All’Arena, quasi al completo, la chiusura del tour 2026. I grandi successi in quasi tre ore di concerto vivace e partecipato: tanta musica e un po’ di recital. I VIDEO

Audio summary of the article (translation by Gemini)*:

«Quando ero piccolo…pardon più giovane». Riccardo Cocciante scherza su quello che è stato da ragazzino un suo complesso fisico, l’altezza, poi fa il mattatore cantando con il pubblico, senza l’accompagnamento dell’orchestra, l’ultima strofa di “Margherita”. Non dimentica la guerra di liberazione che insanguinò l’ex Indocina francese e che lo divise dai suoi amici d’infanzia (nacque nel 1946 a Saigon che col nome di Ho Chi Minh oggi è città del Vietnam) e accenna all’importanza della libertà raccontando anche alcuni passaggi della sua carriera. Il 27 settembre 2026 ha concluso il suo tour con un concerto-recital all’Arena di Verona. Quest’anno ha festeggiato due volte: il suo ottantesimo compleanno e il cinquantesimo dalla pubblicazione di “Margherita”, uno dei più grandi successi del cantautore. Per l’occasione Cocciante invita il pubblico a cantare a cappella l’ultima strofa, condividendo il testo in “duetto” con migliaia di spettatori. Un momento magico.

LA STORIA DI MARGHERITA

“Margherita” merita una citazione speciale anche per la sua storia. A metà anni ’70 la carriera dell’artista era in rapida ascesa, per completare l’album pubblicato nel 1976 mancava una canzone. Riccardo Cocciante aveva una traccia musicale, mancavano le parole. Affidò il compito a Marco Luberti, suo paroliere per tanti anni, il quale lo chiamò in piena notte per dirgli che aveva una strofa che sembrava molto promettente. Divenne l’incipit di “Margherita” che però acquisì quel titolo solo dopo aver superato altri due ostacoli: le perplessità di Cocciante che preferiva un nome diverso per la protagonista della canzone e quelle di Vangelis, l’arrangiatore del brano, che non vedeva un futuro per la composizione. La canzone divenne, oltre che un singolo di successo (il pezzo dominò la classifica italiana per dieci settimane e si piazzò bene anche all’estero), la title track dell’album “Concerto per Margherita”.

DA RICHARD A RICCARDO

Ma il titolo della canzone non fu l’unico fattore a generare qualche esitazione. Anche il suo nome, nei primi passi della sua carriera come ha ricordato lo stesso cantautore, dovette attraversare un periodo di transizione: per qualche tempo «sono stato Richard Cocciante – ha raccontato al pubblico dell’Arena – poi ho deciso di riprendere il mio nome perché tutti oggi hanno uno pseudonimo. Io voglio il mio nome, Riccardo». Anche le potenzialità della sua voce – unica, potente, profonda e riconoscibile – non furono ben comprese all’inizio, aggiunge Cocciante. Ma il tempo è stato dalla sua parte. Come i temi delle sue canzoni, fusi con una musica che cerca sempre le note giuste, quelle che restano nell’orecchio. E allora arrivano “Un buco nel cuore”, quando lo «stare insieme» diventa il passato o è ancora solo un auspicio, seguita da “Cervo a primavera”, perché non è sbagliato «fare anche un passo indietro e recuperare ciò che si è perduto quando si cresce» e da “Il treno”, che si fermerà solo «quando qualcuno ci chiamerà».

DUE ACCORDI CON IL PIANO

La «confessione», come la chiama lui seduto su uno dei cubi posati su palcoscenico, riguarda il suo rito mattutino. «Quando mi alzo – aggiunge – vado verso il pianoforte e non so quello che verrà. Metto due accordi e solo il tempo mi aiuta a capire se vale la pena o no continuare». Poi serve al pubblico le note amare di “Era già tutto previsto”, quelle che lo legano all’amico Fabrizio Frizzi per “Hai un amico in me”, traduzione italiana di un brano della colonna sonora del film d’animazione “Toy Story”, quelle dolcissime che assieme all’interpretazione di Rino Gaetano hanno portato “A mano a mano” verso il successo (ma la canzone è dell’affermata coppia Cocciante-Luberti) e quelle, che hanno stimolato il coro della platea, di “Un nuovo amico”. Lo sguardo si allunga sull’attualità più o meno a metà concerto quando l’artista accenna al «piccolo spiraglio dove, in questo mondo pieno di costrizioni, si può vivere più liberi nella mente e anche di agire. Certe volte, però, si paga molto». Le note de “Il tempo delle Cattedrali”, intonate assieme al cantante e direttore d’orchestra Marco Vito, raccontano oltre ad una storia che si perde nel tempo, quella di un musical, “Notre Dame de Paris”, che continua ad incantare il pubblico, già inserito nel programma ottobrino dell’Arena.

I SEMPREVERDI

Scorrono “Sincerità”, “Celeste nostalgia”, dove emerge la vena melodica dell’ex “arrabbiato”. Questa posa ritorna nel tono della voce, più rude e stentoreo, in “Quando finisce un amore” per sciogliersi subito dopo nell’atmosfera intima e malinconica di “Poesia”. Il finale è una sequenza di sempreverdi, da “Bella senz’anima” a “Questione di feeling”, da “Io canto” a “Se stiamo insieme”. “In bicicletta” conclude uno spettacolo ricco ed emozionante tra gli applausi, con l’Arena ancora illuminata dalle torce dei cellulari e la simpatia e il talento di un artista che ha tenuto il pubblico, per due ore e tre quarti, incollato alla sedia. Sembra proprio che il verso iniziale di “Margherita” sia il refrain senza tempo della vita del cantante: “Io non posso stare fermo, con le mani nelle mani…”.

* Audio generated by AI platform

Gioele Caccia


I VIDEO (elenco in aggiornamento)

“Margherita“: Cocciante “solo” con il pubblico: QUI

“Io canto”: la canzone e le parole rivolte al pubblico: QUI

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