𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐳𝐢𝐨 𝐑𝐢𝐳𝐳𝐨 (𝐔𝐧𝐢𝐟𝐞), 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐚𝐬𝐬𝐢𝐞𝐦𝐞 𝐚𝐥 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐠𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐢 (𝐔𝐧𝐢𝐦𝐢), 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨 “𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐨𝐬𝐭𝐨”
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐢𝐧 𝐞𝐧𝐠𝐥𝐢𝐬𝐡 (by Gemini’s translator)*:
(tempo di lettura: 10 minuti)
𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐞 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐳𝐢𝐨 𝐑𝐢𝐳𝐳𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐮𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐢 𝐮𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢, il primo ordinario di Economia politica all’Università di Milano, il secondo titolare della cattedra di Scienza delle Finanze all’Università di Ferrara. Nel febbraio scorso hanno pubblicato il libro “𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐨𝐬𝐭𝐨. 𝐋𝐚𝐯𝐨𝐫𝐢, 𝐬𝐚𝐥𝐚𝐫𝐢, 𝐟𝐢𝐬𝐜𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞” (ed. Egea), 140 pagine nelle quali hanno spiegato perché l’Italia è il Paese dei bassi stipendi, perché la 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 perde colpi, perché l’ascesa dei prezzi sta continuando a rosicchiare la busta paga dei cittadini, perché gli evasori fiscali nel Belpaese hanno vita facile e perché molti giovani nati nello Stivale preferiscono cercare lavoro all’estero. In questa intervista 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐳𝐢𝐨 𝐑𝐢𝐳𝐳𝐨 spiega le ragioni della debolezza del sistema Italia nelle 𝐟𝐚𝐛𝐛𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞, sui pedali delle biciclette dei 𝐫𝐚𝐢𝐝𝐞𝐫, negli uffici della pubblica amministrazione, nelle attività commerciali, negli ospedali, dove mese dopo mese lo stipendio perde un pezzetto del suo 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐝’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐨.
𝐏𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫 𝐑𝐢𝐳𝐳𝐨, 𝐧𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐨𝐟𝐟𝐫𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 “𝐩𝐞𝐫𝐝𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨”. 𝐄𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚, 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐢 𝐟𝐢𝐫𝐦𝐚𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝟗𝟎𝟎 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨.
Uno dei motivi alla radice di questo fenomeno è legato alla rappresentatività del sindacato. In Italia non è chiaro chi può veramente firmare i contratti. Qui sono nati anche sindacati ad hoc per firmare contratti che danneggiano i lavoratori. Questo succede anche grazie all’assenza di una legge che stabilisca chi è rappresentativo e chi no. Il recente decreto Primo Maggio del governo Meloni va in questa direzione ma non spiega chi è realmente rappresentativo, chi può firmare per i lavoratori e chi non lo può fare.
𝐈𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐛𝐮𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐚𝐠𝐚: 𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.
Sì, la vecchia “scala mobile” (un sistema automatico che agganciava gli stipendi al costo della vita, ndr) tutelava i lavoratori mentre la contrattazione decentrata, in azienda, consentiva di riallocare la produttività: chi produceva di più e meglio poteva contare su un migliore trattamento economico. La “scala mobile” non fa più parte da molto tempo dei meccanismi che regolano la contrattazione collettiva. E’ noto inoltre che gli stipendi mantengono il loro valore solo se i contratti vengono firmati effettivamente ogni 2-3 anni, ma questo oggi non succede nel nostro Paese per la maggior parte delle categorie interessate. Il rinnovo fra l’altro si fa stimando l’inflazione attesa per gli anni successivi nell’intento di evitare un effetto di rincorsa tra prezzi e salari. All’interno di questo quadro il biennio 2022-2023 – quando l’nflazione si è impennata soprattutto per il rincaro dei prodotti energetici, che vengono importati – è stato dirompente. Anche perché per calcolare la rivalutazione degli stipendi si usa un indice che “sterilizza” l’inflazione importata, un altro fattore che ha impedito alla busta paga di mantenere inalterato il suo potere d’acquisto. Solo i metalmeccanici hanno recuperato buona parte di quanto è stato perduto per la crescita dei prezzi.


Leonzio Rizzo (a sinistra) e Marco Leonardi, gli autori del libro “Il prezzo nascosto”
𝐈 𝐝𝐮𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐥’𝟖% 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐝’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐚𝐥𝐚𝐫𝐢. 𝐀 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐬𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐢𝐭𝐚, 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐚𝐛𝐢𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐫𝐚’ 𝐩𝐢𝐮’ 𝐫𝐞𝐜𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐚.
Secondo stime del Fondo Monetario Internazionale oggi l’inflazione può risalire a causa dei conflitti in corso aggravando l’impatto sulle buste paga registrato nei primi anni della guerra in Ucraina. Anche oggi sarebbe in buona parte importata. Se a questo quadro si accosta quello di un sistema di contrattazione che cronicamente sconta ritardi, anche di anni, allora è facile capire che il recupero di valore rischia di essere una chimera. Negli altri Paesi europei le scadenze dei contratti vengono rispettate, noi restiamo un caso anomalo.
𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞’ 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐝𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨?
Il sindacato non riesce ad esprimere una forza sufficiente per chiudere la contrattazione entro i termini programmati. In Francia e Germania questo non accade. Così l’inflazione assesta un colpo micidiale al reddito dei lavoratori dipendenti, tanto più se i contratti si chiudono a distanza di anni rispetto alla loro scadenza.
𝐌𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐫𝐞 – 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐭𝐞 – 𝐞’ 𝐜𝐚𝐥𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐬𝐬𝐞𝐠𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐜𝐚𝐥𝐜𝐨𝐥𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐥 𝐧𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.
In Italia il “peso” delle imposte grava soprattutto sulle spalle di dipendenti e pensionati. Le partite Iva invece possono contare sulla flat tax (al 15%, ndr) sotto gli 85mila euro. I redditi più bassi vengono in qualche modo tutelati con agevolazioni e altre forme di aiuto. La classe media invece continua a fare i conti col fiscal drag (il prelievo fiscale aggiuntivo dovuto ad una semplice crescita nominale dello stipendio che viene eroso da aliquote fiscali più elevate, ndr) e l’esito è la perdita reale di potere d’acquisto. Che avviene di conseguenza anche per la riduzione di servizi legati a indicatori applicati sul reddito nominale mentre la contrattazione fatica a rispettare le scadenze del rinnovo e non viene garantita la reale rappresentatività di chi firma i contratti (contratti pirata, ndr). Le partite Iva godono dello scudo della flat tax e i redditi da capitale hanno un’aliquota fissa del 26%. Per i lavoratori dipendenti il prelievo fiscale cresce invece col reddito. Così si creano disparità difficili da accettare: un lavoratore dipendente e un lavoratore autonomo che hanno lo stesso reddito da lavoro versano allo Stato importi molto diversi.

𝐈𝐥 𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥 𝐝𝐫𝐚𝐠 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐚𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢.
E’ vero. E’ un meccanismo che usano anche altri Paesi. Quando aumentano gli stipendi nominali – anche se la loro crescita è inferiore all’inflazione – il fiscal drag riesce ad assicurare comunque maggiori entrate allo Stato perché le buste paga entrano in uno scaglione superiore con aliquote più alte. Altri Paesi hanno indicizzato all’inflazione gli scaglioni, come Usa, Canada e Austria. L’Italia non lo ha fatto. Ed è bene sapere anche quello che avviene successivamente. Il governo stanzia infatti risorse per proteggere chi ha redditi molto bassi. Dove le prende? Dall’extra-gettito incassato grazie al fiscal drag: è una partita di giro. lo Stato con una mano prende e con l’altra dà. Il bilancio può contare su questa sorta di tassa non dichiarata, che poi colpisce sempre le stesse fasce sociali.
𝐈𝐥 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐯𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐛𝐮𝐨𝐧𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐭𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐢 𝟑-𝟒 𝐚𝐧𝐧𝐢.
Sì è salito, ma si tratta di lavoro spesso “povero”. Gli imprenditori trovano più conveniente occupare manodopera a bassa specializzazione, che costa poco, piuttosto che innovare e fare investimenti. Mentre le famiglie per far quadrare i conti, con stipendi reali in calo, cercano di aumentare le entrate: in pratica nelle famiglie lavorano più persone. Ma singolarmente non c’è una crescita del valore reale degli stipendi.
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨’ 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮’ 𝐞𝐪𝐮𝐨 𝐢𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐞?
Il taglio delle spese di bilancio non garantisce risultati concreti, si può risparmiare qualcosa ma scuola, ospedali, pensioni, che già oggi faticano a garantire il mantenimento dei servizi, devono essere finanziati. Una strada possibile è tassare di più il rendimento da capitale, ma occorre trovare un accordo con gli altri Paesi altrimenti l’investitore si sposta dove trova un trattamento più favorevole. Ragioniamo piuttosto sulle imposte di successione, di fatto eliminate sotto il milione di euro a partire dai governi Berlusconi. Sopra quella soglia si paga solo il 4%. L’Italia da questa fonte incassa meno di 1 miliardo di euro, la Francia 18 miliardi, la Spagna 8-9. Anche la Germania può contare su introiti importanti. Occorre spostare il prelievo fiscale dal lavoro verso il patrimonio. E si dovrebbero tassare di più anche eredità e donazioni. Abbiamo fatto una simulazione. Anche limitando l’intervento alla quota superiore al milione, prevedendo un’aliquota progressiva lo Stato potrebbe incassare 6 miliardi di euro in più all’anno. Con queste risorse si potrebbe ridurre il carico fiscale, che in Italia è molto alto. Parliamo anche dell’Imu. Perché chi possiede una casa non deve pagare le tasse? Strade e marciapiedi devono comunque essere manutenuti. Si vuole tutelare chi ha una sola casa? Si può far pagare di più il possesso della seconda o dalla terza in su. Sugli immobili il prelievo è più basso di quello da capitale. Se consideriamo la cedolare secca sugli affitti, va nella stessa direzione. Conosco imprenditori che preferiscono comprare case e affittarle piuttosto che investire di più nella loro attività.

𝐀𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢 𝐢𝐥 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚 𝐩𝐢𝐮’ 𝐚𝐦𝐚𝐫𝐞𝐳𝐳𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐨𝐝𝐝𝐢𝐬𝐟𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢.
Quelli bravi, lo sappiamo, escono dall’Italia, vanno in Germania, Spagna, Francia. Stiamo perdendo lavoratori brillanti, prepariamo e formiamo il capitale umano che poi va ad usare altrove le competenze apprese.
𝐋𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐬𝐨 𝐡𝐚 𝐚𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚?
Meno di quello che si pensava quando è stata introdotta. E’ presente nelle imprese medio-grandi, in quelle piccole e piccolissime non incide o incide poco e non è semplice da praticare. Mantiene comunque un ruolo, ma marginale. C’è da dire che oggi la remunerazione economica può essere in parte sostituita da altre tipologie di aiuti come i contributi per l’asilo, per la baby sitter ecc.
𝐏𝐫𝐨𝐩𝐨𝐧𝐞𝐭𝐞 𝐥’𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐜𝐚𝐠𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐬𝐢𝐞𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐩𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐬𝐮𝐥 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐟𝐫 𝐢𝐧 𝐛𝐮𝐬𝐭𝐚.
Sì, l’indicizzazione degli scaglioni fiscali, che annulla l’effetto dell’inflazione, è molto diffusa fuori dal nostro Paese. E poi bisogna rinnovare i contratti in tempo. Il Tfr in busta paga non risolve il problema. Sono soldi dei lavoratori che entrano nello stipendio ma per il dipendente, in sostanza, la situazione non cambia: il suo stipendio reale resta invariato, è solo un anticipo di quanto gli spetterebbe in futuro.
𝐋𝐞 𝐛𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐞 𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐞𝐭𝐢𝐜𝐢 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢.
Torniamo sempre lì. I dati Eurostat indicano che l’80% del valore aggiunto in Italia va al profitto, il 20% ai salari. Questo non avviene in Spagna, dove la situazione si ribalta, o in Germania. Non è semplice trovare un sistema per aumentare la pressione sulle banche e fino ad oggi gli interventi concretamente non hanno reso molto. Per le imprese dell’energia servirebbe una regolazione che consentirebbe di moderare gli incrementi e di accelerare il calo delle bollette. Mentre scendeva il costo dell’energia, dopo il 2023, abbiamo visto salire in bolletta i costi di “commercializzazione”. C’è spazio per intervenire.
𝐋𝐚 𝐟𝐥𝐚𝐭 𝐭𝐚𝐱, 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐭𝐞, 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐫𝐨𝐢𝐭𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢. 𝐄’ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐮𝐧 𝐟𝐥𝐨𝐩 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐛𝐢𝐥𝐚𝐧𝐜𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨? 𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐨𝐫𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐢?
La Lega è stato il principale sostenitore della flat tax, il calo delle tasse avrebbe dovuto essere esteso anche ai lavori dipendenti. Sono passati anni, ma questo non è stato fatto. Il concordato fiscale tende paradossalmente a far pagare meno imposte a chi sarebbe comunque disposto a pagarle, perché è più conveniente aderire che versare il dovuto. Gli evasori veri, quelli continuano ad evadere. Contano su controlli ridotti a livelli talmente bassi che possono sperare di farla franca. Ma se i controlli passano al setaccio non solo il 5% di un settore ma il 20% ogni anno, allora le cose cambiano anche per l’evasore incallito. Bisogna investire qui: si spende ma si potrebbero recuperare risorse importanti.
𝐀𝐥 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐠𝐚𝐥𝐥𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐞𝐫𝐞𝐧𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚. 𝐀 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐠𝐢𝐮𝐧𝐭𝐮𝐫𝐞, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐞 𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐢𝐨’ 𝐜𝐡𝐞 𝐭𝐨𝐫𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚𝐧𝐨 𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐢𝐭𝐭𝐢.
C’è una soluzione, ma va adottata a livello europeo: niente paradisi fiscali in Europa. Certo, non è e non sarà facile trovare un accordo su questo punto. Ma non si possono nascondere risorse così ingenti ai sistemi fiscali nazionali.
𝐒𝐚𝐥𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐦𝐨 𝐬𝐢’ 𝐨 𝐧𝐨?
Sì, senza dubbio. E anche indicizzato all’inflazione. Non è vero che condizionerebbe i contratti “buoni” al ribasso, come ha affermato anche recentemente una parte del sindacato. Penso inoltre che il sindacato dovrebbe concentrarsi di più sui suoi compiti istituzionali. Serve unità e forse qualche distrazione in meno sul fronte politico
𝐈𝐥 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐡𝐚 𝐚𝐝𝐨𝐭𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐝𝐞𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐏𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐌𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨. 𝐐𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐦𝐮𝐨𝐯𝐞𝐧𝐝𝐨.
Il meccanismo per cui in caso di ritardo il contratto viene indicizzato al 30% dell’inflazione è un passo avanti da registrare. Inoltre si tiene conto anche dell’inflazione importata e va bene. Ma a certe condizioni può indurre il datore di lavoro a non firmare il contratto perché questa soluzione risulta più conveniente. Bisogna andare oltre.
𝐈 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐯𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐞𝐜𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐦𝐚𝐢 𝐫𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐭𝐨. 𝐄 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐬𝐛𝐥𝐨𝐜𝐜𝐚 𝐧𝐨𝐧𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐭𝐫𝐞 𝐬𝐜𝐢𝐨𝐩𝐞𝐫𝐢 𝐠𝐢𝐚’ 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐢. 𝐈𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐟𝐨𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐞𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.
Questa è una malattia tutta Italiana. E’ chiaro che di fronte a proposte che non consentono di recuperare neanche l’inflazione bisogna continuare a lottare, anche a oltranza. Il sindacato e le altre istituzioni devono cooperare per garantire il rispetto delle scadenze per il rinnovo dei contratti collettivi. E’ il modo più efficace per evitare la progressiva erosione del potere d’acquisto. Bisogna imparare dagli altri Paesi, dove questa condizione viene osservata.
* La foto in evidenza e la foto della busta paga generate con una piattaforma di IA
* La voce che legge l’articolo generata con una piattaforma di IA (audio generated by AI platform)
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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