𝐈𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦, 𝐜𝐚𝐧𝐝𝐢𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐎𝐬𝐜𝐚𝐫 𝟐𝟎𝟐𝟓, 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐬𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐦𝐨𝐯𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐬𝐬𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐦𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟐 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐥’𝐚𝐬𝐬𝐚𝐬𝐬𝐢𝐧𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐡𝐬𝐚 𝐀𝐦𝐢𝐧𝐢. 𝐃𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐚𝐠𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢. 𝐈𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚, 𝐟𝐮𝐠𝐠𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞, 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐯𝐢𝐯𝐞 𝐢𝐧 𝐞𝐬𝐢𝐥𝐢𝐨
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:
(tempo di lettura: 2’30”)
𝐌𝐨𝐡𝐚𝐦𝐦𝐚𝐝 𝐑𝐚𝐬𝐨𝐮𝐥𝐨𝐟, 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐫𝐚𝐧𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐟𝐮𝐠𝐠𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞 nel 2024 mentre realizzava clandestinamente il film “𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐦𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐜𝐨 𝐬𝐚𝐜𝐫𝐨”, oggi vive 𝐢𝐧 𝐞𝐬𝐢𝐥𝐢𝐨, 𝐢𝐧 𝐆𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚. In Iran é stato condannato l’anno scorso a 𝟖 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐫𝐜𝐞𝐫𝐞 e alla 𝐟𝐮𝐬𝐭𝐢𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 perché nei suoi lungometraggi racconta 𝐥’𝐨𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐦𝐞. Per questo motivo era già stato in prigione, in seguito a sentenze emesse in precedenti processi: l’anno scorso ha ritenuto che l’ultima condanna a 8 anni 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐚 𝐫𝐞𝐩𝐞𝐧𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 e ha deciso di lasciare l’Iran intraprendendo un 𝐯𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 (da anni gli è stato ritirato il passaporto) grazie al quale ha valicato 𝐚 𝐩𝐢𝐞𝐝𝐢 𝐥𝐞 𝐦𝐨𝐧𝐭𝐚𝐠𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐞, ha utilizzato 𝐫𝐢𝐟𝐮𝐠𝐢 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐟𝐢𝐝𝐚𝐭𝐞 e impiegato 𝟐𝟖 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢 per arrivare a destinazione.
𝐈𝐋 𝐂𝐀𝐑𝐂𝐄𝐑𝐄 𝐄 𝐈𝐋 𝐌𝐎𝐕𝐈𝐌𝐄𝐍𝐓𝐎
𝐌𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐯𝐚 𝐥’𝐈𝐫𝐚𝐧 𝐚 𝐬𝐮𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 concordava con la 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐟𝐫𝐚𝐧𝐜𝐨-𝐭𝐞𝐝𝐞𝐬𝐜𝐚 (ma c’è anche una quota iraniana, seppur clandestina) gli ultimi dettagli del suo più recente lavoro di cineasta: un intero film – poi premiato 𝐚 𝐂𝐚𝐧𝐧𝐞𝐬 (𝐏𝐫𝐞𝐦𝐢𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐆𝐢𝐮𝐫𝐢𝐚 𝟐𝟎𝟐𝟒) e candidato agli 𝐎𝐬𝐜𝐚𝐫 𝟐𝟎𝟐𝟓 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐌𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫 𝐅𝐢𝐥𝐦 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 – realizzato sfidando la censura, senza autorizzazione e con 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨, 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚. La storia che racconta é ispirata al 𝐦𝐨𝐯𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 “𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚, 𝐯𝐢𝐭𝐚, 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀’”, nato e cresciuto dopo l’arresto e la morte della ventiduenne 𝐢𝐫𝐚𝐧𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐌𝐚𝐡𝐬𝐚 𝐀𝐦𝐢𝐧𝐢, nel settembre 2022. Lui, Rasoulof, 52 anni, 𝐬𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐫𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐬𝐭𝐞. Nel film compaiono 𝐢𝐦𝐦𝐚𝐠𝐢𝐧𝐢 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢 di quei mesi di dimostrazioni scandite da pestaggi, incarcerazioni e violenze, 𝐫𝐞𝐜𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚 𝐝𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐢 e inserite nella trama.
𝐔𝐎𝐌𝐈𝐍𝐈, 𝐃𝐎𝐍𝐍𝐄 𝐄 𝐆𝐈𝐎𝐕𝐀𝐍𝐈
𝐋𝐚 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐡𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐞𝐬𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 di restringere al massimo i tempi, i luoghi delle riprese e lo stesso cast. Se si tiene conto di questa condizione 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨’ 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧’𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚 che riesce progressivamente a portare 𝐥𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐦𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐢𝐚𝐥𝐥𝐨 (anche se in questo caso l’obiettivo della ricerca è un “ladro”, anzi più precisamente un “mentitore”, non un assassino) per virare nella fase finale verso 𝐮𝐧 𝐞𝐩𝐢𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮𝐭𝐭𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐳𝐚𝐭𝐨 ma funzionale all’idea di fondo che ha ispirato il regista, interessato a mostrare come 𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐚𝐜𝐜𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 possa riprodurre in piccolo, nella famiglia, i fermenti di un Paese in cui 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐟𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨 soprattutto in alcuni settori della popolazione.
𝐔𝐍 𝐌𝐀𝐋𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐃𝐈𝐅𝐅𝐔𝐒𝐎
𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐢𝐧 𝐈𝐫𝐚𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚, 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐯𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 “𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚, 𝐯𝐢𝐭𝐚, 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀’” rappresenta solo una, e forse nemmeno la più evidente, delle espressioni del malessere diffuso nella società iraniana. Gli eventi degli ultimi anni in Medio Oriente e, soprattutto, 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨-𝐢𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 ai siti nucleari del Paese asiatico non hanno disarcionato o indebolito in modo sostanziale il regime teocratico. Ma il film fa intravedere un presente in cui la protesta si annida anche 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐨𝐭𝐢𝐝𝐢𝐚𝐧𝐚 e in cui i “𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥” (e il 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚) rappresentano una strada alternativa per raccontare, anche all’esterno, cosa avviene realmente nel Paese 𝐚𝐥 𝐝𝐢 𝐥𝐚’ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨.
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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