𝐈𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐚 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚 𝐬𝐮 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐟𝐫𝐚 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐞, 𝐥’𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐥’𝐞𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢. 𝐋𝐚 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐞 𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐮𝐩𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐧𝐚. 𝐋𝐞 𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐥𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐜𝐢𝐜𝐥𝐨 𝐞 𝐥’𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐞𝐭𝐢𝐜𝐨
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:
(tempo di lettura: 6′)
𝐈𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢, dale 2022 al 2025, 440 sale cinematografiche hanno attuato progetti di 𝐞𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐞𝐭𝐢𝐜𝐨. Sui set cinematografici dismessi si recupera il legno delle scenografie e per i trucchi che travisano l’aspetto degli attori si studiano tipologie di package ecocompatibili. Mentre la settima arte vive una 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐞𝐩𝐨𝐜𝐚𝐥𝐞, l’industria che la finanzia investe per cercare di ridurre l’impatto delle lavorazioni sull’𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 e per contenere gli 𝐬𝐩𝐫𝐞𝐜𝐡𝐢. Un impegno poco conosciuto fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori ma che abbraccia ambiti diversi, da quello normativo a quello strettamente legato ai costi, alle scelte che valorizzano riciclo e riuso, alla ricerca. Qualcosa di più si sa delle difficoltà di mercato, «del 𝐜𝐚𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 dopo gli anni della pandemia. Siamo attorno al 30% – come ha ricordato 𝐌𝐢𝐜𝐨𝐥 𝐓𝐫𝐢𝐧𝐜𝐡𝐞𝐫𝐨, direttrice di Notorious Cinema Ferrara – Il settore sta sperimentando anche altre strade, come la mostra “Awareness”, che abbiamo allestito in galleria dal 21 ottobre al 3 novembre, con il Sudarium Estensis, opera dell’artista Matteo Farolfi».


Letizia Palmisano e Marco Gisotti
𝐓𝐈𝐓𝐎𝐋𝐈 𝐂𝐇𝐄 𝐇𝐀𝐍𝐍𝐎 𝐅𝐀𝐓𝐓𝐎 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀
𝐈𝐥 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐟𝐫𝐚 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚 𝐞 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐞𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚’ è stato approfondito nel corso di un incontro pubblico che si è svolto ieri a Ferrara nella Sala Arengo, moderato dal giornalista 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐋𝐚𝐳𝐳𝐚𝐫𝐢𝐧𝐢. Il cinema, come ha ricordato l’ecoblogger 𝐋𝐞𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐏𝐚𝐥𝐦𝐢𝐬𝐚𝐧𝐨, non è solo evasione. I film hanno raccontato storie che hanno coinvolto comunità, testimoniato l’impegno di singoli sul fronte delle battaglie civili, trattato con opere di fantasia il tema ambientale. Palmisano ha citato “𝐄𝐫𝐢𝐧 𝐁𝐫𝐨𝐜𝐤𝐨𝐯𝐢𝐜 – Forte come la verità” (2000), ma si potrebbero aggiungere “𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝐌𝐢𝐧𝐚𝐦𝐚𝐭𝐚” (2020) o, retrocedendo negli anni, “𝐒𝐢𝐧𝐝𝐫𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐬𝐞” (1979), “𝐒𝐢𝐥𝐤𝐰𝐨𝐨𝐝” (1983), “𝐓𝐡𝐞 𝐝𝐚𝐲 𝐚𝐟𝐭𝐞𝐫 𝐭𝐨𝐦𝐨𝐫𝐫𝐨𝐰 – L’alba del giorno dopo” (2004), il doc “𝐅𝐥𝐢𝐧𝐭”, di Michael Moore, il recente “𝐒𝐢𝐜𝐜𝐢𝐭𝐚’” (2022) e “𝐖𝐚𝐥𝐥-𝐞” (2008). «Il cinema è anche uno spazio di fruizione consapevole – ha sottolineato Palmisano – Una sala cinematografica consuma energia, e allora servono anche interventi strutturali: l’installazione di un 𝐢𝐦𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐟𝐨𝐭𝐨𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚𝐢𝐜𝐨, la coibentazione dei tubi, l’utilizzo di lampade o proiettori meno impattanti».
𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐈𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐄 𝐋𝐎𝐓𝐓𝐀 𝐀𝐋 𝐍𝐄𝐆𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐈𝐒𝐌𝐎
𝐈𝐥 𝐧𝐞𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐢, e non solo, ha conquistato terreno negli ultimi anni aprendo brecce che lo hanno ammesso nella stanza dei bottoni. «Bisogna fare riferimento alle fonti primarie e alle pubblicazioni scientifiche – ha esortato 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐆𝐢𝐬𝐨𝐭𝐭𝐢, giornalista e direttore scientifico dell’Osservatorio Spettacolo e Ambiente – Non ci può essere par condicio fra scienza e convinzioni che non sono state confermate dalla ricerca». Gisotti ha ricordato che gli interventi eseguiti in 440 sale cinematografiche italiane per ottimizzare il risparmio energetico non rappresentano solo un costo: «𝐆𝐫𝐞𝐭𝐚 𝐓𝐡𝐮𝐧𝐛𝐞𝐫𝐠 ha detto che quando pensa al cambiamento climatico il tema sono i 𝐠𝐫𝐞𝐞𝐧 𝐣𝐨𝐛𝐬, i posti di lavoro dell’economia che asseconda i valori ambientali. Un terzo di tutte le imprese italiane oggi si dichiara green e una quota molto rilevante svolge attività che richiedono alte o medio-alte competenze in questo ambito come avviene per un quinto di tutte le professioni del settore spettacolo».


Alessandra Barlaam e Andreas Graf
𝐈𝐋 𝐑𝐈𝐔𝐒𝐎 𝐃𝐄𝐋 𝐋𝐄𝐆𝐍𝐎
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐢 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐝𝐞 𝐥𝐚 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐥𝐦? «Il legno usato per le scenografie in passato veniva gettato in discarica, oggi si organizzano corsi di formazione per ingegneri e artigiani e nel mercato operano imprese che riciclano il legname usato sui set per fabbricare mobili», ha affermato Gisotti. L’architetto lombardo 𝐀𝐥𝐟𝐫𝐞𝐝𝐨 𝐁𝐢𝐠𝐨𝐠𝐧𝐨 ha intrapreso da anni una collaborazione con numerosi ospedali italiani per dotare le termoculle dei bambini nati prematuri di accessori che avessero le 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐧𝐚𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐛𝐞𝐭𝐞 𝐫𝐨𝐬𝐬𝐨, recuperato dai milioni di alberi abbattuti dalla 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐕𝐚𝐢𝐚 nel 2018. Lo scopo è veicolare al meglio la voce della mamma. Con quel legno ha realizzato lettini, totem, materiali di insonorizzazione utilizzati concretamente da aziende o oggetto di studio.
𝐋’𝐈𝐍𝐃𝐔𝐒𝐓𝐑𝐈𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐁𝐄𝐋𝐋𝐄𝐙𝐙𝐀
«𝐎𝐠𝐧𝐮𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐢𝐞 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝟏𝟎 𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 finalizzati a migliorare il proprio aspetto, con prodotti per l’igiene personale, trucchi, creme, profumi – ha osservato la make up artist 𝐀𝐥𝐞𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐫𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐥𝐚𝐚𝐦 – Sul set cinematografico si usano tutti i giorni e il problema legato allo 𝐬𝐦𝐚𝐥𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐜𝐤𝐚𝐠𝐢𝐧𝐠 non è stato ancora risolto. Queste confezioni sono composte da materiali diversi, un fatto che ha un riflesso diretto sulla possibilità di avviare al recupero i materiali. Si stanno studiando soluzioni per produrre 𝐟𝐥𝐚𝐜𝐨𝐧𝐢 𝐛𝐢𝐨𝐝𝐞𝐠𝐫𝐚𝐝𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢 ma allargando il campo si evidenzia un’altra esigenza: la sostenibilità ambientale ed etica dei sistemi di approvvigionamento delle 𝐦𝐚𝐭𝐞𝐫𝐢𝐞 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞, che possono causare un danno ambientale oppure lo sfruttamento del lavoro adulto o minorile (l’olio di argan, in Marocco, l’hennè in India)».
𝐈𝐋 𝐆𝐈𝐔𝐒𝐓𝐎 𝐂𝐎𝐌𝐏𝐄𝐍𝐒𝐎
«𝐌𝐨𝐥𝐭𝐞 𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐟𝐢𝐥𝐢𝐞𝐫𝐞 che garantiscono un giusto compenso, per le donne in particolare, e un’attenzione superiore al passato sulla questione dello sfruttamento dei minori», ha precisato Barlaam. In Brasile la 𝐝𝐞𝐟𝐨𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 è diventato un problema molto grave, ma anche 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐮𝐦𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 è un tema delicato (per riempire un vasetto di crema idratante ne occorrono più di 2mila litri) e l’Italia, ha aggiunto Barlaam, è tra i maggiori produttori al mondo di cosmetici (in Europa la quota è del 65%). L’industria è concentrata «soprattutto in Lombardia tra Cremona, Bergamo, Brescia e la periferia di Milano. I regolamenti per l’uso di questi prodotti sono tra i più rigidi al mondo, tutti quelli commercializzati sono iscritti in un portale per garantirne la 𝐬𝐚𝐥𝐮𝐛𝐫𝐢𝐭𝐚’ e il rispetto delle norme sull’ambiente. Da quest’anno, per fare un esempio, non si può più utilizzare il Tpo nei prodotti per le unghie».


Francesca Pirani e Stefano Maurelli
𝐋𝐎 𝐒𝐂𝐄𝐌𝐏𝐈𝐎 𝐄 𝐋’𝐀𝐑𝐌𝐎𝐍𝐈𝐀
𝐈𝐥 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚 𝐞’ 𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐜𝐨𝐥𝐨, 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞 𝐦𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐝𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚, cioè organizzazione e sistema di produzione. 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚𝐬 𝐆𝐫𝐚𝐟, violoncellista, produttore e registra cinematografico (“The laws of attraction”, 2015), ha sottolineato il problema della sicurezza sul set, degli orari insostenibili che mettono a rischio la vita dei lavoratori, ma anche i «𝟓𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐢 legati all’incendio avvenuto durante la produzione di una fiction a Stromboli». Tra gli episodi edificanti il caso del regista che durante le riprese di un film, “Neverland – Un sogno per la vita” (2004), 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐢𝐮𝐭𝐨̀ 𝐝𝐢 𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐚𝐥𝐛𝐞𝐫𝐨 che rappresentava un intralcio per la lavorazione. Il finale del suo intervento è stato dedicato alla “risonanza” e ai pattern sonori, fenomeni fisici in natura che richiamano l’idea «𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚’ 𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐫𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚. La musica unisce le persone e rende compatibili le diversità».
𝐈𝐋 𝐌𝐎𝐍𝐎𝐋𝐎𝐆𝐎 𝐃𝐄𝐋𝐋’𝐀𝐓𝐓𝐎𝐑𝐄
𝐓𝐫𝐚 𝐢 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐚 𝐏𝐢𝐫𝐚𝐧𝐢, presidentessa della giuria del 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐥𝐦 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥 e regista, ha raccontato l’esperienza di documentarista e la storia autobiografica che l’ha vista protagonista nel film-doc “Vakhim”, dopo aver adottato un bambino cambogiano. Pirani ha anche ricordato 𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐢𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚’ 𝐝𝐢 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 che hanno segnato la produzione dell’opera, presentata nel 2024 al Festival del Cinema di Venezia. L’entourage del Ferrara Film Corto Festival era rappresentato anche dalla giornalista 𝐒𝐢𝐦𝐨𝐧𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐒𝐚𝐧𝐝𝐫𝐢, dal direttore artistico 𝐄𝐮𝐠𝐞𝐧𝐢𝐨 𝐒𝐪𝐮𝐚𝐫𝐜𝐢𝐚 e dall’attore 𝐒𝐭𝐞𝐟𝐚𝐧𝐨 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐞𝐥𝐥𝐢, che ha letto un monologo dedicato all’amore per la settima arte (qui il video con un frammento: https://h7.cl/1ds73).
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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