𝐋𝐚 𝐬𝐮𝐚 “𝐛𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚” 𝐫𝐢𝐚𝐬𝐬𝐮𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐋𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢, 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐑𝐞𝐥𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢. 𝐀 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐫𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐢𝐧𝐢𝐭𝐚’ 𝐧𝐞𝐢 𝐯𝐚𝐬𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐚 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐋𝐮𝐝𝐨𝐯𝐢𝐜𝐨 𝐢𝐥 𝐌𝐨𝐫𝐨. 𝐋’𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐭𝐨: «𝐅𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐁𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢»
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐢𝐧 𝐞𝐧𝐠𝐥𝐢𝐬𝐡 (by Gemini’s translator):
(tempo di lettura: 10′)
𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐨 𝐋𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢, 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐞 𝟏𝟗𝟕𝟏, 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐨, 𝐞’ 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐨, ricercatore, guida turistica (specializzata per le visite alla Necropoli Vaticana), esperto di Storia delle Religioni e docente presso il Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, di Roma. Il 25 ottobre scorso ha tenuto una affollata conferenza nel salone del 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐀𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨 𝐍𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐚, a 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚, dove ha approfondito il tema del mito di 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬, divinità greca del vino, e di come si è trasformato nella cultura delle civiltà successive (i Romani). Alcune immagini sono impresse sui 𝐯𝐚𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐚 e la loro descrizione ha occupato una parte importante della trattazione. Locchi accompagna spesso gli iscritti dell’associazione nelle escursioni organizzate presso siti archeologici. La conferenza è stata particolarmente gradita dal pubblico per la semplicità e la chiarezza con cui il docente ha esposto i diversi nuclei della dissertazione, con contenuti specialistici nell’ambito storico, della storia dell’arte e archeologico. Finito l’incontro, la vicepresidente del Gruppo Archeologico Ferrarese, 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐋𝐚𝐧𝐟𝐫𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢, ha accompagnato gli ospiti in una breve visita guidata all’interno delle sale del museo.


Alessandro Locchi e la presidente del Gruppo Archeologico Ferrarese, Letizia Bassi
𝐏𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫 𝐋𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢, 𝐥𝐞𝐢 𝐡𝐚 𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚𝐧𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐭𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐨 𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐢𝐦𝐦𝐚𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐬𝐮𝐢 𝐯𝐚𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐧𝐯𝐞𝐧𝐮𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐭𝐨 𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐚 𝐞𝐝 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐋𝐮𝐝𝐨𝐯𝐢𝐜𝐨 𝐢𝐥 𝐌𝐨𝐫𝐨, 𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚. 𝐄’ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐛𝐫𝐞𝐯𝐞 “𝐛𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚” 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐨 𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐨?
In occasione di quell’interessante iniziativa (per la realizzazione della quale sono profondamente grato al direttore del Museo, Tiziano Trocchi, e al Gruppo Archeologico Ferrarese) mi sono avventurato in un’impresa poco agevole, ovvero tentare di inquadrare la natura e le peculiarità di un protagonista dell’antica religione greca, 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬 appunto, di per sé particolarmente sfuggente. Dietro le etichette oltremodo riduttive di “𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐯𝐢𝐧𝐨” o “𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐛𝐛𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐢𝐚” (spesso ripetute nei manuali scolastici o in datati dizionari mitologici) si profila infatti una figura divina ambigua e dalle molte sfaccettature, la cui specifica funzionalità, al di là dell’aspetto enologico, consiste generalmente nel produrre un improvviso ribaltamento della realtà (efficacemente descritto in un noto dramma di Euripide, Le Baccanti) o, ancora meglio, nel determinare una temporanea sospensione del normale ordine delle cose, utile poi a riaffermare la validità di certi valori dell’antica società ellenica.
𝐍𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐚𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐫𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚, 𝐬𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨’ 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐫𝐥𝐚 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐝𝐨, 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐯𝐚 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐨?
Curiosamente, nonostante l’indubbia popolarità del suo culto, il ruolo di 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬 nella gerarchia delle divinità olimpiche risulta marginale. Ciò è da ricollegare ad uno status divino sui generis e ad un vistoso rapporto con la morte e la sfera dell’oltretomba. Nel mito relativo alle sue origini, il dio, frutto di una relazione clandestina del sovrano divino 𝐙𝐞𝐮𝐬 con una mortale, la principessa 𝐒𝐞𝐦𝐞𝐥𝐞, sfugge alla morte ancora prima di nascere. Estratto immaturo dal grembo della madre morta, viene infatti salvato dal padre il quale, cucendoselo all’interno della coscia e portando così a buon fine questa bizzarra gestazione, lo mette al mondo. Non finisce qui: una volta cresciuto, il dio “nato due volte” sarebbe stato protagonista, in più di un’occasione, di episodi di catabasi – ovvero di discesa nell’oltretomba – e di successivo ritorno sulla terra. Questa sua caratteristica di “dio che muore” lo avvicina ad una specifica categoria di personaggi mitici, gli 𝐞𝐫𝐨𝐢, che proprio dall’esperienza della morte erano contraddistinti (al punto che il culto a loro tributato avveniva proprio sulla tomba), contribuendo a relegarlo in una posizione secondaria rispetto alle grandi figure divine del pantheon.

𝐃𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐨 𝐞 𝐁𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐞 𝐦𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢, 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐭𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐞. 𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐦𝐢𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐯𝐢 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐢 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢 𝐨 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐦𝐚𝐧𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐢𝐟𝐥𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨𝐫𝐚𝐧𝐞𝐚?
È indubbio che 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬 e i moltissimi protagonisti del mito greco, pur appartenendo ad una realtà cronologicamente assai distante da noi, sono tutt’altro che dimenticati ma godono tuttora di una particolare vitalità. Per averne conferma è sufficiente rammentare l’infinità di realizzazioni artistiche che li vedono protagonisti in disparati ambiti culturali: è il caso della produzione narrativa (si pensi ai recenti lavori di Madeline Miller, dedicati a 𝐂𝐢𝐫𝐜𝐞 e a 𝐆𝐚𝐥𝐚𝐭𝐞𝐚), delle arti figurative, della danza o del cinema (dai datati peplum-movies degli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo ai recenti kolossal, come Troy). Eloquente è inoltre la persistenza di queste figure nel linguaggio di tutti i giorni: tralasciando espressioni di uso abbastanza comune come il citatissimo “tallone di 𝐀𝐜𝐡𝐢𝐥𝐥𝐞” o il “cadere nelle braccia di 𝐌𝐨𝐫𝐟𝐞𝐨”, è da notare come la semplice menzione di alcuni personaggi mitici quali 𝐂𝐢𝐫𝐜𝐞, 𝐀𝐝𝐨𝐧𝐞 o 𝐍𝐚𝐫𝐜𝐢𝐬𝐨 evochi subito dei comportamenti o delle specifiche tipologie umane.
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐞𝐫𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐟𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 “𝐜𝐨𝐫𝐭𝐞”?
Non è semplice dare una risposta precisa a questa domanda. È infatti davvero molto consistente il numero dei reperti di 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐚 collegati, a vario titolo, alla tematica dionisiaca: non a caso proprio al dio e alle sue raffigurazioni vennero dedicati, parecchi anni or sono, un’esposizione e un importante convegno internazionale (entrambi tenutisi a Comacchio, in provincia di Ferrara, nel 1989). L’innegabile popolarità del culto di 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬 è riscontrabile soprattutto nell’ambito della pittura vascolare: nei vasi attici o nelle successive produzioni locali (che invito caldamente a ricercare, o magari a rivedere, nei magnifici spazi del 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐀𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨 𝐍𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚) sui quali l’immagine ricorrente è appunto quella del dio o dei suoi invasati seguaci (𝐒𝐚𝐭𝐢𝐫𝐢, 𝐌𝐞𝐧𝐚𝐝𝐢) impegnati in solenni bevute o in schermaglie amorose (Foto 1).

𝐈𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐚𝐠𝐢𝐧𝐢 𝐞’ 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐫𝐞𝐩𝐞𝐫𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨?
E’ piuttosto frequente la rappresentazione di singoli episodi della sua movimentata biografia: dalla complicata nascita al coinvolgimento nella 𝐆𝐢𝐠𝐚𝐧𝐭𝐨𝐦𝐚𝐜𝐡𝐢𝐚 (combattimento tra Dèi e Giganti) fino alle nozze con la principessa cretese 𝐀𝐫𝐢𝐚𝐝𝐧𝐞 (Arianna). Rientra a pieno titolo tra queste figurazioni mitiche una scena di rara bellezza, apprezzabile su un cratere a campana (V sec. a.C.), proveniente dalla 𝐭𝐨𝐦𝐛𝐚 𝟑𝟏𝟏 𝐝𝐢 𝐕𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐓𝐫𝐞𝐛𝐛𝐚 (FOTO 2). Su un lato del vaso si nota l’immagine di un fanciullo, provvisto di attributi bacchici, ritto in piedi sulle gambe di una maestosa divinità maschile seduta: 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬 infante sulle ginocchia del padre 𝐙𝐞𝐮𝐬 o – secondo una diversa interpretazione – il dio stesso, in versione matura, in compagnia di uno dei suoi figli, dal nome trasparente di 𝐎𝐢𝐧𝐨𝐩𝐢𝐨𝐧 (‘bevitore di vino’?). A conferma di un certo successo e di una concreta adesione al culto dionisiaco da parte della popolazione di 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐚 è infine da segnalare il ritrovamento, in contesti abitativi, di alcuni frammenti graffiti col nome della divinità, plausibili attestazioni di offerte o pratiche religiose, a lui indirizzate, in ambito cittadino.

𝐃𝐮𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐥𝐞𝐢 𝐡𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐜𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐥’𝐢𝐦𝐦𝐚𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐫𝐩𝐞𝐧𝐭𝐞. 𝐄’ 𝐮𝐧’𝐢𝐜𝐨𝐧𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐨 𝐫𝐞𝐥𝐢𝐠𝐢𝐨𝐬𝐨. 𝐂𝐡𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐨?
In effetti, come nel caso di alcuni temibili animali (tori, leoni, pantere), l’immagine del 𝐫𝐞𝐭𝐭𝐢𝐥𝐞 si ritrova, con una certa frequenza, nelle raffigurazioni dionisiache: lo vediamo spesso brandito dalle 𝐌𝐞𝐧𝐚𝐝𝐢, le invasate seguaci del dio, o più raramente, posto come singolare ornamento sul capo della divinità. Tale iconografia caratterizza uno dei vasi più noti ed interessanti restituiti dagli scavi di Spina: si tratta del cratere proveniente dalla 𝐭𝐨𝐦𝐛𝐚 𝟏𝟐𝟖 𝐝𝐢 𝐕𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐓𝐫𝐞𝐛𝐛𝐚, attribuito alla scuola del celebre pittore greco Polignoto (fine V sec. a.C.) (FOTO 3). Su un lato del manufatto spicca una coppia divina assisa in trono in cui è possibile riconoscere la dea 𝐂𝐢𝐛𝐞𝐥𝐞 e una misteriosa figura maschile barbata, con una coppia di serpentelli sul capo, identificata con 𝐒𝐚𝐛𝐚𝐳𝐢𝐨𝐬, divinità assimilata a 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬. Quanto al valore simbolico attribuito dall’antica cultura ellenica al rettile, una consistente documentazione lo presenta pressoché univocamente come creatura ctonia (ossia legata alla terra) per eccellenza: non a caso, nel mito greco, i primordiali figli di 𝐆𝐞𝐚 (la Terra) ci vengono solitamente descritti come esseri serpentiformi.

𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐯𝐚 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐝𝐢𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐢 𝐆𝐫𝐞𝐜𝐢 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐁𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐢 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢?
Approfitto di questa domanda per sfatare in partenza un diffusissimo luogo comune, ovvero che 𝐁𝐚𝐜𝐜𝐨 non sia altro che l’equivalente latino di 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬. In realtà, no: si tratta di uno degli epiteti più frequentemente riferiti al dio nel mondo greco e solo in un secondo tempo, anche nel mondo romano. A dispetto quindi della vulgata, la figura divina nostrana che si fa coincidere col greco 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬 è il meno noto 𝐋𝐢𝐛𝐞𝐫 𝐏𝐚𝐭𝐞𝐫, in onore del quale, ogni anno, il 17 marzo, avevano luogo i 𝐋𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐥𝐢𝐚, festività rurale caratterizzata da canti, banchetti e dal trasporto in processione di un simbolo fallico. Parallelamente al culto pubblico, siamo ben informati circa lo svolgimento di rituali misterici praticati in onore del dio, soprattutto in epoca ellenistica e imperiale, da gruppi di adepti in contesti privati, al riparo da sguardi indiscreti. Il quadro italico si rivela, a questo punto, visibilmente differente da quello greco: si segnala, a tale riguardo, il caso di Atene dove le importanti e partecipate festività dionisiache rappresentavano un momento fondamentale di riconferma e rafforzamento della propria realtà e dei propri valori.
𝐓𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐭𝐚’ 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐄𝐠𝐢𝐳𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐚𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐮𝐧’𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐢. 𝐈 “𝐓𝐞𝐬𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐅𝐚𝐫𝐚𝐨𝐧𝐢” 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐚 𝐑𝐨𝐦𝐚 (qui l’articolo), 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐄𝐠𝐢𝐳𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐯𝐢𝐧𝐨?
Come al giorno d’oggi, anche nell’antichità classica il mondo egiziano, con la sua arcana sapienza e le sue suggestive tradizioni, non manca di esercitare un fascino particolare sulla civiltà ellenica. Quest’ultima ben presto si premura di rapportarsi all’altra sul piano religioso, stabilendo delle corrispondenze tra le proprie figure divine e quelle venerate sulle sponde del Nilo. Nell’ambito di questo fenomeno, già lo storico Erodoto (V sec. a.C.) associa a 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬 una delle principali divinità del pantheon egiziano, 𝐎𝐬𝐢𝐫𝐢𝐬, considerato localmente come inventore e patrono della viticoltura. Ad accomunare i due dèi non è solo la qualifica di “dio del vino” ma anche l’esperienza di morte violenta e successiva rinascita, attestata per entrambi sul piano mitico e culturale.

𝐏𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢 𝐟𝐨𝐬𝐬𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐝 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐢𝐭𝐨, 𝐩𝐮𝐨’ 𝐬𝐮𝐠𝐠𝐞𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐝𝐮𝐞 𝐨 𝐭𝐫𝐞 𝐬𝐢𝐭𝐢 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐒𝐩𝐢𝐧𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐢𝐯𝐞𝐥𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐨?
Sfortunatamente non ci sono giunte imponenti realtà monumentali collegate direttamente al dio. Quindi, al di là delle eloquenti testimonianze apprezzabili nella ceramica (e più in generale, nelle arti figurative antiche), a chi fosse desideroso di visitare degli specifici luoghi connessi con la sfera dionisiaca, suggerirei due “must-see” dell’archeologia antica: le pendici meridionali dell’𝐀𝐜𝐫𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐀𝐭𝐞𝐧𝐞, per visitare i resti del santuario di 𝐃𝐢𝐨𝐧𝐲𝐬𝐨𝐬 𝐄𝐥𝐞𝐮𝐭𝐡𝐞𝐫𝐢𝐨𝐬 e, ad esso collegato, il Teatro, nel quale, sotto l’egida del dio, avevano luogo le rappresentazioni teatrali. Sul versante italico invece, è senz’altro consigliabile una visita a 𝐏𝐨𝐦𝐩𝐞𝐢, dove i celeberrimi affreschi da cui prende nome la 𝐕𝐢𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐌𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐢 (FOTO 4) nonché la decorazione pittorica di analogo soggetto, recentemente scoperta nella cosiddetta ‘𝐂𝐚𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐢𝐚𝐬𝐨’ (nella Regio IX), sembrano alludere al medesimo fenomeno, ovvero allo svolgimento di riti di iniziazione femminile ai misteri dionisiaci in ambito domestico.
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 (grazie alla cortese e preziosa collaborazione del professor Locchi)
* La foto in evidenza tratta dalla pagina Facebook del Museo Archeologico Nazionale di Spina
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