𝐋𝐚 𝐫𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐩𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐚𝐧𝐞𝐬𝐞, 𝐚 𝐑𝐨𝐯𝐢𝐠𝐨, 𝐡𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐬𝐨 𝐢 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝟒𝟑𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢. 𝐆𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐝𝐨𝐦𝐞𝐬𝐭𝐢𝐜𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐚𝐠𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨𝐫𝐚𝐧𝐞𝐢

𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:

(tempo di lettura: 5′)

𝐍𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐧𝐨, 𝐝𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐢 𝟒𝟓𝟎𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐂𝐚𝐫𝐚𝐯𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨, a Roma, la rassegna dedicata al pittore danese 𝐕𝐢𝐥𝐡𝐞𝐥𝐦 𝐇𝐚𝐦𝐦𝐞𝐫𝐬𝐡ø𝐢, a 𝐑𝐨𝐯𝐢𝐠𝐨 ne ha portati un decimo, 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐚 𝟒𝟑𝐦𝐢𝐥𝐚. 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐑𝐨𝐯𝐞𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚 da qualche tempo esplora percorsi meno scontati e popolari. Quest’anno ha dato spazio ad un artista che in Italia era poco conosciuto scommettendo anche sul passaparola. Il risultato ha dato ragione a chi non ha battuto sentieri più affollati e ha deciso di aprire una finestra su un 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐨𝐧𝐝𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚, 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐮𝐧’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐝𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐢𝐥 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚, nel riflesso della 𝐥𝐮𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐨𝐥𝐞 che si posa su una parete, nelle 𝐠𝐞𝐨𝐦𝐞𝐭𝐫𝐢𝐞 che si disegnano accostando i 𝐦𝐨𝐛𝐢𝐥𝐢 o ricavando 𝐮𝐧 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 lungo una via di fuga da un ambiente chiuso. Gli “𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐬” di 𝐇𝐚𝐦𝐦𝐞𝐫𝐬𝐡ø𝐢, pittore dalla 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞𝐦𝐢𝐜𝐚 filtrata attraverso una sensibilità personale 𝐦𝐚𝐥𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐢𝐦𝐢𝐬𝐭𝐚, sono stati i protagonisti della mostra “𝐇𝐚𝐦𝐦𝐞𝐫𝐬𝐡ø𝐢 𝐞 𝐢 𝐩𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐢𝐥 𝐍𝐨𝐫𝐝 𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐞 𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚”, che ha chiuso i battenti lo scorso 29 giugno.

𝐍𝐨𝐧𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐞𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐑𝐨𝐯𝐞𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚 non fosse particolarmente ricca la rassegna ha offerto – 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟏𝟎𝟎 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐞 – anche i riferimenti dell’epoca per questo stile pittorico, con quadri di contemporanei ispirati dall’artista danese e di pittori da cui lui stesso trasse gli stimoli che lo indirizzarono verso la cosiddetta “𝐩𝐢𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨”: cose e ambienti, arredi, mobili e suppellettili ritratti in 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐬𝐯𝐮𝐨𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐚 o abitato da figure colte di spalle, intente nelle faccende domestiche o di passaggio. L’osservatore si scopre quasi 𝐮𝐧 𝐢𝐧𝐭𝐫𝐮𝐬𝐨, la vita tollerata solo all’esterno della scena i cui protagonisti sono 𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚𝐭𝐢, rischiarati dalla luce o scuriti dalla penombra, ma inseriti all’interno di 𝐮𝐧’𝐞𝐪𝐮𝐢𝐥𝐢𝐛𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐞 𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐨𝐫𝐢, per molti anni ricercata e allestita di volta in volta nell’abitazione di 𝐒𝐭𝐫𝐚𝐧𝐝𝐠𝐚𝐝𝐞 𝐧. 𝟑𝟎, 𝐚 𝐂𝐨𝐩𝐞𝐧𝐚𝐠𝐡𝐞𝐧.

𝑁𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑓𝑜𝑡𝑜, 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑜 𝑒 𝑖𝑛 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑜𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜: 𝑉𝑖𝑙ℎ𝑒𝑙𝑚 𝐻𝑎𝑚𝑚𝑒𝑟𝑠ℎø𝑖, “𝑅𝑖𝑝𝑜𝑠𝑜” (𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 1905); 𝐴𝑛𝑑𝑟𝑒́𝑠 𝐺𝑎𝑙𝑙𝑒𝑔𝑜, “𝐷𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑝𝑜𝑠𝑎” (𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 2024); 𝑉𝑖𝑙ℎ𝑒𝑙𝑚 𝐻𝑎𝑚𝑚𝑒𝑟𝑠ℎø𝑖, “Interno Strandgade 30” (𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 1905); 𝑉𝑖𝑙ℎ𝑒𝑙𝑚 𝐻𝑎𝑚𝑚𝑒𝑟𝑠ℎø𝑖, “𝐿𝑢𝑐𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑜𝑙𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑠𝑎𝑙𝑜𝑡𝑡𝑜 𝐼𝐼𝐼” (𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 1903)

𝐅𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚, rispetto alle vedute di interni sospesi e senza tempo, alcune immagini come “𝐑𝐢𝐩𝐨𝐬𝐨” (1905), dove una figura ravvicinata – la moglie dell’artista, 𝐈𝐝𝐚 𝐈𝐥𝐬𝐭𝐞𝐝 – è ripresa di spalle in una posizione che è 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐛𝐛𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞, e l’opera dove la donna, più giovane, viene 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 – seduta in posa, giacchetta chiara su abito scuro, cappello, lo sguardo reso evanescente forse dalla noia o dalla stanchezza – nel 1890, l’anno che precedette il matrimonio. Tra le opere esposte, 𝐮𝐧𝐚 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚𝐟𝐨𝐫𝐭𝐞 dell’artista svedese 𝐓𝐲𝐫𝐚 𝐊𝐥𝐞𝐞𝐧, “𝐋𝐮𝐜𝐢 𝐞 𝐨𝐦𝐛𝐫𝐞” (1907), dove la 𝐥𝐚𝐦𝐩𝐚𝐝𝐚 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐬𝐚 da una donna che sale le scale cerca di dare un volto a chi la tiene in mano e proietta 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐢 𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐮𝐫𝐢 sui gradini di una rampa buia; degni di nota anche la “𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐢𝐞𝐫𝐚” (1900-1910), ritratta dall’amico di Hammershøi, 𝐂𝐚𝐫𝐥 𝐇𝐨𝐥𝐬ø𝐞, in una stanza calda e luminosa, e il “𝐂𝐫𝐞𝐩𝐮𝐬𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞” (1894), di 𝐄’𝐦𝐢𝐥-𝐑𝐞’𝐧𝐞’ 𝐌𝐞’𝐧𝐚𝐫𝐝, avvolto in una luce livida e smorzata mentre nelle case brilla quella artificiale, oppure l’arioso “𝐀𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐨𝐬𝐩𝐢𝐭𝐢” (1911) uscito da una bella idea e dalle mani esperte del cognato, 𝐏𝐞𝐭𝐞𝐫 𝐕𝐢𝐥𝐡𝐞𝐥𝐦 𝐈𝐥𝐬𝐭𝐞𝐝. Nelle sale iniziali era esposto uno dei capolavori dell’artista, “𝐋𝐮𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐨𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐚𝐥𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐈𝐈𝐈”, dove in una stanza sobriamente arredata spicca il disegno squadrato che 𝐥𝐚 𝐥𝐮𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐨𝐥𝐞 stampa su una parete chiara. Un po’ meno interessanti le tele su cui il pennello ha ritratto 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞𝐬𝐭𝐞𝐫𝐧𝐢 (scorci cittadini e interni di chiese). 

𝑁𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑓𝑜𝑡𝑜, 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑡𝑜 𝑒 𝑖𝑛 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑜𝑟𝑎𝑟𝑖𝑜: 𝑇𝑦𝑟𝑎 𝐾𝑙𝑒𝑒𝑛, “𝐿𝑢𝑐𝑖 𝑒 𝑜𝑚𝑏𝑟𝑒” (𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 1907); 𝐴𝑛𝑑𝑟𝑒́𝑠 𝐺𝑎𝑙𝑙𝑒𝑔𝑜, “𝐼𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎” (2024); 𝐽𝑜ℎ𝑎𝑛 𝐻𝑒𝑛𝑑𝑟𝑖𝑘 𝑊𝑒𝑖𝑠𝑠𝑒𝑛𝑏𝑟𝑢𝑐𝑘, “𝐿’𝑎𝑡𝑒𝑙𝑖𝑒𝑟 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑟𝑡𝑖𝑠𝑡𝑎” (𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒, 𝑑𝑎𝑡𝑎 𝑛.𝑑.); 𝐸́𝑚𝑖𝑙𝑒-𝑅𝑒𝑛𝑒̀ 𝑀𝑒̀𝑛𝑎𝑟𝑑, “𝐶𝑟𝑒𝑝𝑢𝑠𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑠𝑢𝑙 𝑐𝑎𝑛𝑎𝑙𝑒” (1894)

𝐋𝐚 𝐫𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐢 che sembrano influenzati dall’interesse di Hammershøi per gli ambienti interni. Nelle sale sono state proiettate scene del film “𝐆𝐞𝐫𝐭𝐫𝐮𝐝” (1964), del regista danese 𝐂𝐚𝐫𝐥 𝐓𝐡𝐞𝐨𝐝𝐨𝐫 𝐃𝐫𝐞𝐲𝐞𝐫. Ma chi cerca quel tipo di visione può anche trovarla in un film drammatico del 1978, di 𝐖𝐨𝐨𝐝𝐲 𝐀𝐥𝐥𝐞𝐧, “𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐢𝐨𝐫𝐬” (consiglio dell’autore dell’articolo), dove arredi, architetture e prospettive domestiche rappresentano 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮’ 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐦𝐚 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐚.

Panorama di Venezia, di Giovanni Biasin (fine ‘800) – Palazzo Roverella (Rovigo)

𝐈𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐑𝐨𝐯𝐞𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚 si può ammirare una veduta estesa di Venezia (“𝐏𝐚𝐧𝐨𝐫𝐚𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐳𝐢𝐚”, 22 metri per 1,75 di altezza) dipinta dal pittore veneziano 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐁𝐢𝐚𝐬𝐢𝐧 verso la fine del 1800. L’opera, donata dall’artista alla città, è stata conservata fino agli ultimi restauri nella pinacoteca dell’𝐀𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞𝐦𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐂𝐨𝐧𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢. Poi è stata esposta a Palazzo Roverella. L’opera è stata congegnata in modo da consegnare all’osservatore 𝐮𝐧 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐧𝐚𝐦𝐢𝐜𝐨, come se stesse passeggiando in laguna 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞𝐳𝐳𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐞𝐫𝐞𝐧𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚. Altre informazioni sull’opera sono reperibili in questo articolo: qui il link.

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

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