𝐈𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐁𝐢𝐥𝐥 𝐁𝐞𝐧𝐧𝐞𝐭 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐮𝐧 𝐯𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐥𝐮𝐧𝐠𝐨 𝟕𝟖𝟎 𝐜𝐡𝐢𝐥𝐨𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐧𝐠𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐚𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐮𝐧’𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐬𝐬𝐮𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐠𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐟𝐚

𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:

(tempo di lettura: 3′)

«𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞’ 𝐥𝐨 𝐟𝐚𝐢?». 𝐈𝐧 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐞’ 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐚 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐞𝐬𝐜𝐞 𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞. Ma nel film “Il mio cammino” (nel link il trailer), del regista australiano 𝐁𝐢𝐥𝐥 𝐁𝐞𝐧𝐧𝐞𝐭, qualche volta la risposta arriva, qualche volta no. Perché affrontare i 780 chilometri del 𝐂𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐢𝐚𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞𝐥𝐚 (dalla Francia attraverso i Pirenei in Spagna, e poi avanti fino a 30 km dalla costa atlantica, dove sono custodite le reliquie di San Giacomo, in 𝐆𝐚𝐥𝐢𝐳𝐢𝐚) è una scelta così personale che la verità, il senso di quella decisione, si può anche 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚. L’opera è in programmazione nei cinema e racconta la storia del 𝐩𝐞𝐥𝐥𝐞𝐠𝐫𝐢𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨, sintetizzato in 98 minuti, basato sui ricordi e sulle esperienze che il regista ha vissuto su quello stesso itineraio alcuni anni fa. A recitare è un piccolo cast di attori professionisti ma ad arricchire il racconto contribuiscono i pellegrini incrociati sul Cammino.

𝐓𝐀𝐍𝐓𝐄 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐄, 𝐔𝐍’𝐔𝐍𝐈𝐂𝐀 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀

𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐭𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐚 𝟓𝟎𝟎𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐚𝐧𝐝𝐚𝐧𝐭𝐢 che si mettono in marcia da luoghi diversi (c’è anche una via spagnola, una portoghese, una della Spagna del nord) e ogni persona si porta dietro i ricordi di una vita: le gioie, i drammi e le tragedie, più spesso questi ultimi, in molti casi la 𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧 “𝐦𝐢𝐫𝐚𝐜𝐨𝐥𝐨”. Il film in realtà dà spazio alla fede e alla motivazione religiosa e spirituale molto meno di quanto potrebbe far pensare il titolo. 𝐋’𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐜𝐜𝐢𝐨 𝐞’ 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐬𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐚𝐢𝐜𝐨 e scava nelle esistenze reali di chi arriva, si ferma e riparte, certe volte le sfiora soltanto. Perché quello che conta davvero non è tanto ciò che distigue quelle storie fra loro ma 𝐜𝐢𝐨’ 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐚.

𝐋𝐎 𝐒𝐂𝐎𝐏𝐎 𝐄’ 𝐋𝐀 𝐌𝐄𝐓𝐀

𝐂𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧 𝐦𝐞𝐬𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐩𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝟑𝟎 𝐜𝐡𝐢𝐥𝐨𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 rappresenta una sfida. E all’inizio il traguardo è tutt’altro che scontato: una caviglia lussata, un’infiammazione ad un ginocchio possono spezzare il sogno. Chi va avanti condivide l’obiettivo; 𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐮𝐧𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐢𝐚𝐠𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐂𝐚𝐭𝐭𝐞𝐝𝐫𝐚𝐥𝐞, un unico scopo, tutto il resto scende in secondo piano. Succede anche nella vita comune, ma più raramente perché a casa, in ufficio, in famiglia si affastella anche tutto il resto. Sul sentiero ci si può spogliare di responsabilità, di obblighi e di impegni. Anche di tutto 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐝𝐨 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐛𝐫𝐚 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 nel tran tran quotidiano, ci si deve limitare all’essenziale nutrendosi delle parole che non si ha il tempo e spesso la voglia di ascoltare quando si è assorbiti dalle incombenze familiari o professionali.

𝐋𝐀 𝐂𝐈𝐋𝐄𝐂𝐂𝐀 𝐃𝐈 𝐒𝐈𝐑𝐈

𝐌𝐨𝐬𝐬𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨, 𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐫𝐨𝐜𝐢𝐚𝐧𝐨, si perdono e si ritrovano, si ascoltano, si ignorano o si evitano attraversando paesaggi vestiti degli 𝐬𝐩𝐥𝐞𝐧𝐝𝐢𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐢𝐧𝐞 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐛𝐨𝐬𝐜𝐡𝐢, si muovono su terreni segnati dalla linea chiara e tortuosa del sentiero. Si può rimanere affascinati dal disegno dei mattoni di un ponte antico, dall’arco attraversato nei secoli da milioni di pellegrini, si può visitare o ci si può rifugiare in una chiesa, fermarsi sotto le insegne dei locali o delle locande. Nel viaggio per Santiago anche l’Intelligenza artificiale può fare cilecca («𝐒𝐢𝐫𝐢, 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚…», ma nel film cade spesso la linea), la chat torna a farsi parola, l’incontro con lo straniero prelude a un’avventura e non a una minaccia. Magari, come racconta uno dei protagonisti del lungometraggio, tra un pascolo e un casale 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐢 𝐢𝐥 𝐭𝐮𝐨 «𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐨», ma anche la battuta che scaccia la tristezza, il modo di espiare e perdonare, di confessare e di scusarsi. Il racconto è ben costruito, 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐬𝐭 𝐟𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, la telecamera dà aria e corpo ai paesaggi. Si sorride anche. Perchè la leggerezza non significa necessariamente mancanza di rispetto per chi su quella strada porta la sua sofferenza. Per un mese, in effetti, tutto scorre solo in un senso, solo in avanti. Solo 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐭𝐚.

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

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