𝐈 𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐢 𝐧𝐮𝐜𝐥𝐞𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐞 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐚𝐧𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥’𝐢𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐞. 𝐅𝐫𝐞𝐠𝐨𝐧𝐚𝐫𝐚: «𝐋’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐢𝐭𝐨𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐩𝐢𝐮’ 𝐚𝐥𝐭𝐢». 𝐂𝐨𝐧𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 (𝐔𝐧𝐢𝐛𝐨): «𝐆𝐥𝐢 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐭𝐢 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐢 𝐢𝐧𝐚𝐝𝐞𝐠𝐮𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐨 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨». 𝐁𝐚𝐫𝐬𝐚𝐧𝐭𝐢: «𝐌𝐞.𝐌𝐨. 𝐞̀’ 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚𝐧𝐭𝐢»

𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:

𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (english, translated by Gemini’s translator)*:

(tempo di lettura: 6′)

𝐋’𝐔𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚̀’ 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐡𝐚 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐢𝐦𝐛𝐚𝐥𝐥𝐚𝐭𝐨. “𝐏𝐫𝐨𝐝𝐮𝐜𝐞” 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐥𝐚𝐮𝐫𝐞𝐚𝐭𝐢 degli altri Paesi europei, non ha ancora valorizzato i percorsi di alta professionalizzazione (Its) e oggi fatica a svolgere un ruolo che trova corrispondenza anche nella Costituzione, cioè valorizzare il merito e agire come ascensore sociale. «Il nostro sistema scolastico, così come è strutturato, non riesce a garantire a tutti i capaci e meritevoli il diritto di poter raggiungere i gradi più elevati dell’istruzione, a promuoverla come bene sociale», ha spiegato 𝐒𝐭𝐞𝐟𝐚𝐧𝐢𝐚 𝐏𝐞𝐥𝐥𝐞𝐠𝐫𝐢𝐧𝐢, direttrice del Collegio Superiore dell’ateneo bolognese. Questo passo lento è stato certificato dai dati Istat e dagli studi di centri europei come l’Ocse. I numeri forniti ieri dai relatori del convegno “𝐔𝐧 𝐚𝐬𝐜𝐞𝐧𝐬𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢? 𝐋’𝐮𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚̀’ 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀’ 𝐝𝐢 𝐨𝐠𝐠𝐢”, ospitato dalla Biblioteca dell’Archiginnasio, a Bologna, confermano il fiato corto dell’istituzione nel contesto attuale, anche se nel tempo i risultati sono migliorati e i numeri anche.

Gianna Fregonara e Stefania Pellegrini

𝐈 𝐌𝐀𝐋𝐈 𝐄𝐍𝐃𝐄𝐌𝐈𝐂𝐈

𝐋𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐅𝐫𝐞𝐠𝐨𝐧𝐚𝐫𝐚, responsabile Scuola e Università del Corriere della Sera, ne ha forniti alcuni che fotografano vecchie e nuove patologie del sistema: nell’anno accademico 2024/2025 si è iscritto all’Università il 64% dei diplomati e, come affermano i dati Ocse 2024 il 13% delle matricole si ritira subito, al primo anno. Il 45% dei diplomati, inoltre, potendo tornare indietro cambierebbe il percorso scolastico. Nei prossimi 15 anni, il futuro prossimo, il numero degli studenti universitari tenderà a contrarsi sensibilmente (-20%) per il 𝐜𝐚𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐞, un fenomeno che potrebbe assottigliare progressivamente il numero di cittadini con un’istruzione superiore. «Nel nostro Paese – ha precisato la giornalista – si laurea il 63% dei figli dei genitori laureati e solo il 15% dei figli con genitori che non hanno titoli di studio superiori alla terza media. 𝐔𝐧 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐥𝐚𝐮𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨 𝐟𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝟐𝟎% la possibilità che il figlio consegua la laurea». Tra i 25-34enni cresciuti in famiglie a basso reddito, ha aggiunto Fregonara, il 60% ha un reddito inferiore alla media nazionale. 𝐐𝐮𝐢 𝐮𝐧 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨: https://www.youtube.com/watch?v=IqQ4zHD8cUw. Come ribadiscono le statistiche, la laurea rappresenta anche un traguardo che aumenta le possibilità di raggiungere un più alto tenore di vita.

𝐆𝐋𝐈 𝐒𝐓𝐑𝐔𝐌𝐄𝐍𝐓𝐈 𝐃𝐄𝐋𝐋’𝐄𝐐𝐔𝐈𝐓𝐀’

𝐄𝐜𝐜𝐨 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐨𝐦𝐚𝐥𝐢𝐞: il 41.6% dei figli di medici, in Italia, studia Medicina rafforzando la sensazione che, dopo la maturità, il balzo lo si fa più per classe sociale che per merito, opinione corroborata da un’altra percentuale che sembra spingere nella stessa direzione: solo il 34,5% dei diplomati degli istituti tecnici si iscrive ai corsi universitari. Ma, come ha sottolineato il professor 𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐂𝐨𝐧𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 (Unibo), delegato del rettore per gli studenti. occorre anche gettare uno sguardo al bicchiere mezzo pieno: «La no tax area è stato uno strumento importantissimo per creare equità negli atenei – ha affermato – A Bologna abbiamo oltre un terzo degli studenti inclusi nella 𝐧𝐨 𝐭𝐚𝐱 𝐚𝐫𝐞𝐚, al sud questa percentuale raddoppia. L’università italiana funziona come ascensore sociale. Il luogo dove il sistema inizia a generare dispersione si incrocia prima dell’università: si colloca in uno snodo fra le scuole che un tempo si chiamavano medie e quelle che un tempo si chiamavano superiori». 𝐐𝐮𝐢 𝐮𝐧 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨: https://www.youtube.com/watch?v=t36JRhJ6Oj8.

Federico Condello e Sara Barsanti

𝐈𝐍 𝐂𝐋𝐀𝐒𝐒𝐄 𝐔𝐍 𝐕𝐈𝐂𝐎𝐋𝐎 𝐂𝐈𝐄𝐂𝐎

𝐔𝐧 𝐜𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢, ha detto Condello (𝐪𝐮𝐢 𝐮𝐧 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨: https://www.youtube.com/watch?v=t36JRhJ6Oj8), è quello legato ai percorsi di formazione degli istituti tecnici: «L’ateneo di Bologna ha il 19% di iscritti che provengono da istituti tecnici, in alcuni atenei si sale fino al 30%. La frequenza degli 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐭𝐢 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐢 esclude dall’istruzione superiore tantissimi ragazzi che avrebbero sulla carta i requisiti per entrare all’università e che vengono gettati dalla propaganda nelle fauci del mondo del lavoro. Gli istituti tecnici, a 3-4 anni dal diploma, hanno 𝐭𝐚𝐬𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐠𝐠𝐡𝐢𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐧𝐭𝐢 e tassi di accesso all’università ancora più agghiaccianti». Nel tempo, però, un traguardo è stato conquistato: anche se la laurea in Italia è meno diffusa che altrove, il 66.7% dei laureati italiani proviene da famiglie senza laureati, ha ricordato il docente. In altre parole l’Università ha svolto per qualche decennio la funzione di 𝐚𝐬𝐜𝐞𝐧𝐬𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞, ma oggi non sembra riuscire a tenere il passo degli altri Paesi e assicurare il ricambio e la mobilità sociale auspicata dai Costituenti.

𝐔𝐍 𝐁𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐏𝐄𝐑 𝐆𝐋𝐈 𝐒𝐓𝐔𝐃𝐄𝐍𝐓𝐈

𝐒𝐮 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐧𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 che da alcuni anni è stato intrapreso dall’𝐔𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚̀’ 𝐝𝐢 𝐁𝐨𝐥𝐨𝐠𝐧𝐚 assieme alle 𝐔𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚̀’ 𝐝𝐢 𝐏𝐢𝐬𝐚 (Scuola Superiore Sant’Anna e Scuola Normale Superiore), di 𝐏𝐚𝐝𝐨𝐯𝐚 e di 𝐑𝐨𝐦𝐚 (Sapienza). Si chiama 𝐌𝐞.𝐌𝐨. (Merito e Mobilità sociale) ed è sostenuto anche da fondi del Pnrr. Gli istituti aderenti hanno costituito una “rete per il merito” che cerca di intervenire proprio su una delle distorsioni del sistema, aumentando le chance dei giovani che vivono in famiglie dove nessun genitore è giunto al traguardo della laurea. Gli atenei hanno istruito dei tutor che hanno il compito, come ha spiegato 𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐬𝐚𝐧𝐭𝐢, responsabile del 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐌𝐞.𝐌𝐨. dell’Università di Pisa, di aiutare i ragazzi iscritti alla quarta superiore a inserirsi in un programma di promozione sociale e formativo partecipando ad un bando aperto a tutte le scuole. Per entrare bisogna essere usciti dalla terza superiore con almeno la media del 7. Nel 2021/2022 furono ricevute 800 domande e furono selezionati 360 partecipanti, numeri che si sono poi ingrossati. Nel 2024/2025 𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐚𝐥𝐢𝐭𝐞 𝐚 𝟏.𝟑𝟐𝟒 𝐞 𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢 𝐬𝐞𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐢 𝟔𝟏𝟎.

Da sinistra: gli studenti di Unibo Alberto Cenerini, Andrea Iacco e Agnese Valente, tutor del progetto universitario Me.Mo.

𝐃𝐀𝐑𝐄 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐏𝐄𝐑𝐀𝐍𝐙𝐀

𝐆𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐞, vengono inviati negli atenei dove si conoscono, frequentano la mensa e i servizi messi a disposizione dall’università, partecipano a lezioni, sono seguiti da tutor, eseguono test e sono inseriti in attività di gruppo. Da un questionario inviato nel 2024 a chi è stato ammesso all’edizione 2022/2023 sono stati estratti 𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚𝐧𝐭𝐢, ha sottolineato Barsanti: il 90% si è iscritto all’università, il 45,9% lo ha ritenuto un progetto utile per la propria crescita personale e il 36,1% ha espresso un buon giudizio, di soddisfazione. «I ragazzi chiedono soprattutto speranza – l’intervento di 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐈𝐚𝐜𝐜𝐨, 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐂𝐞𝐧𝐞𝐫𝐢𝐧𝐢 𝐞 𝐀𝐠𝐧𝐞𝐬𝐞 𝐕𝐚𝐥𝐞𝐧𝐭𝐞, tutor del progetto Me.Mo. e studenti di Unibo iscritti al Collegio superiore – Il nostro compito è stato seguire gli studenti, spiegargli 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́’ 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐚𝐥𝐥’𝐔𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚̀’ quando oggi si può essere distratti da strade “alternative”. Il progetto ha avuto successo, abbiamo aiutato i ragazzi a orientarsi meglio, li abbiamo rassicurati, gli abbiamo dato strumenti per accedere al diritto allo studio e semplificato il percorso per entrare in ateneo».

𝐐𝐮𝐢 𝐮𝐧 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐫𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐨𝐫: il link qui.

𝐐𝐮𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐮𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨: il link qui

* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by an AI platform)

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

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