Il film di Abraham e Szor fa il pieno al botteghino. Tra i militari intervistati l’odio per i palestinesi ma anche la consapevolezza di partecipare ad un massacro che ricorda la Shoah. “Tutti gli smartphone nella Striscia sorvegliati, ascoltavamo i bambini prima di bombardare le loro case”

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«La verità è che non so più cosa sono io», commenta tetro – mentre viene ripreso nel buio su una terrazza di Tel Aviv – uno dei militari delle squadre speciali addestrate dall’esercito israeliano. Irriconoscibile, parla avvolto dalla notte israeliana e spiega di aver capito sul campo, a Gaza, come è possibile convivere con il pensiero quotidiano di essere uno dei carnefici coinvolti in uno sterminio di massa. Questo avvenne, racconta, con la Shoah. Ma lui lo ha visto con i suoi occhi replicato a Gaza dove i carnefici sono l’esercito, l’Idf, e il governo d’Israele non si sa fino a che punto sostenuti dalla popolazione (forse sarà più chiaro dopo le elezioni di fine ottobre). Sono paralleli che una gran parte dell’establishment italiano, anche governativo, europeo, in generale occidentale ed americano, non è disposto a fare.

ORDINI BESTIALI

 “Naza”, il film di Yuval Abraham e Rachel Szor, ai quali ora il governo presieduto da Benjamin Netanyahu vuole “revocare” la cittadinanza (ma sono cittadini nativi israeliani), ha riscosso oltre 25 minuti di applausi al termine della proiezione al Festival del Cinema di Venezia 2026, dove ha ricevuto il Premio speciale della Giuria. In questi giorni sta riempiendo le sale italiane e ha scalzato dalla vetta della classifica, nei primi due giorni, gli altri titoli in programmazione. Dal cinema si esce in silenzio, uno stato che nasconde forse la consapevolezza che quella macchina di morte è oggi fuori controllo, affidata ai piani di una cricca di governanti che hanno perso anche l’ultimo briciolo di umanità. La telecamera inquadra militari (24 tra soldati e ufficiali dei servizi segreti) con i lineamenti contraffatti dal ritocco digitale: raccontano, spesso con tono indifferente o cinico, talvolta con un atteggiamento più problematico, il loro odio per la popolazione palestinese oppure spiegano di avere semplicemente obbedito a ordini (bestiali) maturando il timore di aver ampiamente superato la barriera dell’orrore e dell’abiezione ammissibili in un consesso umano.

MACERIE E CADAVERI

Il doc raccoglie le loro testimonianze e le monta con immagini “rubate” dagli appartamenti di Tel Aviv visibili dalla terrazza allestita come un set. Nella parte finale del film una carrellata mostra una fila di gambe immobili appartenenti a civili schiacciati, uno accanto all’altro, dalle macerie di un palazzo bombardato. “Gaza è macerie e cadaveri”, così la definisce uno dei soldati intervistati. Un altro militare racconta di non aver guardato le immagini trasmesse in diretta da un drone israeliano che riprendeva cadaveri sbranati dai cani (uno spettacolo da non perdere, però, per alcuni suoi colleghi). La guerra a Gaza è stata (è ancora) pulizia etnica e – ormai noti gli obiettivi dell’attacco militare e gli esiti più recenti di inchieste giornalistiche sull’allarme terrorismo ignorato da Nethanyahu pochi giorni prima del 7 ottobre – genocidio. Questo lo sanno e lo confessano gli stessi militari. “Naza” è un documento straordinario che conferma, grazie al coraggio e alla tenacia dei due registi, quanto da anni si sa (ma molti non vogliono vedere) sulla grande vendetta storica perpetrata da Israele contro Hamas dopo l’atroce e ingiustificabile massacro terrorista di civili al Festival Supernova che ha causato 1200 morti e 250 rapiti.

L’ANTISEMITISMO STRUMENTALE

«Parliamo di un sistema di uccisioni di massa – aveva dichiarato Abraham in conferenza stampa, a Venezia – crimini di Stato generalizzati basati su una sorveglianza capillare. La memoria dell’Olocausto e la questione molto reale dell’antisemitismo vengono usate per giustificare azioni ingiustificabili, come il massacro dei civili a Gaza. Questo viene utilizzato nella “politica della memoria” per ottenere un effetto opposto rispetto alla richiesta di avere valori umani condivisi, universali e comuni».

IL COLPO DI GRAZIA

In alcune immagini si vedono soldati disegnare con un pennarello alcune mappe di palazzi su un foglio bianco. Dentro quei quadrati e rettangoli vivevano decine di migliaia di “naza“:  in gergo militare danni collaterali, in realtà – nella stragrande maggioranza dei casi – semplici civili “a perdere” senza collegamenti con Hamas. Un disprezzo per la vita degli altri che ricorda l’abiezione senza fondo del nazismo: anche 500 morti, bersagli senza colpa, diventano “sacrificabili” se esiste l’ipotetica certezza di uccidere un sospetto terrorista. Persone ferite vengono finite con il colpo di grazia, soldati e ufficiali ascoltano le voci dei bambini captate dai cellulari intercettati pochi secondi prima di far partire l’ordigno che avrebbe sterminato i piccoli e i loro familiari. «Morivano così – confermano gli intervistati anonimi – e non sempre il nostro obiettivo si trovava con loro, in casa».

IL TIRO AL BERSAGLIO

Tra gli atti più disumani, il tiro al bersaglio sui palestinesi che uscivano dalla fila per correre verso i luoghi di distribuzione del cibo e l’assassinio di chi oltrepassava la cosiddetta linea gialla di sicurezza. «Decidevamo noi dove tracciarla, ma i palestinesi non sapevano dove la collocavamo. Lo scoprivano a loro spese», l’ennesimo fotogramma impazzito di una guerra ridotta ad una sorta di videogioco mentre ogni pulsante premuto, ogni schizzo tracciato sulla mappa prima della distruzione, è solo un atto parziale, parcellizzato che porta all’autoassoluzione. Quella scelta si perde dentro il grande puzzle di ruoli e decisioni che ha determinato la decimazione di oltre 73mila palestinesi, in buona parte civili, tra i quali quasi 20mila bambini e quasi 40mila donne.

LE SPIE DENTRO OGNI CASA

In questo “gioco” al massacro, però, chi attacca non corre alcun rischio tranne quello di incrociare, raramente, la propria coscienza. «Fai quello che ti dicono perché se la volontà vacilla crolla tutto il sistema», il consiglio-ordine elargito dai capi ai sottoposti. L’obiettivo fin dall’inizio era azzerare Gaza, radere al suolo interi quartieri, rendere impossibile la vita nella Striscia per costringere i palestinesi ad abbandonare la loro terra. Entrare nelle case prima di colpire, stimare il numero dei naza, è relativamente facile per chi ha a disposizione una tecnologia in grado di penetrare qualsiasi protezione di sicurezza, di spiare gli smartphone, strumenti d’uso comune convertibili in grimaldello per la sorveglianza di massa. Con le informazioni raccolte da altri canali e l’uso di programmi di Intelligenza artificiale, il calcolo presunto dei naza di ogni piano o palazzo compare sul computer pochi minuti prima dell’attacco. Micidiale negli effetti, senza aver fugato però il dubbio di avere anche sbagliato, perché l’IA ci azzecca “ma all’85%”.

IL SUICIDIO DEI MILITARI

L’attacco non si fermerà in nessun caso, nemmeno «se una persona è incapace di muoversi, di abbandonare l’edificio», spiega al regista uno dei testimoni che spesso rispondono alle domande come robot supertecnologici sottoposti ad anni di lavaggio del cervello finalizzato all’odio etnico. Ma non tutti sono pupazzi addestrati per la guerra. L’essere umano ingabbiato nella mimetica ogni tanto chiede di uscire: tra soldati e riservisti israeliani, dal 2023, si sono registrati decine di suicidi e centinaia di tentati suicidi, casi di burnout e ricoveri. Alcuni di questi militari sono stati inviati da Israele nei mesi scorsi a “rilassarsi” in Sardegna.

** Audio generated by AI platform

Gioele Caccia

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