𝐨, in Bosnia, mentre la città era assediata dall’esercito jugoslavo e dalle forze serbo bosniache. Un assedio durato quasi quattro anni, dal 1992 al 1996, durante i quali facoltosi personaggi residenti in Italia avrebbero speso centinaia di milioni delle vecchie lire (decine di migliaia di euro) per poter avere nel mirino bersagli umani in carne e ossa, ognuno con il suo valore di mercato. Tour finanziati da cittadini apparentemente rispettabili, in realtà serial killer per vocazione col portafogli gonfio. Il libro “𝐈 𝐜𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐰𝐞𝐞𝐤𝐞𝐧𝐝. 𝐋’𝐢𝐧𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐢 𝐬𝐚𝐟𝐚𝐫𝐢 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢 𝐚 𝐒𝐚𝐫𝐚𝐣𝐞𝐯𝐨” (ed. Paper First) racconta anche la parte oscura dell’animo umano che induce a crimini inconfessabili, i motivi che spingevano i patiti di queste gite sanguinarie a intraprendere le costose e aberranti scorribande del fine settimana.
𝐈𝐋 𝐃𝐎𝐂𝐔𝐌𝐄𝐍𝐓𝐀𝐑𝐈𝐎 𝐈𝐆𝐍𝐎𝐑𝐀𝐓𝐎
𝐈𝐥 𝟐𝟕 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐥𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟔 𝐆𝐚𝐯𝐚𝐳𝐳𝐞𝐧𝐢 𝐡𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐭𝐨 ad un incontro pubblico ospitato dalla libreria “Libraccio”, a Ferrara, organizzato da “Uno sguardo al cielo” (qui il link), laboratorio istituito dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara diretto dalla docente 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐚 𝐁𝐚𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐨𝐧𝐢. Gavazzeni è stato intervistato dall’avvocata e autrice del podcast “Voci in ombra”, 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐤𝐚 𝐋𝐚 𝐏𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚 (qui il link). Lo scrittore ha sintetizzato in circa un’ora e mezza, rispondendo anche alle domande del pubblico, il contenuto del volume che è stato la base dell’esposto da cui sono partiti i magistrati milanesi, in queste settimane impegnati nell’audizione di testimoni per fare luce su una presunta carneficina perpetrata contro migliaia di bersagli umani. A offrire lo spunto per approfondire i contorni e la sostanza della vicenda, come ha spiegato lo stesso Gavazzeni, è stato il regista e docente sloveno Miran Zupanič, «che aveva realizzato nel 2022 il documentario “𝐒𝐚𝐫𝐚𝐣𝐞𝐯𝐨 𝐬𝐚𝐟𝐚𝐫𝐢” (che sarà proiettato il 22 maggio al cinema Santo Spirito, a Ferrara, ndr). Il doc per la prima volta mostra due testimoni che affermano che la storia è vera. L’organizzazione esisteva, si partiva da Milano e il venerdì iniziava la trasferta verso la Bosnia».
𝐄𝐑𝐀 𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐀𝐌𝐌𝐀𝐙𝐙𝐀𝐑𝐄 𝐈 𝐋𝐄𝐎𝐍𝐈
𝐔𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 è il cosiddetto “Innominato”, un 𝐞𝐱 𝐚𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐒𝐢𝐬𝐦𝐢 «che ha lavorato nei Balcani per tutti gli anni ’90 – ha precisato Gavazzeni – conosce attori, circostanze, avvenimenti, retroscena. Nella tarda primavera del 2024 mi ha confidato che i 𝐒𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐢 sapevano tutto, anche quelli stranieri. “Anzi con i miei ex colleghi – diceva – quando ci vediamo ci chiediamo perché non esce questa storia”. Poi mi ha promesso di aiutarmi a farla uscire (qui il video). La maggior parte delle 𝐟𝐨𝐧𝐭𝐢 acquisite attraverso questo canale ha testimoniato in procura a novembre 2025 e a gennaio e febbraio di quest’anno, prima che uscisse il libro. Non è usuale in un’inchiesta che le fonti vadano davanti alla procura e raccontino i fatti». A far muovere queste persone era l’eccitazione di poter partecipare ad un 𝐬𝐚𝐟𝐚𝐫𝐢 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐨, come ha sottolineato l’autore del libro-inchiesta: «In Africa si spendono 𝟐𝟎𝟎𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐜𝐜𝐢𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐥𝐞𝐨𝐧𝐞, 100mila per un elefante, non al mercato nero ma con un’agenzia e il governo del Kenya: ti accompagnano, spari e torni a casa. In Bosnia era la stessa cosa. Si nascondevano in mezzo alla 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 per compiere qualsiasi nefandezza, nella convinzione di restare 𝐢𝐦𝐩𝐮𝐧𝐢𝐭𝐢» (qui il video).
𝐋𝐀 𝐏𝐎𝐋𝐈𝐓𝐈𝐂𝐀 𝐆𝐑𝐀𝐍𝐃𝐄 𝐀𝐒𝐒𝐄𝐍𝐓𝐄
𝐀𝐥𝐜𝐮𝐧𝐢 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢, 𝐡𝐚 𝐚𝐠𝐠𝐢𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐆𝐚𝐯𝐚𝐳𝐳𝐞𝐧𝐢, hanno ricevuto confidenze terrificanti: «Gli autori dei safari umani raccontavano tranquillamente cosa facevano ma c’era chi sentendo quelle storie rimaneva allibito da quei reati incredibili: persone che andavano ad ammazzare civili, donne, bambini per soldi». Alcuni di questi episodi sono stati riferiti alla 𝐃𝐢𝐠𝐨𝐬 (la divisione della Polizia di Stato specializzata nelle indagini sui reati politici e sul terrorismo, ndr), «ma quelle denunce sono finite nel nulla». Tra le figure “coperte” dell’inchiesta ce n’è anche una con un passato curioso, oggi indicata come “Il Legionario”, «un 𝐞𝐱 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐋𝐞𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐢𝐞𝐫𝐚, dove è rimasto per 18 anni, che ha testimoniato davanti ai magistrati – ha aggiunto Gavazzeni – Ho saputo che la città di Sarajevo si è costituita parte civile nel procedimento penale e ha nominamo i miei avvocati come legali. Grande assente, per ora, è la politica italiana. L’unica parlamentare che ha presentato un’interrogazione su questo caso chiedendo che i Servizi di sicurezza collaborino è stata 𝐒𝐭𝐞𝐟𝐚𝐧𝐢𝐚 𝐀𝐬𝐜𝐚𝐫𝐢, del M5s – ha ricordato lo scrittore – Parliamo di cose che sono state raccontate da almeno tre persone autorevoli, con un rafforzativo, oggi, anche dalla 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚».
𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐄𝐙𝐙𝐎 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐕𝐈𝐓𝐀
𝐃𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐢 𝐯𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢 𝐬𝐢 𝐦𝐮𝐨𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐮𝐧 “𝐛𝐮𝐬𝐢𝐧𝐞𝐬𝐬”, interessi economici, e quindi un’organizzazione. La testa aveva casa in 𝐁𝐞𝐥𝐠𝐢𝐨, dove sono presenti agenzie che assumono contractor. «Oggi molti di loro lavorano nel Golfo, dove c’è la guerra, per proteggere luoghi di particolare interesse come le piattaforme petrolifere – ha detto ancora Gavazzeni – Qualcuno di questi intermediari ha capito che dietro queste “trasferte” poteva nascere un business, ha attivato qualche corrispondente di una 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚’ 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐜𝐮𝐫𝐢𝐭𝐲 milanese, persone singole, qua e là, che hanno cominciato a lavorarci. Sul territorio c’erano i 𝐫𝐞𝐜𝐥𝐮𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢, io ne ho trovati due: uno riceveva in un bar, l’altro in un alberghetto» (qui il video). Ma chi partecipava ai safari umani come entrava nel meccanismo? Attraverso il «passaparola. Si pagava a obiettivi: la preda più ambita erano i bambini ed erano i più cari, costavano 𝟏𝟎𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐢𝐫𝐞 (oltre 51mila euro, ndr), poi le ragazze giovani e “carine”, sempre 100 milioni, quindi le donne intorno ai 𝟕𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢. I prezzi fluttuavano, gli uomini valevano intorno ai 𝟓𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢, infine gli anziani. Tutti questi personaggi parlavano solo di soldi: più ne metti e più porte apri». Il “trasfertista” veniva accompagnato da due persone, una dall’Italia – il cosiddetto “francese” – e una sul posto, per evitare le combine, che qualcuno cioè potesse barare sull’obiettivo raggiunto e quindi sul costo. Quello che ha speso di più ha versato 𝟑𝟒𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐢𝐫𝐞 (oltre 170mila euro, ndr) e va ancora in tv a fare la morale a tutti noi» (qui il video).
* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by AI platform)
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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