La proiezione contemporanea del film in oltre cento sale italiane ben accolta dal pubblico, poi il collegamento on line con la regista Alexis Bloom

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FERRARA. Benjamin Netanyahu, il Signore della Guerra in Medio Oriente, trema solo davanti a due pensieri: il terrore di finire in prigione e la paura di scontentare la moglie Sara. Eppure in Israele, ma anche fuori (leggi Usa, Europa etc.), sono pochi a contrastarlo e sono ben consapevoli che chi ci prova «è spacciato». Lo affermano i suoi collaboratori e gli amici del premier – una lunga carriera politica alle spalle – davanti alla macchina da presa diretta dalla regista sudafricana Alexis Bloom, che con il suo film-documentario “The Bibi Files” sta nuovamente riempiendo i cinema italiani subito dopo l’esordio fragoroso di “Naza”, presentato all’ultimo Festival di Venezia e salito subito in cima alla classifica dei film più visti in Italia. Il 30 settembre 2026 il lungometraggio, vietato in Israele, è stato proiettato contemporaneamente in oltre cento cinema italiani; la serata si è conclusa con un collegamento on line con la regista, con Giulia Innocenzi (Pueblo Unido) che ha distribuito la pellicola in Italia e la condirettrice del “Fatto Quotidiano”, Maddalena Oliva.

L’INCRIMINAZIONE

 Israele e il suo governo sono, assieme agli Usa e alla Russia, i maggiori responsabili dell’instabilità e dei conflitti più sanguinosi che hanno scosso negli ultimi anni il vecchio assetto geopolitico del pianeta. Suscita quindi un certo stupore – di fronte a fatti così eclatanti – sapere che più di 70mila persone sarebbero state massacrate a Gaza, altre migliaia in Libano e in Cisgiordania, anche perché Netanyahu nutre le due “fobie” richiamate nell’incipit. Le radici dell’assalto genocida nella Striscia, questo racconta il film, partono infatti da lontano. Dai “regali” (sigari costosissimi, champagne a fiumi, bracciali incastonati di gemme) ricevuti dal premier israeliano e dalla consorte come controparte di favori. Sono questi alcuni dei fatti oggetto degli interrogatori a carico del premier disposti nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria che ha mosso i suoi passi preliminari dieci anni fa e che ha portato nel 2019 alla sua incriminazione per corruzione, frode e abuso d’ufficio.

MEMORIA SELETTIVA

La polizia giudiziaria ha interrogato lui, i suoi familiari (moglie e figlio Yair), gli ex collaboratori e i presunti complici. La legge israeliana sottopone a forti restrizioni la possibilità di donare valori a esponenti politici. Quei video sono stati caricati da una fonte protetta su una piattaforma di messaggistica, “Signal”, che garantisce con la crittografia la privacy delle comunicazioni e infine consegnate alla regista, che le ha selezionate e montate nei “Bibi Files”. Gli interrogatori ripresi dalle telecamere sono duri e pressanti e lo stesso Netanyahu appare in diverse occasioni in difficoltà. Ai poliziotti, che gli contestano fatti precisi, risponde alzando la voce, invocando complotti (come la moglie, a cui è riservato lo stesso trattamento) e arroccandosi dietro una sfilza di “non ricordo”.

CHAMPAGNE COME CAFFE’

Le accuse contestano “do ut des” e conflitti di interesse ma lui nega tutto. C’è chi racconta che alla fine di uscite conviviali con l’entourage del presidente, piuttosto “salate” al momento del conto, «pagavamo sempre noi», chi ricostruisce la vicenda di un bracciale del valore di decine di migliaia di euro donato alla moglie che però secondo il marito era troppo vistoso, quindi da sostituire. Chi ricorda che Sara beveva bicchieri di champagne come fossero tazzine di caffè. Chi si è chiesto da dove arrivavano i sigari da un migliaio di dollari l’uno che Netanyahu amava fumare senza farsi vedere troppo in giro. Lui contesta tutto e replica che non ricorda nulla nonostante collaboratori e amici sostengano che abbia una memoria prodigiosa.

UN SITO INTERNET AL SUO SERVIZIO

Nell’angustissimo ufficetto sede degli interrogatori il premier sbatte i pugni sul tavolo, accusa i poliziotti di fare il gioco sporco di chi vuole detronizzarlo e attribuisce a chi ha riferito agli inquirenti gli episodi sospetti la responsabilità di avere mentito (ma chi lo conosce ripete che è un bugiardo seriale e senza scrupoli). La moglie strilla e minaccia di andarsene convinta che la polizia dovrebbe andare a cercare piuttosto chi minaccia la sicurezza del Paese. Viene sentito anche il figlio Yair indicato come il suo possibile erede politico. Per gli inquirenti Netanyahu è coinvolto in operazioni discutibili: scambi di favori con persone potenti in gravi difficoltà economiche e non solo, che poi si sono sdebitate. In un caso avrebbe di fatto preso il controllo di un sito internet molto frequentato dai giovani, trasformato in un megafono della propaganda politica dopo essere intervenuto – questa una delle ipotesi al centro dell’inchiesta – in aiuto del proprietario. C’è un siparietto che svela un retroscena illuminante. quando uno degli interrogati chiede ai poliziotti: «Possiamo omettere dal verbale la parola “tangente”? Se questa cosa esce sono rovinato».

LA SOFFIATA IGNORATA

Sono state quelle “confidenze” annotate dagli investigatori a convincerlo che per lui avrebbero potuto aprirsi le porte del carcere spingendolo a reagire «come un animale ferito», ha affermato Alexis Bloom in collegamento streaming dopo la proiezione. Fallito il tentativo di addomesticare la magistratura con una riforma contestata da imponenti manifestazioni pubbliche, Netanyahu ha colto l’occasione dell’assalto perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 per scatenare la guerra infinita: contro Hamas, Hezbollah e l’Iran, protetto dagli Stati Uniti di Donald Trump e dai silenzi dell’Europa (Italia compresa). Per lui l’alleanza politica con due tra i peggiori esponenti della destra mondiale (i razzisti sanguinari Smotrich e Ben-Gvir, ministri del suo governo) e la guerra permanente rappresentano la garanzia e la speranza di poter sfuggire ad una condanna pesante. Ma anche di dribblare i sospetti di non aver fermato, quando era in tempo, l’assalto di Hamas ignorando una soffiata giunta dagli Emirati Arabi rivelatasi assolutamente fondata e le notizie che gli assegnano un ruolo nell’operazione che a suo tempo avrebbe portato nei forzieri di Hamas fondi cospicui perpetuando così una minaccia per Israele utile e funzionale alla sua sopravvivenza politica.

IL VERDETTO NELLE URNE

L’inchiesta penale non è ancora conclusa, nel frattempo gli inquirenti sono cambiati (Ben-Gvir è ministro della Sicurezza nazionale), non si sa se e quando arriverà in porto. Guadagnando tempo, il prossimo 27 ottobre Netanyahu spera di poter pareggiare il confronto nelle urne con l’opposizione o comunque di poter risultare in qualche modo utile o decisivo nei nuovi rapporti di forze che si instaureranno in parlamento dopo le elezioni.

Gioele Caccia

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