𝐈 𝐝𝐨𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐔𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚’ 𝐝𝐢 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚, 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐳 𝐞 𝐌𝐨𝐫𝐞𝐥𝐥𝐢, 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐚𝐧𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞: «𝐏𝐞𝐫 𝐬𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐫𝐬𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐥𝐨 𝐠𝐢𝐚’ 𝐭𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐞𝐧𝐭𝐢»
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (by Gemini’s translator)*:
Nella foto in evidenza Alex Zanotelli, sullo schermo, e i docenti di Unife, Gianfranco Franz, a sinistra, e Alfredo Mario Morelli)
𝐎𝐫𝐨 𝐠𝐢𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐞 𝐨𝐫𝐨 𝐧𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐢 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐦𝐨𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢 delle crisi internazionali. Il valore del metallo cresce in concomitanza di gravi congiunture 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐫𝐢𝐞, il valore del petrolio quando a parlare sono le urla o, peggio, 𝐢 𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐥𝐢 𝐞 𝐢 𝐝𝐫𝐨𝐧𝐢. Anche l’espressione 𝐨𝐫𝐨 𝐛𝐥𝐮, che identifica l’acqua, è spesso associata a tensioni politiche che dipendono però da altri fattori, in parte legati agli effetti delle attività umane (climate change). Sebbene la disponibilità o la carenza di acqua dolce sia una delle cause o concause di migrazioni, conflitti e povertà nel mondo il tema riemerge periodicamente solo quando la collettività arriva ad osservare con i propri occhi gli effetti di queste 𝐜𝐚𝐫𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐨 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢 (le inondazioni) per poi registrare un calo di attenzione fino all’emergenza successiva. Questo avviene 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐢𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 𝐬𝐢𝐚 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐢𝐧𝐞𝐬𝐚𝐮𝐫𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 e che le crisi siano passeggere, oppure che si possa sempre trovare una soluzione per garantire un ritorno all’equilibrio.
𝐍𝐎𝐍 𝐏𝐔𝐎’ 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐔𝐍 𝐏𝐑𝐎𝐃𝐎𝐓𝐓𝐎 𝐅𝐈𝐍𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀𝐑𝐈𝐎
«𝐏𝐮𝐫𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 𝐝𝐨𝐥𝐜𝐞 𝐬𝐚𝐫𝐚’ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐮𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐞𝐭𝐚 e bisogna conservarla. Soprattutto deve essere e restare un 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨», il monito lanciato nel corso di un incontro, il 16 marzo scorso a 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚, da due professori dell’università estense, 𝐀𝐥𝐟𝐫𝐞𝐝𝐨 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐌𝐨𝐫𝐞𝐥𝐥𝐢, docente di Lingua e letteratura latina e uno dei coordinatori del Laboratorio per la Pace di Ferrara, e 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐟𝐫𝐚𝐧𝐜𝐨 “𝐆𝐢𝐚𝐧𝐠𝐢” 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐳, che insegna Politiche per la sostenibilità e lo sviluppo locale. I due relatori hanno approfondito l’argomento in collegamento on line con 𝐀𝐥𝐞𝐱 𝐙𝐚𝐧𝐨𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢, padre comboniano, missionario, molto attivo nell’area del movimentismo pacifista. Il punto di partenza è stato indicato da Morelli: la «𝐭𝐨𝐤𝐞𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚», come l’ha definita il docente, cioè la sua valutazione e lo scambio sui mercati dei beni finanziari, bitcoin compresi (i token sono unità digitali). L’𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐍𝐚𝐬𝐝𝐚𝐪 ha iniziato a quotarla cinque anni fa.
𝐃𝐈 𝐐𝐔𝐀 𝐋𝐄 𝐏𝐈𝐒𝐂𝐈𝐍𝐄, 𝐃𝐈 𝐋𝐀’ 𝐈𝐋 𝐃𝐄𝐒𝐄𝐑𝐓𝐎
𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐞’ «𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐚 𝐝𝐚 𝐜𝐮𝐢 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚𝐫𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐢𝐭𝐭𝐨», ha spiegato Franz, l’acqua diventa un fattore di instabilità politica e causa di conflitti. 𝐄𝐯𝐨 𝐌𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞𝐬, ex presidente della Bolivia, promotore di nazionalizzazioni e di battaglie politiche condotte contro le multinazionali anche per evitare la privatizzazione dell’acqua, «ha pagato politicamente per queste sue scelte. In Bolivia – ha ricordato il docente – scorre il fiume 𝐏𝐚𝐫𝐚𝐧𝐚’, il secondo più lungo del sud America sotto il quale si trova una delle maggiori riserve sotterranee di acqua dolce del pianeta». Gli 𝐔𝐬𝐚, migliaia di chilometri più a nord, sono fra i maggiori consumatori di acqua dolce al mondo, una risorsa vitale che sfruttano largamente per fornire servizi pubblici e per garantire una quota importante di benessere privato: un esempio, ha evidenziato Franz mostrando alcune immagini, sono le grandi piscine sorte a fianco del fiume 𝐂𝐨𝐥𝐨𝐫𝐚𝐝𝐨, che attraversa anche il 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐨, dove il panorama però, invece di essere punteggiato da ville e dal verde, ha un aspetto desertico. Il corso d’acqua viene infatti impoverito della sua portata prima di uscire dalla frontiera degli Usa.
𝐃𝐀𝐋 𝐌𝐄𝐃𝐈𝐎 𝐎𝐑𝐈𝐄𝐍𝐓𝐄 𝐀𝐋 𝐌𝐎𝐙𝐀𝐌𝐁𝐈𝐂𝐎
𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐪𝐮𝐚𝐝𝐫𝐨 𝐠𝐞𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 se tra i fattori di tensione c’è il controllo dell’acqua. 𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 aveva il controllo delle risorse idriche nella 𝐒𝐭𝐫𝐢𝐬𝐜𝐢𝐚 anche prima dell’occupazione di 𝐆𝐚𝐳𝐚, una condizione imposta con «brutalità», ha osservato Gianfranco Franz, e quella prospettiva – l’oro blu direttamente disponibile – è stata fra i motivi che hanno portato il Paese mediorientale a occupare a suo tempo l’𝐀𝐥𝐭𝐨𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐨𝐥𝐚𝐧 (altri sono stati l’apertura di nuovi territori per l’insediamento dei coloni israeliani e la creazione di una linea di difesa contro formazioni sciite e filoiraniane, come Hezblollah). Questa regione è uno dei punti di accesso per lo sfruttamento idrico del 𝐋𝐚𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐓𝐢𝐛𝐞𝐫𝐢𝐚𝐝𝐞, grande bacino circondato da «territori semiaridi». Anche i confini del 𝐌𝐨𝐳𝐚𝐦𝐛𝐢𝐜𝐨, ha proseguito Franz, sono stati tracciati con l’obiettivo di includere importanti riserve d’acqua (consistenti nella zona centrale dello Stato che si allunga verso Zambia e Zimbabwe).
𝐃𝐀𝐋 𝐓𝐈𝐁𝐄𝐓 𝐀𝐋𝐋’𝐄𝐆𝐈𝐓𝐓𝐎
𝐈𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐮𝐢 𝐜𝐨𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐢𝐛𝐞𝐭 𝐝𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐢𝐧𝐚, che ha costruito impianti per lo sfruttamento dell’𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐢𝐝𝐫𝐨𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐚, è la ragione di dissidi politici con i Paesi a valle, come 𝐈𝐧𝐝𝐢𝐚 e 𝐁𝐚𝐧𝐠𝐥𝐚𝐝𝐞𝐬𝐡. Gli impianti di contenimento dell’acqua, sempre cinesi, che ostacolano il flusso nel tratto settentrionale del 𝐌𝐞𝐤𝐨𝐧𝐠 è motivo di scontro con 𝐋𝐚𝐨𝐬, 𝐂𝐚𝐦𝐛𝐨𝐠𝐢𝐚, 𝐓𝐡𝐚𝐢𝐥𝐚𝐧𝐝𝐢𝐚 e 𝐕𝐢𝐞𝐭𝐧𝐚𝐦. Altri motivi di divisione si sono creati dopo la costruzione, ad opera italiana, della 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐃𝐢𝐠𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐢𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐄𝐭𝐢𝐨𝐩𝐢𝐜𝐚, che alimenta la più grande centrale idroelettrica africana ed è stata eretta su un ramo del corso del 𝐍𝐢𝐥𝐨. Inaugurata l’anno scorso ha già scatenato le prime reazioni di 𝐒𝐮𝐝𝐚𝐧 ed 𝐄𝐠𝐢𝐭𝐭𝐨, che temono l’effetto “disseccante” di quella gigantesca infrastruttura.
𝐀𝐋𝐋𝐄𝐀𝐍𝐙𝐄 𝐓𝐑𝐀 𝐈 𝐂𝐎𝐌𝐔𝐍𝐈
𝐂𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 “𝐬𝐞𝐭𝐞” 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, dove in concomitanza con un grave e recente episodio di 𝐬𝐢𝐜𝐜𝐢𝐭𝐚’ si è registrato più di qualche screzio attorno alla gestione idrica dei 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐠𝐡𝐢, ha ricordato Franz. In un passato piuttosto remoto, nei secoli successivi alla rotta di Ficarolo che modificò un migliaio di anni fa 𝐥𝐚 𝐫𝐨𝐭𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐮𝐦𝐞 𝐏𝐨, fu invece la collaborazione fra comuni italiani, emiliani e lombardi, per la regimazione delle acque – caso raro in un quadro effettivo o potenziale di carenza di risorse – che coinvolse, ha argomentato il professore di Unife, anche interventi su corsi come il 𝐒𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚 e il 𝐑𝐞𝐧𝐨. «𝐋’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 – ha esortato Alfredo Mario Morelli – Negli anni ’90 i movimenti contro la privatizzazione delle risorse idriche hanno cercato di contrastare i progetti di vendita del servizio alle multiutilities. Si diceva che questo passaggio di proprietà avrebbe consentito di ridurre le perdite nella rete di distribuzione, allora pari a circa il 30%. Oggi siamo anche oltre il 40%, il che significa che 𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐭𝐨. In compenso assegnano 𝐫𝐢𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐝𝐢 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢 mentre le bollette rappresentano un cattivo esempio di spartizione fra i privati del denaro pubblico».
𝐅𝐔𝐎𝐑𝐈 𝐈 𝐏𝐑𝐈𝐕𝐀𝐓𝐈 𝐈𝐍 𝐂𝐀𝐌𝐏𝐀𝐍𝐈𝐀
𝐙𝐚𝐧𝐨𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧 𝐀𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚 ha cominciato ad apprezzare seriamente il pensiero che l’acqua non può essere di nessuno in particolare, ma è un bene di tutti. «Per 12 anni ho usato un bidoncino per trasportarla verso la mia capanna – ha ricordato – E’ stato allora che ho iniziato a vederla con occhi diversi. E’ il dono più grande che abbiamo ed 𝐞’ 𝐞 𝐬𝐚𝐫𝐚’ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮’ 𝐬𝐜𝐚𝐫𝐬𝐚». Gli ultimi dati diffusi dall’Onu fotografano il rischio di “𝐛𝐚𝐧𝐜𝐚𝐫𝐨𝐭𝐭𝐚 𝐢𝐝𝐫𝐢𝐜𝐚” mondiale, che è l’esito di un eccesso strutturale dei consumi rispetto alla disponibilità naturale della risorsa. Oltre tre miliardi di persone abitano in zone dove la riserve idriche sono in calo o instabili; entro il 2030 inoltre – fonte Onu – la domanda di acqua dolce supererà del 40% l’offerta. Zanotelli è stato tra i promotori del 𝐫𝐞𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐝𝐮𝐦 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚, che si è svolto in Italia nel 2011. Ma il pronunciamento popolare a favore del ridimensionamento del ruolo dei privati è stato in buona parte disatteso. Ha trovato un’applicazione interessante in 𝐂𝐚𝐦𝐩𝐚𝐧𝐢𝐚, ha sottolineato il religioso attivista, grazie alla decisione assunta dalla giunta regionale presieduta da 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐅𝐢𝐜𝐨 di annullare la gara bandita per affiancare un socio privato al gestore pubblico delle principali infrastrutture per la distribuzione dell’acqua potabile. «Fico ha invertito la rotta verso la gestione privatistica. L’acqua non può essere una 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 – ha concluso – Qui ci giochiamo tutto perché è un bene supremo».
𝐂𝐎𝐍𝐂𝐄𝐒𝐒𝐈𝐎𝐍𝐈 𝐈𝐍 𝐒𝐂𝐀𝐃𝐄𝐍𝐙𝐀
𝐂𝐨𝐫𝐫𝐚𝐝𝐨 𝐎𝐝𝐝𝐢, 𝐝𝐞𝐥 𝐅𝐨𝐫𝐮𝐦 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐭𝐚, uno dei promotori del referendum del 2011, ha ricordato che a Ferrara gli abitanti di dieci Comuni pagano le bollette a 𝐇𝐞𝐫𝐚 𝐒𝐩𝐚 contribuendo alla formazione di utili da parte della multiutility da suddividere nella ristretta cerchia dei suoi azionisti (tra i quali compaiono anche molte amministrazioni locali). Le altre reti comunali (undici) vengono gestite da una struttura pubblica, il 𝐂𝐚𝐝𝐟, «che ha conseguito risultati migliori della Spa – ha affermato Oddi – con meno perdite di rete e più investimenti». Nel 2027, nel Ferrarese, 𝐬𝐜𝐚𝐝𝐫𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐢𝐝𝐫𝐢𝐜𝐨 affidate a Hera. L’incontro pubblico sarà seguito da una serie di iniziative per supportare il progetto di ripubblicizzazione dell’acqua.
* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by AI platform)
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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