𝐒𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐚𝐥 𝐛𝐨𝐭𝐭𝐞𝐠𝐡𝐢𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐚 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚 𝐟𝐢𝐫𝐦𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐨. 𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐨’ 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐞𝐬𝐚𝐠𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐠𝐫𝐮𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐚𝐝𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐞𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐫𝐢𝐮𝐬𝐜𝐢𝐭𝐞 𝐞𝐬𝐩𝐥𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:
𝐋’𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐥𝐢 della produzione di 𝐆𝐚𝐛𝐫𝐢𝐞𝐥𝐞 𝐌𝐮𝐜𝐜𝐢𝐧𝐨, regista dalla lunga carriera, autore di film di successo, con un ottimo riscontro al botteghino anche per l’ultima pellicola in programmazione nelle sale italiane, 𝐿𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑒. Negli anni ’90 il cineasta romano ha trattato con uno stile personale gli amori adolescenziali e la crisi delle giovani coppie. 𝐖𝐢𝐥𝐥 𝐒𝐦𝐢𝐭𝐡 gli ha poi aperto la strada per arrivare a 𝐇𝐨𝐥𝐥𝐲𝐰𝐨𝐨𝐝, anche se il “salto” oltre oceano ha esaurito rapidamente la sua parabola con il successivo rimbalzo sul 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 (anche in tv). I movimenti della telecamera, le sequenze dai ritmi frenetici, i litigi di coppia, le urla a squarciagola, le pause ansimanti, ma anche la sensibilità e la tenerezza con cui è stato affrontato il tema dell’affermazione personale (molto americano) in un lungometraggio come 𝐿𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀’ sono un po’ il suo marchio di fabbrica.
𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐒𝐂𝐀𝐓𝐓𝐀 𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐆𝐈𝐀
𝐿𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑒 𝐞’ 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐢𝐭𝐨𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐛𝐨𝐭𝐭𝐞𝐠𝐡𝐢𝐧𝐨 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 di inizio anno assieme a “𝐵𝑢𝑒𝑛 𝐶𝑎𝑚𝑖𝑛𝑜”, di Checco Zalone, e “𝐿𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑎”, di Paolo Sorrentino (qui i dati di Box Office), flussi che raccontano una vivace ripresa – non è possibile sapere se solo temporanea – della produzione nazionale. Il nuovo film però non sembra all’altezza del 𝐜𝐮𝐫𝐫𝐢𝐜𝐮𝐥𝐮𝐦 vantato dal regista italiano. Il tema della 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 è uno dei classici del cinema, probabilmente è presente nella filmografia di ogni Paese del mondo, con esiti espressivi e finalità che possono essere anche molto diversi. C’è modo e modo quindi di trattarlo. Quando il cinema raggiunge il suo scopo compie una sorta di 𝐦𝐚𝐠𝐢𝐚: riesce ad annullare completamente la distanza fra lo schermo e la poltroncina dove siede lo spettatore prelevandolo di peso (con tutte le sue emozioni) per trascinarlo all’interno della storia. Questa sorta di “transfert” non si compie davanti all’ultima fatica di Muccino: si segue la vicenda raccontata immersi fin dall’inizio in una sorta di 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨, già consapevoli del futuro travaglio dei personaggi annunciato da scene che sembrano tratte da incontri di terapia di coppia (ma non è così). Alla fine si esce convinti che 𝐌𝐮𝐜𝐜𝐢𝐧𝐨, pur premiato dal pubblico nelle sale cinematografiche (ed è una bella notizia), ha un po’ perso il suo tocco.

𝐃𝐔𝐁𝐁𝐈 𝐄 𝐈𝐍𝐂𝐎𝐍𝐆𝐑𝐔𝐄𝐍𝐙𝐄
𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐚𝐝 𝐞𝐬𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞’ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢, nel tentativo di rinverdire un matrimonio che sta appassendo, decida di prendersi una pausa rigeneratrice assieme a un’altra coppia che vive un rapporto ancora più deteriorato. Ma sembrano forzature anche il 𝐛𝐚𝐜𝐢𝐨 𝐟𝐞𝐝𝐢𝐟𝐫𝐚𝐠𝐨 consumato davanti a frotte di residenti e turisti che attraversano una grande piazza di Tangeri, l’ingenuità quasi infantile della moglie del protagonista (lei 𝐌𝐢𝐫𝐢𝐚𝐦 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐞, lui 𝐒𝐭𝐞𝐟𝐚𝐧𝐨 𝐀𝐜𝐜𝐨𝐫𝐬𝐢 che recita con un’espressione fissa da maschera greca), gli incontri casuali (e un po’ anche quelli programmati) fra i protagonisti – tra cui un 𝐂𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚𝐦𝐚𝐫𝐢𝐚 poco convincente e incisivo – in una città che conta un milione e mezzo di abitanti e dove ci si può nascondere senza troppi sforzi praticamente ovunque (come mostra anche una scena del film). Ma ci si può legittimamente chiedere anche perché un padre – per quanto sconvolto da quanto stanno vivendo l’amico e la moglie e poco presente nella vita familiare – lasci la 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐭𝐫𝐞𝐝𝐢𝐜𝐞𝐧𝐧𝐞 nelle mani di una ragazza poco più che adolescente (per lui quasi una sconosciuta), libera di vagare per ore senza meta in una metropoli straniera.
𝐓𝐑𝐀 𝐃𝐑𝐀𝐌𝐌𝐀 𝐄 𝐈𝐑𝐎𝐍𝐈𝐀
𝐏𝐫𝐨𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞𝐧𝐝𝐨, 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐢𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐧𝐚𝐦𝐢𝐜𝐡𝐞 interne alle coppie: Paolo, interpretato da Santamaria, sembra attratto dalla moglie dell’amico della quale è a sua volta il “miglior amico”, un quadretto che sembra più consono alle trame ormai consunte delle vecchie soap opera. Per alleggerire la parte drammatica e inserire qualche pennellata di ironia è stato scelto il personaggio interpretato da 𝐂𝐚𝐫𝐨𝐥𝐢𝐧𝐚 𝐂𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐢 – nel film la moglie di Paolo, nevrotica ma decisamente più lucida dell’amica nella lettura dei rapporti di coppia. Una scelta che in qualche siparietto appare azzeccata e in altri no. Volendo entrare nelle pieghe della sofferenza dell’istituzione famiglia (in questo caso borghese) il film sembra proprio fuori centro, ambientato in un luogo molto lontano dalla realtà. Forse 𝐬𝐢 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐚𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐞: quella della rottura del rapporto familiare, quasi tutta consumata in un silenzio tagliente che sembra ispirato al titolo del film, e la scena finale della ragazzina che canta e balla su una canzone di 𝐌𝐚𝐦𝐡𝐨𝐨𝐝, una sorta di punto interrogativo posto sul finale che – giocando di fantasia – potrebbe essere di ispirazione per un futuro sguardo aggiornato su amore, famiglia e giovani coppie una generazione dopo 𝐿’𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑜 𝑏𝑎𝑐𝑖𝑜.
* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by an AI platform)
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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