𝐋𝐚 𝐂𝐨𝐩𝟑𝟎 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐢𝐧 𝐁𝐫𝐚𝐬𝐢𝐥𝐞 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, 𝐚 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐳𝐢𝐚, 𝐢𝐥 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐚𝐟𝐟𝐥𝐮𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚 𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐬𝐟𝐢𝐝𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐮𝐬𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐬𝐞𝐧𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐞𝐭𝐚. «𝐋’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐟𝐚𝐫 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞, 𝐥’𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚»
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:
(tempo di lettura: 4′)
𝐈𝐥 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐮𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐚 𝐂𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚, 𝐂𝐨𝐩𝟑𝟎, è stato scritto a Belém solo pochi giorni prima della chiusura della Biennale di Architettura, a Venezia, la mostra tematica più vista di sempre rispetto alle edizioni passate, con 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟑𝟎𝟎𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 compresi gli ingressi di pre-apertura. Mentre il tema della 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚’ 𝐝𝐞𝐢 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚 fatica a trovare spazio nelle agende dove si indicano le azioni condivise dai governi contro il 𝐬𝐮𝐫𝐫𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐞𝐭𝐚 e la moltiplicazione dei 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐢, i cittadini si incontrano nei luoghi dove si cercano risposte e si formulano idee e progetti per conservare e migliorare lo stato di salute del pianeta.

𝐈𝐍𝐓𝐄𝐋𝐋𝐈𝐆𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐂𝐄𝐑𝐂𝐀𝐒𝐈
𝐍𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚’ 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐨𝐫𝐠𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐢𝐥 𝐏𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐑𝐢𝐚𝐥𝐭𝐨 e cerca di difendersi ogni giorno dall’invadenza del mare, nelle Corderie dell’𝐀𝐫𝐬𝐞𝐧𝐚𝐥𝐞 hanno trovato posto per oltre sei mesi installazioni, dibattiti, analisi scientifiche, video, fotografie, didascalie esplicative, conferenze e postazioni interattive. Un viaggio nella sostenibilità con l’obiettivo di accrescere 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐥’𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚̀’ 𝐬𝐜𝐚𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐞𝐭𝐚 e accelerare la ricerca di soluzioni efficaci per affrontare e superare i problemi posti dal 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐮𝐦𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢. Puntando lo sguardo verso questa prospettiva, come spiegava il titolo della mostra (“Intelligens. Natural. Artificial. Collective”) curata dall’architetto 𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐑𝐚𝐭𝐭𝐢, la risorsa più preziosa è rappresentata oggi dall’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐚, la strada che può aprire il varco verso l’ambizioso traguardo di creare un sistema di sistemi in equilibrio.

𝐀𝐌𝐈𝐂𝐈 𝐈𝐍𝐕𝐈𝐒𝐈𝐁𝐈𝐋𝐈
𝐂𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐑𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐨𝐬𝐢𝐧𝐨, coprendo un ambito che interseca piani diversi del rapporto fra l’insediamento umano e il territorio, la conoscenza teorica e l’esperienza frutto dell’attività pratica e sperimentale. Un percorso che ha esplorato i punti di interconnessione fra micro e macro-realtà, dall’𝐢𝐧𝐯𝐢𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 (batteri, funghi, alghe, licheni) alla 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞, 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐩𝐥𝐚𝐧𝐞𝐭𝐚𝐫𝐢𝐚 fino all’𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐜𝐜𝐢𝐨 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨, il faccia a faccia dell’uomo con la macchina che ha imparato a sostenere un dialogo in tempo reale nella lingua scelta dall’interlocutore e ai progetti di colonizzazione dello spazio. In una delle immagini visionabili sui pannelli laterali della prima sala dell’itinerario era esposta la foto di uno strato di 𝐬𝐞𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, come potrebbe formarsi oggi per i futuri archeologi, disseminato di piccoli oggetti metallici, residui di materiali e strumentazione in grado di potenziare e 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 dell’azione umana. L’invisibile, ricercato e studiato, può mostrare nuovi percorsi praticabili anche per le persone e le comunità. I 𝐦𝐢𝐜𝐫𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐬𝐦𝐢 possono immagazzinare e “digerire” il carbonio, cristallizandolo. «Se questo metodo fosse applicato alle innumerevoli facciate in pietra di tutto il mondo, gran parte dell’ambiente edificato potrebbe essere trasformato in un’infrastruttura su scala planetaria per la 𝐫𝐢𝐩𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚», spiegava una didascalia.

𝐋𝐀 𝐍𝐀𝐓𝐔𝐑𝐀 𝐌𝐀𝐄𝐒𝐓𝐑𝐀
𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐨 𝐬𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐞 𝐥’𝐚𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐢 𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐟𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐨 sulle trasformazioni del territorio e dell’ambiente il risultato può essere una reazione di forte delusione e di sconforto. «Dal 1970 il 35% delle 𝐳𝐨𝐧𝐞 𝐮𝐦𝐢𝐝𝐞 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢 è scomparso, tre volte il tasso di perdita delle foreste», riportava un approfondimento sulla rigenerazione delle zone umide. Ma l’allarme suona da tempo anche per la conservazione delle 𝐟𝐚𝐥𝐝𝐞 𝐟𝐫𝐞𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 perché «con l’aumento complessivo della popolazione e la crescita della domanda di cibo le falde acquifere si stanno riducendo e la forza di lavoro agricola diminuisce», recitava il testo allegato al progetto “Grounded Growth “. Un altro aspetto, che sta diventando patrimonio delle città sostenibili, è il verde che diventa «infrastruttura: per 𝐫𝐚𝐟𝐟𝐫𝐞𝐝𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚’, 𝐩𝐮𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐫𝐢𝐚, 𝐫𝐢𝐬𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐫𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐪𝐮𝐢𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢». I percorsi più intelligenti? «Sono quelli forgiati in millenni di evoluzione». Un invito a considerare la natura come “maestra”, custode del segreto di una via lenta ma “smart” verso una convivenza empatica con il pianeta.

𝐒𝐔 𝐌𝐀𝐑𝐓𝐄 𝐔𝐍𝐀 𝐂𝐈𝐓𝐓𝐀’ 𝐒𝐎𝐌𝐌𝐄𝐑𝐒𝐀
𝐀 𝐏𝐚𝐫𝐢𝐠𝐢 𝐮𝐧 𝐫𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐥𝐨𝐭𝐚, realizzato con l’installazione di una piattaforma di legno su una terrazza, ha «abbassato le temperature del sottotetto di 17°C, ha trattenuto l’acqua piovana e ha favorito la biodiversità urbana». Tra alberi e cemento la relazione può diventare ancora più stretta che nei boschi verticali. Contro le inondazioni vengono proposte nuove soluzioni attraverso il «potenziamento della naturale 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚’ 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐥𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐥’𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐟𝐢𝐜𝐢 𝐩𝐨𝐫𝐨𝐬𝐞». In Thailandia si è trovato il modo di utilizzare lo 𝐬𝐭𝐞𝐫𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐞𝐥𝐞𝐟𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞𝐝𝐢𝐥𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞, un uso commerciale che ha risollevato l’economia di un villaggio. Anche la 𝐜𝐚𝐧𝐚𝐩𝐚, coltivazione con varie possibilità di sfruttamento, può essere lavorata per costruire mattoni ed edificare immobili. La tecnologia applicata all’agricoltura può aiutare a sopravvivere gli esploratori per lunghi periodi di tempo 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐨, mentre l’acqua presente su 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐞 può ospitare e proteggere, anche dalle radiazioni, insediamenti umani sommersi abitati da10mila persone.
𝐔𝐍𝐀 𝐌𝐈𝐍𝐀𝐂𝐂𝐈𝐀 𝐃𝐀𝐋 𝐌𝐀𝐑𝐄
𝐍𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐝𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨 è stato stimato l’𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐥𝐢𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨 in corrispondenza della costa marchigiana, con l’ipotesi di innalzamento medio del livello dell’acqua di 30-35 centimetri entro il 2070. L’Ispra, istituto per la ricerca ambientale, prevede che la superficie 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚𝐧𝐞𝐨 si alzerà di 161 centimetri entro il 2100, altre proiezioni da 30 a 190 centimetri.
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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