𝐈𝐥 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐬𝐜𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐅𝐮̈𝐡𝐫𝐞𝐫. 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐠𝐫𝐞𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐭𝐭𝐫𝐨 𝐦𝐢𝐧𝐮𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐚𝐮𝐬𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧’𝐨𝐫𝐚 𝐞 𝐦𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐭𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞, 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐨𝐩𝐨, 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐞 𝐥𝐞 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐨. 𝐔𝐧 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐫𝐬𝐢

𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:

𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (by Gemini’s translator)*:

𝐒𝐭𝐞𝐟𝐚𝐧𝐨 𝐌𝐚𝐬𝐬𝐢𝐧𝐢 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐥’𝐇𝐢𝐭𝐥𝐞𝐫 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐞𝐢𝐧 𝐊𝐚𝐦𝐩𝐟 (gli anni della “gestazione” del dittatore) e, per dare voce all’odio e alla rabbia che lo condussero verso 𝐢𝐥 𝐝𝐞𝐥𝐢𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐡𝐨𝐚𝐡, si fa anche un po’ attore. Sale e scende di tono, stravolge i lineamenti del volto, alza le braccia, si raccoglie in silenzio, forse per riunire i pensieri forse per perdersi e ritrovarsi in un’altra realtà, quella che nessuno avrebbe potuto immaginare se non si fosse materializzata davvero 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐜𝐫𝐞𝐦𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 e una guerra che produsse 𝐥𝐚 𝐩𝐢𝐮’ 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐦𝐚𝐭𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚. A Ferrara, ieri, lo scrittore ha portato il suo “Mein Kampf” recitando su una scenografia semplice: una pagina bianca. Quella che precedette la stesura della prima parola del libro scritto negli anni ’20, ma anche quella dove oggi potrebbe posarsi l’incipit dell’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞. Perché quelle del testo sacro del nazismo, maledetto fino ad essere vietato in alcuni Paesi, non sono «parole morte, sono fatti» (per questo motivo 𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐭𝐭𝐚𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐛𝐫𝐮𝐜𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢). Intanto 𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐞 sono invecchiate e 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐞 «𝐯𝐮𝐥𝐧𝐞𝐫𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢», come gli individui e le masse che le hanno fondate e sostenute. Almeno fino ad ora o, in qualche caso, fino a ieri.

𝐂𝐀𝐏𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐒𝐌𝐎 𝐄 𝐂𝐎𝐌𝐔𝐍𝐈𝐒𝐌𝐎

𝐈𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐬𝐬𝐢𝐧𝐢 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐢𝐞𝐠𝐡𝐞 del malessere di un emarginato, lo fa emergere lentamente fino a quando comincia a intravedersi il primo faro che illumina la strada verso l’inferno dell’orrore più estremo. Il giovane Hitler è 𝐥’𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐛𝐞𝐥𝐥𝐚 e rifiuta il ruolo che la società gli ha “cucito” addosso: quello dell’impiegato, il lavoratore costretto ad abbassare il capo davanti al padrone per procurarsi lo stipendio, che ha perso ogni «𝐯𝐨𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚’ 𝐝𝐢 𝐨𝐬𝐚𝐫𝐞», che ha accettato le regole che fanno crescere il capitale ma che lo rendono un «servo» nella sua posizione di subordinato. Un atteggiamento critico che avrebbe potuto indirizzare il führer verso il 𝐦𝐚𝐫𝐱𝐢𝐬𝐦𝐨, ma Hitler lo considerava, come la 𝐫𝐞𝐥𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞, un veleno per le masse. Fu partendo da quel punto di vista, senza riferimenti concreti nel panorama politico, che maturò la visione della 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐆𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚, la prima avvisaglia del delirio di onnipotenza e di una concezione binaria della società basata sulla distinzione fra «meritevoli» e «non meritevoli», l’oscuro diaframma che separava gli ariani dai «parassiti», la vita dalla morte.

𝐋𝐄 𝐂𝐎𝐒𝐂𝐈𝐄𝐍𝐙𝐄 𝐀𝐋 𝐌𝐀𝐂𝐄𝐑𝐎

𝐋𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐛𝐚𝐧𝐝𝐚𝐭𝐢 – una borghesia delusa e avvilita, desiderosa di riscatto – e la follia venduta come sogno per lasciarsi alle spalle una realtà mediocre e inaccettabile innescarono uno straripante 𝐝𝐞𝐫𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐞. Sulla prima pagina bianca, e su quelle successive del “Mein Kampf”, prese corpo l’«esperimento» che produsse una delle più grandi tragedie che hanno segnato l’umanità. Ma quel virus è attivo ancora oggi, l’esperimento è presente nei tentativi di sostituire un uomo solo al comando ai processi – più tortuosi, incerti e laboriosi – della democrazia. Massini alla fine consegna 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐧𝐢𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨. Lo fa con la voce rotta, ringraziando per gli applausi: quattro minuti in cui – uomo solo in scena – entra ed esce richiamato dalla platea. Saluta riaprendo il sipario perché il pubblico gli chiede di uscire ancora una volta. Sul volto la fatica del lavoro, affidato – con una scenografia ridotta all’osso – alla memoria e all’interpretazione. Ma soprattutto alla 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚, che un secolo fa prima ha riempito un libro e, dopo, le piazze.

* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by an AI platform)

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

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