𝐈𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦, 𝐧𝐨𝐧𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐬𝐭 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐥𝐥𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐞 𝐮𝐧 𝐫𝐢𝐭𝐦𝐨 𝐢𝐧𝐜𝐚𝐥𝐳𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞. 𝐍𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐬𝐚𝐫𝐜𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨, 𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐞 𝐛𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐫𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐬𝐬𝐮𝐫𝐝𝐢𝐭𝐚’, 𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐚𝐫𝐚-𝐬𝐩𝐚𝐫𝐚 𝐞 𝐥’𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐢𝐨𝐬𝐚. 𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐮𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐢𝐧𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨

Breve sintesi audio dell’articolo:

(tempo di lettura:3′)

«𝐍𝐨𝐢 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐭𝐨, 𝐟𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐭𝐮 𝐜𝐢 𝐫𝐢𝐮𝐬𝐜𝐢𝐫𝐚𝐢». Così l’eredità del sogno rivoluzionario, tramandata per lettera, passa da una generazione all’altra e si fa ragione di vita perché, come sancisce il titolo del film, prepara il terreno alla rivoluzione successiva. Il mondo cambia, geo-politica, economia, le guerre in corso, solo per citare i fatti più noti almeno in Occidente, stanno frantumando storici equilibri che sembravano cementati da decenni. Nel film “𝐔𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚”, del regista californiano 𝐏𝐚𝐮𝐥 𝐓𝐡𝐨𝐦𝐚𝐬 𝐀𝐧𝐝𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧 (“Boogie Nights – L’altra Hollywood”, “Magnolia”, “Licorice Pizza”), il sistema contrattacca e la rivoluzione lo attende dietro l’angolo. La pellicola interseca la storia americana nella fase in cui il presidente in carica, 𝐃𝐨𝐧𝐚𝐥𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩, sembra seriamente intenzionato a instaurare una sorta di “monarchia” che concentri i poteri nello Studio Ovale, imponendo un esperimento politico che si propone di superare 𝐥’𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐚𝐜𝐨𝐟𝐨𝐧𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚. Progetto fieramente avversato dal movimento “No Kings”, ispiratore in questi giorni di imponenti manifestazioni, con 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐫𝐭𝐞𝐢 𝐞 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 che hanno riempito strade e piazze delle città d’oltreoceano.

𝐈𝐋 𝐍𝐄𝐌𝐈𝐂𝐎 𝐃𝐀 𝐀𝐍𝐍𝐈𝐄𝐍𝐓𝐀𝐑𝐄

𝐈𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐚𝐟𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐦𝐚 “𝐭𝐚𝐧𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞” 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢, quello delle disuguaglianze che affliggono il sistema capitalistico. L’insurrezione alimenta la spinta opposta, verso la reazione e la repressione con l’inquietante strascico di 𝐩𝐫𝐞𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐞 𝐫𝐚𝐳𝐳𝐢𝐬𝐦𝐨, ben rappresentati nella scena iniziale che riprende la 𝐠𝐢𝐠𝐚𝐧𝐭𝐞𝐬𝐜𝐚 𝐛𝐚𝐫𝐫𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐚𝐧𝐭𝐢-𝐦𝐢𝐠𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢, orgoglio dell’amministrazione Trump, eretta al confine tra Usa e Messico. D’altronde così appare in questi anni la società polarizzata degli Stati Uniti, dove si fronteggiano un aspirante “re” e 𝐢 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐞𝐦𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐝𝐮𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚, dove tra dem e repubblicani, dominati dall’ideologia Maga, è saltato ogni presupposto per impostare un lavoro comune, almeno sui fondamentali. E dove 𝐥’𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐞’ 𝐨𝐫𝐦𝐚𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐮𝐧 𝐧𝐞𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐢𝐫𝐞 e annientare.

𝐃𝐄𝐏𝐎𝐑𝐓𝐀𝐓𝐈 𝐂𝐎𝐌𝐄 𝐁𝐄𝐒𝐓𝐈𝐀𝐌𝐄

𝐂𝐨𝐥𝐥𝐨𝐜𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐢𝐝𝐞𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐨, il film racconta l’inesauribile scontro tra restauratori dell’ordine e rivoluzionari, tra corpi militari anti-immigrazione e passeur che traghettano miserabili, tra gli ideologi di una società pura e monocolore e i cittadini che sostengono e praticano la mescolanza, il 𝐦𝐞𝐥𝐭𝐢𝐧𝐠 𝐩𝐨𝐭 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞. Anderson ha scelto di raccontarlo 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐜𝐚𝐮𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐞 𝐬𝐚𝐫𝐜𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨, schierando un colonnello (𝐒𝐞𝐚𝐧 𝐏𝐞𝐧𝐧) che si muove, rigido e muscolare, come un robot, un padre rivoluzionario (𝐋𝐞𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐃𝐢𝐂𝐚𝐩𝐫𝐢𝐨) che si porta addosso i vizi e i fallimenti dei boomer “comunisti” e una sorta di “capitano” dei migranti (𝐁𝐞𝐧𝐢𝐜𝐢𝐨 𝐃𝐞𝐥 𝐓𝐨𝐫𝐨) che con lucidità e leggerezza contrasta il regime assistendo i clandestini alla ricerca di chance in un Paese che oggi li rinchiude e li deporta come bestiame.

𝐒𝐄𝐒𝐒𝐎 𝐄 𝐈𝐍𝐒𝐔𝐑𝐑𝐄𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄

𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐬𝐭 𝐞’ 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨, ognuno è ben calato nel suo ruolo. Ma il film ha ricevuto più elogi di quelli che merita. La parte iniziale è una sequenza di 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐦𝐩𝐚𝐥𝐚𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐞𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐞 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, talmente inverosimili da apparire fastidiose. Il resto si consuma in questo alternarsi 𝐝𝐢 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐬𝐮𝐩𝐫𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐟𝐚𝐥𝐝𝐚 e si disperde tra fughe e capitolazioni, ma si rinnova. Qualche sequenza sembra fare il verso a Tarantino, ma senza il supporto di una sceneggiatura adeguata. Infine si impongono gli inseguimenti, gli spara-spara, il delirio dei razzisti e la resa dei conti con chi si macchia del “peccato” della 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐦𝐢𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐚𝐳𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞 tra riferimenti anche espliciti a soluzioni finali che puniscono singolarmente i “traditori” (il Colonnello). 𝐋’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐝𝐚 𝐨𝐧𝐝𝐮𝐥𝐚𝐭𝐚, collina dopo collina, mentre la storia volge verso il finale, è 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚, 𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨. Ma le due ore e 42 minuti della proiezione fanno sorgere un dubbio: 𝐧𝐞 𝐯𝐚𝐥𝐞𝐯𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐚?

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

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