𝐔𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚 𝐟𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐮𝐧’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐛𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐞 𝐮𝐧 𝐝𝐫𝐚𝐦𝐦𝐚 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐠𝐮𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐛𝐢𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢, 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐞𝐧𝐬𝐢, 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐚𝐧𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐨. 𝐃𝐮𝐞 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞:𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐨𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐚𝐬𝐜𝐞𝐬𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐞𝐬𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐞𝐫𝐧𝐨

(tempo di lettura: 4′)

𝐃𝐮𝐞 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐞 𝐝𝐮𝐞 𝐦𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐦𝐦𝐢𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. Non sono blockbuster, chi trascorre un po’ del suo tempo (ancora) al cinema li trova spulciando nella programmazione delle sale attive, magari quelle di quartiere più che nei multisala. “𝐂’𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐦𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞” è uscito da un paio di giorni, è un’opera francese tratta da un testo autobiografico che racconta una storia realmente vissuta a 𝐏𝐚𝐫𝐢𝐠𝐢; “𝐃𝐫𝐞𝐚𝐦𝐬”, produzione messicana, è al cinema dal 20 novembre scorso e sta concludendo il suo ciclo di prima visione. Pur essendo film prodotti e ambientati in Paesi molto distanti e diversi fra loro (“Dreams” si svolge a cavallo fra il 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐨 e gli 𝐔𝐬𝐚), lontani nello stile e nel materiale da cui hanno tratto ispirazione, letti per righe interne sollevano il sipario su un tema di pressante attualità, in grado di condizionare l’esito di consultazioni elettorali e gli equilibri parlamentari, compresa l’agenda politica.

𝐔𝐍𝐎 𝐂𝐎𝐍𝐓𝐑𝐎 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐈

“𝐂’𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐦𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞” 𝐞̀’ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐚𝐝𝐞𝐬𝐞 𝐊𝐞𝐧 𝐒𝐜𝐨𝐭𝐭, delicata e ironica come molti film francesi, e piuttosto incisiva. Racconta una storia di successo: famiglia di immigrati ebrei, origine marocchina a guida matriarcale, un figlio affetto da una deformità congenita del piede. Tutto quello che si può, e anche di più, per finire in un vicolo cieco. Nel modello uno contro tutti (le istituzioni, la medicina ufficiale, i servizi sociali, i vicini di casa etc.) l’ariete è Esther, che ha il volto della bravissima 𝐋𝐞𝐢𝐥𝐚𝐡 𝐁𝐞𝐤𝐡𝐭𝐢, madre del bimbo e poi dell’adulto a cui sogna di donare una vita normale, anzi fantastica, mettendolo in condizione – prima di tutto – di riguadagnare l’uso del piede. Come in molte pellicole francesi qui si sorride, ma senza tralasciare i momenti di crisi nel rapporto madre-figlio e quelli bui e malinconici della vita familiare. La tesi finale, che ricalca l’ascesa del bimbo-studente-avvocato-personaggio televisivo che nella vita si chiama 𝐑𝐨𝐥𝐚𝐧𝐝 𝐏𝐞𝐫𝐞𝐳 (interpretato da 𝐉𝐨𝐧𝐚𝐭𝐡𝐚𝐧 𝐂𝐨𝐡𝐞𝐧), è che anche da una posizione laterale, svantaggiata, individuale e minoritaria si può scalare la gerarchia sociale conquistando traguardi ragguardevoli e riconoscimenti.

Un fotogramma di “C’era una volta mia madre”, in questi giorni nelle sale cinematografiche e, nella foto in evidenza, una scena di “Dreams”

𝐋’𝐄𝐗 𝐒𝐎𝐆𝐍𝐎 𝐀𝐌𝐄𝐑𝐈𝐂𝐀𝐍𝐎

𝐈𝐧 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐢𝐥 𝟗% 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 è composto da immigrati che non hanno la nazionalità francese (si sale più o meno al 18% sul totale se si considera anche la seconda generazione ma le statistiche oscillano in base alle fonti). Attualmente l’origine prevalente è 𝐚𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐚, diversa da quando il flusso era soprattutto europeo negli anni, i ’60, da cui è partita la ricostruzione cinematografica. La trama si incammina su un sentiero individualista che richiama il filone del “𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨” oggi platealmente smentito – proprio negli Stati Uniti – da una deriva persecutoria, fondata sulla sistematica violazione dei diritti civili. Il tema della 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚, una molla che oggi ispira atteggiamenti soprattutto estremi, è diventato il pascolo dove brucano movimenti e partiti populisti, nazionalisti, anche neonazisti. In Francia il tema dell’immigrazione è stato trattato anche in modo più crudo e violento, come nei film “Il profeta” (2009) e “L’odio” (1995). Tagli, pur nella differenza dei contesti, più vicini a quello di “𝐃𝐫𝐞𝐚𝐦𝐬”.

𝐒𝐄𝐒𝐒𝐎 𝐄 𝐏𝐎𝐒𝐒𝐄𝐒𝐒𝐎

𝐈𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐌𝐢𝐜𝐡𝐞𝐥 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐨 entra nelle pieghe di un altro tipo di relazione, esterna all’ambito familiare, fondata sull’attrazione sessuale e sulla volontà di possesso, tra un giovane e talentuoso ballerino messicano (𝐈𝐬𝐚𝐚𝐜 𝐇𝐞𝐫𝐧𝐚𝐧𝐝𝐞𝐳) e una donna più matura (𝐉𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐚 𝐂𝐡𝐚𝐬𝐭𝐚𝐢𝐧), statunitense, dell’alta borghesia. Il regista, che rappresenta il rapporto fisico in modo piuttosto audace senza scadere nella pornografia, segnala e denuncia 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐛𝐢𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐔𝐬𝐚 nei confronti dell’𝐢𝐦𝐦𝐢𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, in particolare di quella 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐚𝐧𝐚. Manodopera impiegata diffusamente in lavori umili e sfruttata su larga scala, ricattata e sanzionata, soprattutto quando cerca di uscire dal recinto entro cui viene confinato l’immigrato sprovvisto di 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐨 o di 𝐆𝐫𝐞𝐞𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐝. Un recinto già raccontato dal cinema, anche in forme lontane dai toni accesi e drammatici di un’opera come “𝐃𝐫𝐞𝐚𝐦𝐬” (tra i titoli più famosi “𝐆𝐫𝐞𝐞𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐝”, 1990, con Gérard Depardieu e Andie MacDowell, romantico e filtrato attraverso un’ottica europea).

𝐓𝐑𝐀𝐆𝐔𝐀𝐑𝐃𝐈 𝐈𝐑𝐑𝐀𝐆𝐆𝐈𝐔𝐍𝐆𝐈𝐁𝐈𝐋𝐈

“𝐂’𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐦𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞” 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐛𝐮𝐨𝐧 𝐮𝐦𝐨𝐫𝐞 e marca le tappe della conquista di un’autonomia, psicologica e personale, che sconfina nel riscatto sociale; in “𝐃𝐫𝐞𝐚𝐦𝐬” il sogno di rendersi indipendenti economicamente e di integrarsi nella comunità resta tale con il rischio di perdere anche quel poco di cui si poteva disporre nel Paese di origine. Il diverso taglio dei due film, se ce ne fosse bisogno, conferma che il “nodo” di come affrontare una questione centrale per i Paesi più avanzati è tutt’altro che sciolto. E che, visto con gli occhi di un immigrato, il “sogno americano” e la “favola” vissuta (realmente) da 𝐑𝐨𝐥𝐚𝐧𝐝 𝐏𝐞𝐫𝐞𝐳 sembrano oggi più lontani e irraggiungibili che mai.

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

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