𝐋’𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚, 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 “𝐍𝐮𝐨𝐯𝐨”, 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐮𝐜𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐧𝐳𝐨𝐧𝐢, 𝐛𝐫𝐚𝐧𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐛𝐚𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐜𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚. 𝐍𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐮𝐫𝐨 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚 𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐢𝐧 𝐟𝐞𝐫𝐫𝐨 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐦𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐝𝐢𝐬𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐠𝐫𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐦𝐢𝐜𝐢 𝐞 𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐫𝐞𝐜𝐜𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐧𝐳𝐞 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (by Gemini’s translator)*:
«𝐐𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐨𝐝𝐢𝐨, 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨. 𝐃𝐨𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐫𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 che prima o poi gli uomini impareranno ad amarsi», commentano le due signore ferraresi che il musical “𝐈𝐥 𝐆𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢𝐧𝐨” fa sfilare sul palcoscenico del Teatro Nuovo, a Ferrara, ingenue spettatrici degli eventi del loro tempo. Lo spettacolo, ispirato al romanzo “𝐈𝐥 𝐆𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐅𝐢𝐧𝐳𝐢-𝐂𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐢” di 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐨 𝐁𝐚𝐬𝐬𝐚𝐧𝐢, le fa incontrare quasi un secolo fa, nel periodo in cui le leggi razziali (fine anni ’30 e seguenti) avvelenarono i rapporti sociali idealizzando la discriminazione, l’isolamento e la persecuzione della popolazione ebraica (che non fu l’unica minoranza colpita dalla repressione). Tra una battuta e l’altra spiccano proprio le parole che le due amiche si scambiano, le stesse che oggi cercano ascolto tra il clangore delle esplosioni e la conta dei morti causati da 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐞 che non finiscono mai, anzi si moltiplicano, e tra le raffiche di messaggi livorosi che separano le opposte fazioni schierate sui “𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥”.
𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐄𝐋𝐓𝐀 𝐄𝐒𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐀
𝐋’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐑𝐢𝐜𝐤𝐲 “𝐃𝐨𝐜” 𝐒𝐜𝐚𝐧𝐝𝐢𝐚𝐧𝐢, assieme a 𝐂𝐚𝐭𝐢𝐚 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐢𝐬𝐞𝐥𝐥𝐚 (regia), 𝐒𝐢𝐥𝐯𝐢𝐚 𝐁𝐨𝐭𝐭𝐨𝐧𝐢 (coreografie) e 𝐕𝐢𝐫𝐧𝐚 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐧𝐢 (costumi, scenografia, organizzazione), porta in scena una storia scandita da canzoni, ritmi e armonie che a tratti avvicinano quelle tragiche vicende a tempi più recenti, in un’alternanza di 𝐬𝐰𝐢𝐧𝐠 e 𝐣𝐚𝐳𝐳 più maturo, fino al 𝐫𝐨𝐜𝐤 un po’ sbiadito degli anni ’60, a quello carico di tensione del decennio successivo e alla psichedelia, senza dimenticare la dolcezza della 𝐦𝐞𝐥𝐨𝐝𝐢𝐚 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚 a sottolineare i momenti in cui la narrazione si sofferma sui patemi dell’innamoramento che turbano i giovani protagonisti dello spettacolo. Scandiani & C. lo fanno senza forzare i toni ma dichiarando in modo esplicito 𝐝𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨𝐜𝐚 𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐢𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚. Il balletto, che apre il musical, attraversa tutto lo show mentre sul fondo scorrono le immagini dei luoghi dove si annodano e si sciolgono i passaggi narrativi.
𝐃𝐄𝐍𝐓𝐑𝐎 𝐔𝐍 𝐕𝐎𝐑𝐓𝐈𝐂𝐄 𝐍𝐄𝐑𝐎
𝐈𝐥 𝐠𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨 𝐫𝐢𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐁𝐚𝐬𝐬𝐚𝐧𝐢: un parco dominato da una villa signorile circondata da un campo da tennis e da un muro che separa quella sorta di 𝐄𝐝𝐞𝐧 dalla città, dove le cose scorrono in fretta verso l’epilogo più tragico riuscendo a insinuarsi, un po’ alla volta, anche oltre l’alta recinzione in pietra e il cancello in ferro battuto che delimitano la proprietà. Il vento della 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 e dell’𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 soffia forte fuori da quel piccolo paradiso e trasforma progressivamente quell’oasi di pace in un effimero fortino. Alla fine ogni evento familiare oppure vissuto tra amici e compagni di studio, i bei ricordi, i siparietti ludici, gioiosi e romantici, vengono trascinati via e dispersi, catturati dal vortice nero della 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐢𝐚 𝐨𝐦𝐢𝐜𝐢𝐝𝐚, 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐬𝐭𝐚.
𝐈𝐋 𝐃𝐈𝐀𝐋𝐄𝐓𝐓𝐎 𝐄 𝐋𝐀 𝐒𝐏𝐀𝐋
𝐋𝐚 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚, 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐜𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 (in scena, tra gli altri, 𝐄𝐮𝐠𝐞𝐧𝐢𝐨 𝐂𝐚𝐛𝐢𝐭𝐭𝐚, che interpreta Sergio, e 𝐀𝐥𝐢𝐜𝐞 𝐆𝐮𝐞𝐫𝐳𝐨𝐧𝐢, Nicole), racconta l’allegria giovanile, ma anche l’infatuazione, il rapporto generazionale, la delusione amorosa, il chiacchiericcio cittadino, l’omologazione, lo sconcerto e la paura che entrano progressivamente nella comunità, dove – sotto il regime – una scelta religiosa può tracciare 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚’ 𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐠𝐫𝐞𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞. I balletti si alternano alle scene di canto (nel corso dello spettacolo è stato superato qualche problema tecnico) mentre Scandiani, seduto sul palco dietro una tastiera mimetizzata, riempie con brevi intermezzi strumentali i momenti che anticipano il cambio di scena (recita anche in un frangente che colloca in biblioteca un momento di discriminazione). Anche il 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐞 si prende il suo spazio, e non manca la Spal citata in un inquietante parallelo fra le serie calcistiche – A, B, C – e le orride classificazioni degli esseri umani dettate dall’odio razziale. Finito lo spettacolo, tra gli applausi resta sospeso l’auspicio della solita coppia di signore ferraresi (nel cast anche le attrici 𝐃𝐚𝐧𝐲 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐨𝐧𝐜𝐢𝐧𝐢, la mamma di Sergio, e 𝐀𝐧𝐧𝐚 𝐏𝐞𝐝𝐞𝐫𝐳𝐚𝐧𝐢, la sua amica) che si spera possa valere anche per la follia che sta tragicamente segnando il nostro presente: «Passerà presto, passerà».
* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by AI platform)
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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