𝐍𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐞𝐚 𝐞𝐱-𝐈𝐥𝐯𝐚 𝐬𝐢 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐥 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐞 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐡𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐬𝐮𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐛𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐝𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐮𝐫𝐠𝐢𝐜𝐚. 𝐌𝐚 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐞̀ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨: 𝐢 𝐛𝐚𝐠𝐧𝐚𝐧𝐭𝐢, 𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐥𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐚𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐬𝐜𝐚 𝐦𝐢𝐧𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐯𝐚𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 “𝐚𝐥𝐢𝐞𝐧𝐨”

𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:

(tempo di lettura: 6′)

𝐅𝐨𝐥𝐥𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚 (GR) 𝐞 𝐥’𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐝’𝐄𝐥𝐛𝐚 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐦𝐚𝐫𝐢𝐧𝐞, circa 20 km in linea d’aria. L’una e l’altra sono 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞, a unirle c’è il porto di 𝐏𝐢𝐨𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨, da dove salpano e dove approdano i traghetti carichi di villeggianti e da dove con una mezz’oretta di viaggio si può raggiungere in auto la vicina città costiera. 𝐋𝐞 𝐫𝐨𝐭𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐫𝐨𝐧𝐨 𝐢 𝐯𝐚𝐜𝐚𝐧𝐳𝐢𝐞𝐫𝐢 sono le stesse che secoli fa collegavano l’isola, la terza per estensione in Italia, alle città litoranee della Toscana per trasportare l’𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐭𝐞, il pregiato minerale ferroso, verso i 𝐟𝐨𝐫𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐟𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐅𝐨𝐥𝐥𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚 per produrre la ghisa. Negli altoforni si raggiungevano temperature di 1.500-2.000°. Un inferno. Ma per molti cittadini di Follonica era 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐝 𝐚𝐦𝐚𝐫𝐞 anche quando, nel 1960, la produzione siderurgica locale è stata trasferita a 𝐏𝐢𝐨𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨. Lo racconta, in un video, uno degli operai che per decenni hanno alimentato l’altoforno dell’𝐞𝐱-𝐈𝐥𝐯𝐚 nello stabilimento che oggi ospita in uno dei suoi corpi di fabbrica ristrutturati il 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐆𝐡𝐢𝐬𝐚.

𝐄𝐑𝐄𝐃𝐈𝐓𝐀’ 𝐌𝐎𝐍𝐔𝐌𝐄𝐍𝐓𝐀𝐋𝐄

𝐋’𝐈𝐥𝐯𝐚 𝐚 𝐅𝐨𝐥𝐥𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐜’𝐞’ 𝐩𝐢𝐮’, nelle cronache di oggi il suo nome è legato alle tormentatissime vicende dello 𝐬𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨, che non riesce a rilanciarsi e sta tenendo sulle spine una popolazione schiacciata fra l’esigenza di tutelare la salute e l’ambiente e l’incubo di veder sparire in un colpo 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, un rovello anche per 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 – 𝐟𝐢𝐧𝐨𝐫𝐚 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐭𝐚 – 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Al posto dell’area produttiva, a Follonica, oggi c’è un parchetto separato dal cuore della città da un 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐦𝐨𝐧𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞. L’opera, realizzata in ghisa, fa il paio con il pronao della vicina Chiesa di San Leopoldo. Ma la ghisa spunta qua e là anche in altri punti della città, come le 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐥𝐞𝐨𝐧𝐢𝐧𝐞 dell’obelisco dedicato a Garibaldi e a Mazzini in piazza Sivieri.

Ornamenti in ghisa per porte e parapetti- Museo della Ghisa (Follonica)

𝐈𝐋 𝐌𝐔𝐒𝐄𝐎

𝐍𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐨’ 𝐜𝐢 𝐬𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞 e l’aspetto generale – se si sistemerà in modo più ordinato l’area di parcheggio – potrebbe essere migliorato. L’edificio che ospita il museo 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐛𝐞𝐧 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐚𝐭𝐨 (mancano i cartelli di destinazione), si rischia quindi di girare a vuoto alla ricerca dell’ingresso dell’esposizione che racconta, 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐝 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐚 (l’utilizzo della ghisa nell’arte e nella decorazione, la storia dell’attività economica al piano superiore, il luogo di lavoro e la memoria dei lavoratori nel seminterrato), il passato della produzione siderurgica nel centro toscano. Perché i luoghi, l’economia, la società, l𝐞 𝐯𝐨𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐬𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 e la Storia, anche quella puntuale di una città o di una frazione, lascia comunque 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞. Il 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐦𝐨𝐧𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 e il 𝐩𝐫𝐨𝐧𝐚𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐨 sono cimeli di una evoluzione che ha segnato la vita della cittadina e non semplici oggetti decorativi.

Utensili in ghisa – Museo della Ghisa di Follonica

𝐈𝐥 𝐛𝐮𝐬𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐠𝐡𝐢𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐋𝐞𝐨𝐩𝐨𝐥𝐝𝐨 𝐈𝐈, granduca di Toscana, che a lungo governò anche questo territorio, accoglie il visitatore in uno spazio appena defilato rispetto al bancone della biglietteria. Un grosso 𝐟𝐫𝐚𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐭𝐞, il minerale che combinato con un’alta percentuale di carbonio si tramuta in ghisa, apre uno scenario sull’𝐢𝐧𝐝𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐦𝐢𝐧𝐞𝐫𝐚𝐫𝐢𝐚 e sul ruolo dell’𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐝’𝐄𝐥𝐛𝐚 nella filiera locale della siderurgia. Gli esempi di 𝐝𝐞𝐜𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐩𝐞𝐫 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐞 𝐛𝐚𝐥𝐜𝐨𝐧𝐢, confermano che l’𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐡𝐢𝐬𝐚 si spinse nell’800 ben oltre le esigenze legate alla produzione (è esposto anche un pannello con gli utensili prodotti con la lega, utilizzati nei laboratori artigiani). Le didascalie spiegano che l’ideazione di motivi ornamentali coinvolgeva pure 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐭𝐞𝐭𝐭𝐢 nei progetti di particolare levatura. Le sale dedicate all’illustrazione delle tecniche produttive raccontano 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 come si è evoluta nel tempo, fino all’insufflamento di aria calda che rendeva più efficiente il processo.

𝐋𝐄 𝐂𝐀𝐏𝐀𝐍𝐍𝐄 𝐃𝐄𝐈 𝐂𝐀𝐑𝐁𝐎𝐍𝐀𝐈

𝐔𝐧 𝐚𝐥𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 consente, scegliendo uno dei tomi esposti in un cassetto e appoggiandolo nel riquadro tracciato su una scrivania, di 𝐜𝐚𝐥𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐞𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 ‘𝟗𝟎𝟎. La produzione moderna si è sviluppata nella prima metà dell’800, fu Leopoldo II a creare le condizioni affinché il territorio potesse diventare sempre più attrattivo e accogliente per la 𝐦𝐚𝐧𝐨𝐝𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚: per questo motivo vennero piantati alberi e intraprese 𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐳𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐚𝐥𝐮𝐝𝐨𝐬𝐞. 𝐋𝐚 𝐟𝐢𝐥𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐞𝐫𝐫𝐨 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐡𝐢𝐬𝐚 coinvolgeva un vasto comprensorio che dall’attività estrattiva al prodotto finito estendeva le proprie ramificazioni ai centri vicini, come Cecina; gli artigiani delle zone montane rifinivano alcuni prodotti, come gli attrezzi agricoli. La visita menziona 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐚𝐫𝐛𝐨𝐧𝐚𝐢, che vivevano in 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐧𝐧𝐞 arrangiate nei boschi, e descrive il processo di trasformazione del legno nelle carbonaie. Nel seminterrato si possono ascoltare, con una selezione manuale, 𝐢 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐯𝐢𝐬𝐬𝐮𝐭𝐨 𝐥’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐚 𝐟𝐚𝐬𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐢𝐜𝐥𝐨 dello stabilimento: il lavoro nell’𝐚𝐥𝐭𝐨𝐟𝐨𝐫𝐧𝐨 era un’attività molto pericolosa, ma attorno a quel nucleo di conoscenza, di esperienze e competenze, di tecnica e di tecnologia, 𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐞𝐝 𝐞̀ 𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞, che a partire dagli anni ’50-’60, mentre la storia locale della siderurgia affrontava l’ultimo capitolo, ha iniziato a dedicare una 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥 𝐭𝐮𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨.

𝐋𝐄 𝐂𝐀𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐃𝐄𝐈 𝐏𝐄𝐒𝐂𝐀𝐓𝐎𝐑𝐈

𝐋𝐞 𝐞𝐱 𝐜𝐚𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐞𝐬𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐭𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚, oggi abitate da famiglie locali o affittate ai turisti, tratteggiano il profilo di una comunità 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐬𝐯𝐢𝐥𝐮𝐩𝐩𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐯𝐨𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 mentre la trasformazione del territorio, strappato alle bonifiche, con i campi di girasole e gli uliveti, la terra e l’allevamento, ha saputo contribuire al decollo della 𝐟𝐢𝐥𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐚𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞, uno dei vanti dell’economia nazionale. Un fattore che ha un suo peso e può rendere più piacevole e interessante la visita, per quanto breve, a questo angolo dello Stivale. Ma, come si è già scritto, le cose cambiano. E 𝐝𝐚𝐥 𝐥𝐢𝐭𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐢 𝐞’ 𝐥𝐞𝐯𝐚𝐭𝐨, 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐩𝐚𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐢𝐥 𝐠𝐫𝐢𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢, allarmati da un fenomeno che altrove – ad uno stadio più avanzato – 𝐡𝐚 𝐠𝐢𝐚’ 𝐝𝐞𝐯𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨, come è avvenuto 𝐢𝐧 𝐄𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐠𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐬𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐧𝐠𝐨𝐥𝐞. Anche questa estate gli avvistamenti di 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢 𝐛𝐥𝐮, a ridosso delle spiagge frequentate dai bagnanti, a Follonica non sono mancati e gli operatori non nascondono di temere che – come già avviene in altre zone d’Italia, come il 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐞𝐬𝐞 – il piatto tipico marinaro degli 𝐬𝐩𝐚𝐠𝐡𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐨𝐧𝐠𝐨𝐥𝐞 possa evolvere nel giro di qualche tempo, per 𝐜𝐚𝐫𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚, in un sostituto un po’ meno apprezzato, eppure egualmente costoso: 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐠𝐡𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐢 “𝐥𝐮𝐩𝐢𝐧𝐢”.

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Rispondi

Trending

Scopri di più da GuardarsIntorno.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere