𝐈𝐥 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐅𝐚𝐛𝐢𝐨 𝐌𝐢𝐧𝐢, 𝐞𝐱 𝐂𝐚𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐌𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐒𝐮𝐝 𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚: «𝐋’𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐡𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐚𝐫𝐦𝐨 𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐬𝐚. 𝐈 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐄𝐬𝐭 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐧𝐨 𝐭𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚, 𝐧𝐨𝐧 𝐞’ 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥’𝐚𝐥𝐥𝐞𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐢𝐮’ 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢. 𝐋’𝐔𝐞, 𝐢𝐧𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨, 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐟𝐢𝐧𝐢𝐬𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐭𝐨»
𝑁𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑒𝑣𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎: 𝐶𝑙𝑎𝑢𝑑𝑖𝑜 𝑃𝑖𝑠𝑎𝑝𝑖𝑎 (𝑃𝑟𝑜 𝐿𝑜𝑐𝑜 𝑉𝑜𝑔ℎ𝑖𝑒𝑟𝑎), 𝑖𝑙 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎𝑙𝑒 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑜 𝑀𝑖𝑛𝑖 𝑒 𝐼𝑠𝑎𝑏𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑀𝑎𝑠𝑖𝑛𝑎 (𝐶𝑜𝑚𝑢𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑉𝑜𝑔ℎ𝑖𝑒𝑟𝑎)
(tempo di lettura: 9′)
𝐈𝐥 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐂𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐝’𝐀𝐫𝐦𝐚𝐭𝐚 𝐅𝐚𝐛𝐢𝐨 𝐌𝐢𝐧𝐢, 83 anni, è stato tra il 2000 e il 2002 Capo di Stato Maggiore del Comando Nato per il Sud Europa che, a partire dal 2001, ha guidato le missioni interforze nei Balcani. Nel 2002-2003 è stato il Comandante della Missione Internazionale in Kosovo. Ha appena pubblicato il suo ultimo libro: “La Nato in guerra. Dal patto di difesa alla frenesia bellica” (ed. Dedalo). Il suo ruolo nel Comando europeo della Nato si è esaurito nel 2004. Venerdì 24 ottobre ha partecipato ad un incontro pubblico nella Delizia di Belriguardo, a Voghiera. L’iniziativa è stata organizzata dalla Pro Loco di Voghiera (era presente 𝐂𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐏𝐢𝐬𝐚𝐩𝐢𝐚) e dal Comune di Voghiera (referente, 𝐈𝐬𝐚𝐛𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐌𝐚𝐬𝐢𝐧𝐚). Il generale ha maturato da tempo un giudizio fortemente critico sul ruolo della Nato in Europa e nel mondo.
𝐆𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞, 𝐜𝐨𝐬’𝐞’ 𝐥𝐚 𝐍𝐚𝐭𝐨 𝐨𝐠𝐠𝐢?
«E’ un’organizzazione che soffre di gigantismo e di burocrazia, col risultato che ancora oggi la difesa dell’Europa dipende dagli Stati Uniti e dal loro interesse, tutto politico, di difenderla da una concreta minaccia militare che li possa coinvolgere non soltanto in Europa ma sul loro stesso territorio. La farraginosità burocratica e l’ambiguità delle scelte strategiche hanno messo in crisi il suo massimo organo politico costituito dal Comitato Atlantico di cui fanno parte i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri. Funzionano – finanche troppo bene – la parte politico-militare costituita dal Comitato Militare, composto dai Capi di Stato Maggiore della Difesa dei Paesi membri, e la parte esecutiva militare gestita dal Comando Supremo delle Forze Nato in Europa. Il trattato istitutivo, del 1949, prevedeva 12 Paesi membri, tra cui l’Italia. Oggi – quasi 80 anni dopo – la Nato si è molto allargata, fino a includere 32 Stati con diverse concezioni della sicurezza e della difesa. Non è stato un processo senza conseguenze: attualmente l’organizzazione risponde ad un vertice burocratico, costituito dal Segretario generale e dai suoi innumerevoli collaboratori che col pretesto di mediare tra le varie istanze dei singoli Paesi ha portato la dirigenza politica ad imboccare una strada diversa da quella definita dal trattato originario».
𝐔𝐧𝐚 “𝐝𝐞𝐯𝐢𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞” 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐚, 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐥𝐞𝐢. 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞’?
«Perché si è invertito l’ordine di priorità del Trattato. Questo è ancora in vigore e prevede tre diverse funzioni: un compito prettamente politico, con il riferimento ai principi della Carta dell’Onu, di prevenire i conflitti e adottare misure per controllarli; un compito organizzativo per tradurre la politica in metodi e procedure per conseguire il consenso e risolvere i conflitti; un compito militare (ultimo in graduatoria e previsto in due soli articoli su quattordici) per l’attuazione della difesa comune nel caso di attacco ad uno dei Paesi membri. A partire dagli ultimi anni ’90, questo ordine prioritario è stato ribaltato: l’intervento militare è l’unica cosa a cui pensano i politici e di cui si occupa il Segretario generale assumendo posizioni personali e parziali in contrasto con lo statuto e con gli interessi della sicurezza europea. Si è deciso di puntare sulla provocazione, sugli interventi armati anche al di fuori dei limiti territoriali della Nato e di spendere dei soldi che non ci sono non tanto per il giusto ammodernamento e rafforzamento delle difese di ciascun Paese ma per costituire minaccia credibile».
𝐔𝐧𝐚 𝐦𝐢𝐧𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚. 𝐏𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢?
«Ironicamente ribadisco che “purtroppo” la parte militare della Nato è efficiente e funziona. Ha preso per buone e valide le indicazioni politiche manovrate dalla burocrazia e ha fatto ciò che deve. Ha pianificato un riarmo in chiave offensiva (la difesa preventiva), ha individuato i settori da rafforzare e gli armamenti necessari e con questo semplice calcolo ha definito la lista della spesa e la quantità di denaro necessaria: è da questo calcolo della serva che viene fuori quell’aumento del Pil da destinare alla difesa dal 2 al 5% come base, e oltre, fino al 15%. Ha anche considerato che la difesa preventiva deve essere in grado di eliminare la Russia al primo colpo perché se non ci riesce ritiene che “ci aspetteranno 15 anni di guerra di logoramento”. E qui è chiara l’allusione all’impiego delle armi nucleari, in Europa, contro l’Europa stessa».
𝐒𝐞𝐦𝐛𝐫𝐚 𝐮𝐧 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐨. 𝐌𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞’ 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐩𝐥𝐚𝐮𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨?
«L’Europa in pieno regime di frenesia bellica si è resa conto che assumendo la Russia come nemico da eliminare deve destinare 6.800 miliardi di euro per riarmarsi entro il 2035, che saranno acquisiti a debito. Ma i debiti devono essere pagati e quei soldi saranno sottratti alle politiche sociali dei Paesi europei, graveranno sui conti e sulle risorse a disposizione delle famiglie. Si continua a ripetere che la Russia è una minaccia imminente ma – come si vede chiaramente dall’evoluzione della guerra in Ucraina – ha impiegato più di tre anni per non riuscire nemmeno a conquistare tutto il Donbass: come può rappresentare una minaccia per tutto il continente tale da richiedere il riarmo generalizzato e persino l’impiego delle armi nucleari ? E se la minaccia russa è così imminente come mai ci prendiamo tempo fino al 2035 per difenderci? In realtà questa “minaccia” ha il solo scopo di creare un consenso per dirottare un enorme quantità di fondi sul settore militare perché altri settori industriali, in Europa e soprattutto in Germania, sono fermi e stanno arretrando».
𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐢𝐟𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 “𝐝𝐞𝐫𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨” 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐍𝐚𝐭𝐨?
«C’erano già segnali durante le missioni Onu nei Balcani nei primi anni ’90. Ma la sua “missione” è deragliata fino a superare i limiti della legalità con la crisi del Kosovo e la guerra contro la Serbia. La Nato, dalla difesa del territorio protetto dal Patto Atlantico, si è spinta avanti fino a entrare in guerra senza alcun avallo dell’Onu e ha bombardato la Serbia. Era guerra, non difesa del territorio. Tutto questo si è ripetuto con altre “missioni” effettuate ben oltre i confini europei, in Afghanistan ad esempio, dove la Nato si è messa a disposizione degli interessi americani. L’allargamento ai Paesi dell’Est e Baltici, non voluto da tutti i membri, ha fatto entrare nella Nato Stati che non avevano i requisiti per essere ammessi : non erano in grado di proteggere se stessi e di migliorare la sicurezza di tutti i Paesi membri, come dispone il Trattato. E ancora oggi non hanno tali capacità e sono i primi a richiedere l’intervento di tutti i membri per metterli al sicuro dalla minaccia russa. L’allargamento del perimetro ha rafforzato invece l’apparato burocratico e bellicista che ormai pensa solo in termini di conflitto armato».
𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞’ 𝐫𝐢𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐬𝐚𝐫𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐬𝐚?
«L’Europa oggi pensa ad erigere nuovi muri invece di aprire nuovi canali . Pensa al “Muro di droni” con tecnologie che cambiano da un giorno all’altro e non garantiranno nessuna sicurezza. Così si creerà una bolla che prima o poi scoppierà, saranno bruciati miliardi. Ritengo che l’Unione europea dovrebbe continuare a impegnarsi per fare avanzare le economie dei Paesi aderenti, la Nato invece dovrebbe tornare al suo scopo originario. I Paesi dell’Est dovrebbero riflettere sul fatto che il loro ingresso nella Nato non li salvaguarda dai conflitti: la permanenza in questa Unione Europea bellicosa li minaccia molto più di quanto non faccia la Russia. Questi Paesi dovrebbero riconsiderare la loro neutralità perduta che li ha portati alla prosperità e che ora, con l’ingresso nella Nato e nella Ue, rischiano di perdere. Lo scopo della Nato deve tornare ad essere la difesa, secondo lo spirito del trattato istitutivo e della Carta dell’Onu, in cui la guerra è citata in un’unica frase, altrimenti il futuro sarà quello di un gigante condannato al fallimento».
𝐌𝐚 𝐞’ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐢𝐧𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐢 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐄𝐬𝐭 𝐚 𝐮𝐬𝐜𝐢𝐫𝐞? 𝐌𝐨𝐥𝐭𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐨𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐥𝐚 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚 𝐞𝐝 𝐞’ 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐚𝐧𝐨 𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐍𝐚𝐭𝐨.
«Non è necessario cacciarli, cosa che il trattato non prevede, e nemmeno che spetti a noi convincerli ad uscire. Possono restare e contribuire a far cambiare politica a tutta la Nato invece di sperare che i loro pretesti e i loro incitamenti alla guerra la costringano a sacrificare la sicurezza di un continente per “aiutarli”. Le cose sono cambiate anche nei rapporti con gli Stati Uniti e ritorna più forte che mai il dubbio che per decenni ha minato la deterrenza della Nato: il dubbio che qualche Paese membro non sia disposto a garantire la loro protezione in uno scenario molto diverso dal passato. E per il criterio del consenso che vige in ambito Nato, l’opposizione di uno farebbe fallire qualsiasi proposta degli altri. A quel punto dovrebbero essere loro a considerare l’uscita come migliore opzione».
𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐨’ 𝐡𝐚 𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐢, 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐨 𝐫𝐢𝐭𝐢𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐔𝐬𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 (𝐧𝐨𝐧 𝐜𝐢 𝐬𝐚𝐫𝐚’ 𝐥𝐚 𝐫𝐨𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐮𝐬𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐧 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚) 𝐚𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐍𝐚𝐭𝐨, 𝐩𝐢𝐮’ 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐞 𝐦𝐢𝐧𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨.
«Questa prospettiva dovrebbe rappresentare un’ulteriore stimolo per l’Alleanza Atlantica: dovrebbe tornare a fare difesa, non ad armarsi per fare la guerra».
𝐋𝐞𝐢 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐔𝐧𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐮𝐫𝐨𝐩𝐞𝐚 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚 𝐚𝐝𝐞𝐠𝐮𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐫𝐮𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐬𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐫𝐞?
«Sì. Nel tempo è emersa tutta la sua debolezza. Si è messa di fatto in attesa. Aspetta che passino i mesi che mancano alle elezioni americane di metà mandato sperando che Trump si indebolisca per poi aspettare ancora che esaurisca l’intero mandato. Io ho perso la fiducia che possa cambiare la sua linea, ma così si va verso uno scenario che rende più probabile un futuro conflitto. Non subito, credo, ma il rischio crescerà nei prossimi anni».
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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