𝐋𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐚𝐫𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐍𝐞𝐰 𝐘𝐨𝐫𝐤 𝐓𝐢𝐦𝐞𝐬 𝐞’ 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐥’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐞 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐢𝐥 “𝐛𝐚𝐫𝐨𝐦𝐞𝐭𝐫𝐨” 𝐝𝐢 𝐑𝐞𝐩𝐨𝐫𝐭𝐞𝐫 𝐒𝐚𝐧𝐬 𝐅𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞𝐬 𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞 𝐚𝐥 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐔𝐬𝐚, 𝐢𝐧 𝐂𝐢𝐧𝐚, 𝐢𝐧 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚, 𝐢𝐧 𝐔𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢𝐚, 𝐢𝐧 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚, 𝐢𝐧 𝐈𝐧𝐝𝐢𝐚, 𝐢𝐧 𝐀𝐫𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥𝐞
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:
(tempo di lettura: 5′)
𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐔𝐬𝐚, 𝐃𝐨𝐧𝐚𝐥𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩, 𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚 “𝐚𝐝𝐝𝐨𝐦𝐞𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚”. Nelle bordate che ogni giorno riserva, ostentando il suo personale disprezzo, agli avversari di turno (ma il termine giusto sarebbe “𝐛𝐞𝐫𝐬𝐚𝐠𝐥𝐢”) c’è tutto il veleno che può essere iniettato con una 𝐟𝐫𝐞𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐬𝐜𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚. Trump colpisce la 𝐦𝐚𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚, che respinge al mittente i suoi ordini esecutivi sui 𝐦𝐢𝐠𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢 (dopo aver nominato un numero di giudici nella Corte Suprema sufficiente a garantirgli una certa sintonia politica con la maggioranza dell’organo giudiziario quando un contenzioso viene portato in quella sede), le 𝐔𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚’ non allineate, prende a ceffoni pubblicamente la 𝐅𝐞𝐝 𝐞 𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢, licenzia dirigenti del 𝐂𝐝𝐜 (l’agenzia della sanità pubblica Usa, qui un video riguardante questo caso: https://lc.cx/WfZljk), componenti degli 𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢, apicali dell’𝐈𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐜𝐞 𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐢𝐜𝐢 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢, tappa la bocca ai 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 (fino all’arresto). E ha fatto strame, aizzando 𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐮𝐝𝐚𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐄𝐥𝐨𝐧 𝐌𝐮𝐬𝐤, dei dipendenti della pubblica amministrazione (ma poi anche Musk, pressato dai conflitti di interesse come il presidente americano, sfumata la sintonia con Trump, è stato liquidato). Chi ostacola il leader viene messo all’angolo e se questa è la linea scelta per rafforzare 𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨, quello domiciliato alla Casa Bianca, a scapito del principio dei checks and balances, nell’elenco dei reprobi non potevano mancare due poteri istituzionali, o ex, così battezzati dalle democrazie: il quarto (la stampa) e il quinto (la tv).
𝐑𝐈𝐒𝐀𝐑𝐂𝐈𝐌𝐄𝐍𝐓𝐈 𝐌𝐈𝐋𝐈𝐎𝐍𝐀𝐑𝐈 𝐃𝐀𝐋𝐋𝐄 𝐓𝐕
𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢 “𝐧𝐞𝐦𝐢𝐜𝐢” 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 che si sarebbero acquattati nelle redazioni dei colossi multimediali è iniziata da un pezzo. Solo negli ultimi mesi il presidente, dopo aver intentato 𝐜𝐚𝐮𝐬𝐞 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐝𝐚𝐫𝐢𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐢𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐞 𝐨𝐬𝐭𝐢𝐥𝐢, ha ottenuto 𝟏𝟓 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐝𝐨𝐥𝐥𝐚𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐚𝐫𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐦𝐢𝐭𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐭𝐯 𝐀𝐛𝐜 (un giornalista aveva usato ripetutamente, in un servizio, la parola “stupro” trattando la notizia di un caso giudiziario che ha coinvolto Trump, condannato per abuso sessuale in un processo civile promosso dalla giornalista 𝐄𝐥𝐢𝐳𝐚𝐛𝐞𝐭𝐡 𝐉𝐞𝐚𝐧 𝐂𝐚𝐫𝐫𝐨𝐥𝐥) e 𝟏𝟔 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐝𝐨𝐥𝐥𝐚𝐫𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐛𝐬 per il montaggio di un’intervista con la sua avversaria alle ultime elezioni, 𝐊𝐚𝐦𝐚𝐥𝐚 𝐇𝐚𝐫𝐫𝐢𝐬, ritenuto scorretto (Cbs fa parte del gruppo 𝐏𝐚𝐫𝐚𝐦𝐨𝐮𝐧𝐭 che quest’anno ha annunciato la fusione con la società 𝐒𝐤𝐲𝐝𝐚𝐧𝐜𝐞 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐚, casa di produzione cinematografica, procedimento subordinato ad autorizzazioni pubbliche: qui l’articolo). 𝐃𝐢𝐞𝐜𝐢 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐝𝐨𝐥𝐥𝐚𝐫𝐢, per confermare un modus operandi, li ha chiesti anche al 𝐖𝐚𝐥𝐥 𝐒𝐭𝐫𝐞𝐞𝐭 𝐉𝐨𝐮𝐫𝐧𝐚𝐥 per aver pubblicato notizie inerenti i suoi rapporti con il pedofilo Jeffrey Epstein.
𝐍𝐘𝐓 𝐒𝐎𝐓𝐓𝐎 𝐓𝐈𝐑𝐎 𝐏𝐄𝐑 𝐋𝐀 𝐓𝐄𝐑𝐙𝐀 𝐕𝐎𝐋𝐓𝐀
𝐎𝐫𝐚 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞-𝐭𝐲𝐜𝐨𝐨𝐧 𝐡𝐚 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞. Ha deciso di presentare 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝟏𝟓 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐝𝐨𝐥𝐥𝐚𝐫𝐢 𝐚𝐥 𝐍𝐞𝐰 𝐘𝐨𝐫𝐤 𝐓𝐢𝐦𝐞𝐬 per «interferenze elettorali e diffamazione». La celebre testata americana era 𝐠𝐢𝐚’ 𝐟𝐢𝐧𝐢𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐦𝐢𝐫𝐢𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐃𝐨𝐧𝐚𝐥𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩, nel 2016 e nel 2021, ma i giudici non avevano accolto le sue ragioni in entrambi i casi. 𝐍𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐮𝐞 𝐜𝐚𝐮𝐬𝐞 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐥𝐢 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐚 𝐝𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 e solleva la questione dei 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐢, come è avvenuto per il NYT. Alla testata giornalistica 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐨’ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐫 𝐚𝐠𝐢𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐦𝐚𝐥𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 nei suoi confronti. Il giornale ritiene infondate le ragioni accampate dal querelante e lo accusa di voler mettere «𝐢𝐥 𝐛𝐚𝐯𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚’ 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐦𝐩𝐚». Gli ha anche risposto che non si lascerà «intimidire». 𝐋𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚’ 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐬𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐭𝐚𝐥𝐞, 𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐥 𝐭𝐨𝐥𝐥𝐞𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞: è ammessa al tavolo della democrazia con diffidenza – talvolta celata, oggi sempre più spesso esibita – nei 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 (non soltanto in politica) e, 𝐬𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞’ 𝐛𝐞𝐧 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚, è stata depotenziata o piegata da un 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨, il lavoro giornalistico viene avversato con tutti i mezzi e 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 (omicidi 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐭𝐤𝐨𝐯𝐬𝐤𝐚𝐣𝐚 in Russia, 𝐊𝐮𝐜𝐢𝐚𝐤 in Cecoslovacchia, 𝐉𝐮𝐦𝐚𝐥𝐨𝐧 nelle Filippine). Il 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐜𝐨 è considerato uno degli Stati più pericolosi al mondo (anche) per i giornalisti.
𝐋𝐈𝐁𝐄𝐑𝐓𝐀’ 𝐂𝐎𝐍𝐃𝐈𝐙𝐈𝐎𝐍𝐀𝐓𝐀
𝐂𝐡𝐢 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞 𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐨𝐧𝐝𝐞 𝐧𝐨𝐭𝐢𝐳𝐢𝐞 𝐞’ 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐫𝐬𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐢 𝐭𝐞𝐚𝐭𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚, come 𝐔𝐜𝐫𝐚𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐆𝐚𝐳𝐚 solo per citare i due conflitti più presenti nelle cronache di questi anni, almeno in Occidente: 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟎 𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐨𝐫𝐭𝐞𝐫 𝐞 𝐜𝐫𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐢 dall’inizio del feroce e disumano assalto a Gaza da parte dell’esercito israeliano, 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐧𝐞 nel Paese dell’Europa orientale aggredito dalla 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚 (un tributo lo hanno pagato anche i suoi cronisti e inviati). Da qualche tempo, da quando 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚, 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐨𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐨 𝐧𝐞𝐨𝐧𝐚𝐳𝐢𝐬𝐭𝐚, ha iniziato a mietere consensi nelle democrazie occidentali, 𝐢 𝐦𝐚𝐫𝐠𝐢𝐧𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚’ 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐦𝐩𝐚 𝐞 𝐨𝐩𝐢𝐧𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐫𝐢𝐧𝐠𝐞𝐫𝐬𝐢 in modo percepibile. Nei Paesi comunisti o ex comunisti (𝐂𝐢𝐧𝐚, 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚, 𝐂𝐨𝐫𝐞𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐍𝐨𝐫𝐝) questo diritto è da decenni sottoposto ad una stretta sorveglianza da parte delle autorità, silenziato o quasi. 𝐈 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚𝐫𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐢𝐦𝐨𝐫𝐢𝐭𝐢, 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, 𝐛𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐫𝐞𝐥𝐞 𝐭𝐞𝐦𝐞𝐫𝐚𝐫𝐢𝐞 il cui scopo è intimidire, in genere con la richiesta di risarcimenti, chi lavora nelle redazioni in una fase nella quale le società editoriali scontano il prezzo del 𝐜𝐚𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐝𝐢𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝐞𝐝𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐢𝐭𝐚̀, oppure 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐜𝐨𝐧𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢 𝐚𝐝 𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐭𝐢𝐳𝐢𝐞, in genere di cronaca giudiziaria, particolarmente temuta da chi governa.
𝐋𝐀 𝐂𝐋𝐀𝐒𝐒𝐈𝐅𝐈𝐂𝐀 𝐃𝐈 𝐑𝐒𝐅
𝐍𝐞𝐥𝐥’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐨 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐑𝐞𝐩𝐨𝐫𝐭𝐞𝐫 𝐒𝐚𝐧𝐬 𝐅𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞𝐬 (𝐖𝐨𝐫𝐥𝐝 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐬 𝐅𝐫𝐞𝐞𝐝𝐨𝐦 𝐈𝐧𝐝𝐞𝐱 𝟐𝟎𝟐𝟓: 𝐪𝐮𝐢 𝐥𝐚 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚, https://rsf.org/en/index) questo arretramento dei diritti è stato registrato dai dati raccolti dall’organizzazione internazionale: 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐔𝐧𝐢𝐭𝐢 in calo di 2 posizioni (57° posto), la 𝐂𝐢𝐧𝐚, che resta «la più grande prigione al mondo per giornalisti», di 6 (178a), la 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚, «dove la stampa è controllata da oligarchi collegati al Cremlino», di 9 (171a), la 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚, dove «una quota significativa della stampa nazionale è controllata da pochi ricchi proprietari», di 4 (25a), l’𝐀𝐫𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚, dove «Javier Milei ha stigmatizzato i giornalisti e ha smantellato i media pubblici» di 21 (87a). In 𝐔𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢𝐚 (68a) «il governo soffoca le testate critiche attraverso una distribuzione iniqua della pubblicità statale», è scritto nel Rapporto, in 𝐈𝐧𝐝𝐢𝐚 uno dei problemi è «la concentrazione della proprietà dei media nelle mani di gruppi influenti legati al potere politico» ma il sistema dell’informazione soffre anche la limitatezza delle risorse economiche.
𝐈𝐋 𝐂𝐀𝐒𝐎 𝐑𝐀𝐈
𝐄 𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚? 𝐒𝐜𝐢𝐯𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐫𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢: 𝐝𝐚𝐥 𝟒𝟔° 𝐚𝐥 𝟒𝟗° 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 su 180 Paesi. 𝐋’𝐢𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐑𝐚𝐢 𝐞̀’ 𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐬𝐨: l’ultimo sviluppo è l’effetto del pressing politico sul 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐚𝐦𝐦𝐚 𝐝’𝐢𝐧𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 “𝐑𝐞𝐩𝐨𝐫𝐭”, 𝐠𝐢𝐚’ 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐭𝐢𝐫𝐨 𝐝𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 (in questi giorni si è diffusa la notizia che il conduttore, 𝐒𝐢𝐠𝐟𝐫𝐢𝐝𝐨 𝐑𝐚𝐧𝐮𝐜𝐜𝐢, potrebbe trasferirsi armi e bagagli a la7). 𝐈𝐥 𝐓𝐠𝟏, 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐫𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨, (ex) leader sul territorio nazionale, perde colpi e oggi è impegnato in 𝐮𝐧 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐥𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐚 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐓𝐠𝟓 dopo aver ripiegato su posizioni sfacciatamente filogovernative. 𝐋𝐚 “𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐛𝐚𝐯𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨” 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐝𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐭𝐢𝐳𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐫𝐨𝐧𝐚𝐜𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐚𝐫𝐢𝐚 con completezza rispettando il limite strettamente legato al segreto istruttorio. Il 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 ha annunciato di voler regolamentare in modo nuovo 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐚𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐦𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐦𝐩𝐚 introducendo sanzioni che prevedono 𝐫𝐢𝐬𝐚𝐫𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐢 𝐠𝐫𝐮𝐩𝐩𝐢 𝐞𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢, 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚 𝟓𝟎𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐞𝐮𝐫𝐨 (in questa intervista, dell’anno scorso, parla il curatore del provvedimento, 𝐢𝐥 𝐬𝐞𝐧𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐅𝐝𝐢, 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐁𝐚𝐥𝐛𝐨𝐧𝐢: https://lc.cx/mAeZ7g).
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
* 𝐿𝑎 𝑓𝑜𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑒𝑣𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑎 realizzata 𝑐𝑜𝑛 𝑢𝑛 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑟𝑎𝑚𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝐼𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖𝑔𝑒𝑛𝑧𝑎 𝐴𝑟𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑖𝑎𝑙𝑒
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