𝐈 𝐝𝐚𝐳𝐢 𝐯𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐞 𝐥𝐞 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐥𝐢’. 𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞-𝐭𝐲𝐜𝐨𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐚’ 𝐬𝐮𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐥 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 “𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐞”, 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥’𝐔𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐎𝐫𝐛𝐚𝐧. 𝐋’𝐢𝐧𝐜𝐮𝐛𝐨 𝐞’ 𝐥𝐚 𝐂𝐢𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐨’ 𝐟𝐚 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢. 𝐄 𝐥’𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐞’ 𝐠𝐢𝐚’ 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥 𝟐𝟎𝟐𝟔, 𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐞𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐝-𝐭𝐞𝐫𝐦
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:
𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐢𝐧 𝐞𝐧𝐠𝐥𝐢𝐬𝐡 (by ChaGPT’s translation):
(tempo di lettura: 6′)
𝐃𝐨𝐧𝐚𝐥𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐡𝐚 𝐯𝐢𝐧𝐭𝐨 𝐥𝐞 𝐞𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 annunciando 𝐟𝐢𝐮𝐦𝐢 𝐝’𝐨𝐫𝐨 ai suoi elettori e la fine (entro pochi giorni dalla sua ascesa al potere) delle 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐞 che 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐯𝐚𝐬𝐭𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 e 𝐬𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐢 𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐞 𝐢𝐧 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐨 𝐎𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞. Finora, quasi da 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐠𝐨𝐧𝐞, ha prodotto soprattutto 𝐜𝐚𝐨𝐬. Il risultato, oltre cinque mesi dopo l’investitura ufficiale, sono le diffuse e 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐭𝐞 – 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐭𝐞 – 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 in molti Stati degli Usa al grido “𝐍𝐨 𝐊𝐢𝐧𝐠𝐬” e l’esito piuttosto blando delle 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐞 𝐚𝐠𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐞 𝐬𝐮𝐢 𝐝𝐚𝐳𝐢 seguite da repentini dietro-front che gli sono valsi l’appellativo, a lui molto sgradito, di 𝐓𝐚𝐜𝐨 (𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐥’𝐨𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐨𝐩𝐫𝐚𝐧𝐧𝐨𝐦𝐞: 𝐪𝐮𝐢). Ma ha dovuto incassare anche numerose 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐬𝐟𝐚𝐯𝐨𝐫𝐞𝐯𝐨𝐥𝐢 da parte dei 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐢 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐢; le 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐞 che proseguono, con un ulteriore allargamento del campo dei conflitti.
𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐈𝐃𝐄𝐍𝐓𝐄 𝐒𝐎𝐏𝐑𝐀 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐈
𝐒𝐮𝐥 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐠𝐞𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚, però, il tempo sta iniziando a far intravedere le tracce di una 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐠𝐢𝐚’ 𝐚𝐛𝐛𝐨𝐳𝐳𝐚𝐭𝐚, puntellata da un abbondante uso di 𝐟𝐚𝐤𝐞 𝐧𝐞𝐰𝐬 e di 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐨𝐨𝐧, che sembra orientata o stabilire un 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 con l’obiettivo primario di isolare la 𝐂𝐢𝐧𝐚 e all’interno della stessa 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐚. Sono indizi che, col tempo, stanno iniziando ad acquisire concretezza. 𝐒𝐮𝐥 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐧𝐝𝐨 di collocare il 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞 in una posizione di preminenza rispetto gli altri poteri dell’ordinamento (𝐂𝐨𝐧𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨, 𝐦𝐚𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚) abbandonando platealmente ogni apparenza di 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 (il principio dei “checks & balances” su cui sono state edificate le moderne democrazie, 𝐯𝐞𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐢: https://lc.cx/psz3Pu). Il modello ispiratore sembrano le cosiddette “𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐞” (l’𝐔𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐎𝐫𝐛𝐚𝐧 é ritenuta oggi una sorta di standard da molti leader politici, anche europei, 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 compresa), Paesi dove le regole della 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚 sono formalmente rispettate ma nella sostanza le 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚’ 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐞 sono state fortemente 𝐫𝐢𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐭𝐞. Uno dei collanti necessari per 𝐦𝐚𝐧𝐭𝐞𝐧𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 mentre si smantellano 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐚 per recuperare fondi da destinare alle 𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐩𝐢𝐮’ 𝐫𝐢𝐜𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐞𝐭𝐚 (dalle 𝐁𝐢𝐠 𝐓𝐞𝐜𝐡 in giù) sono le 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢-𝐢𝐦𝐦𝐢𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢-𝐰𝐨𝐤𝐞 (contro le attività più orientate verso l’inclusività e la coesione sociale).
𝐔𝐍𝐀 𝐌𝐎𝐍𝐓𝐀𝐆𝐍𝐀 𝐃𝐈 𝐃𝐄𝐁𝐈𝐓𝐈
𝐒𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐬𝐮𝐥 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 punta a ridurre il 𝐝𝐞𝐛𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨, letteralmente esploso negli anni e in buona parte finanziato dal 𝐭𝐞𝐦𝐮𝐭𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 dagli occhi a mandorla, che sta però riducendo i suoi investimenti su questi titoli. Ma finora su questo terreno ha 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚, un fronte su cui si é registrata fra l’altro l’𝐢𝐧𝐬𝐚𝐧𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐬𝐩𝐚𝐜𝐜𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 con uno dei maggiori finanziatori della sua campagna elettorale, 𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐮𝐝𝐚𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐄𝐥𝐨𝐧 𝐌𝐮𝐬𝐤. 𝐈𝐧 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐫𝐬𝐞 stanno soffrendo l’inconcludenza e il 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐨 𝐬𝐜𝐞𝐭𝐭𝐢𝐜𝐢𝐬𝐦𝐨 su una politica dei dazi fatta di 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢 𝐫𝐢𝐧𝐯𝐢𝐢 (il mondo dell’economia non tollera l’incertezza e si muove di conseguenza). 𝐅𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐢 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐢, a parte le boutade sull’annessione della 𝐆𝐫𝐨𝐞𝐧𝐥𝐚𝐧𝐝𝐢𝐚 e del 𝐂𝐚𝐧𝐚𝐝𝐚 ed il nulla di fatto sui 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐮𝐜𝐫𝐚𝐢𝐧𝐨 𝐞 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐨𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞, dove si é aggiunto negli ultimi giorni il 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐥𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 𝐞 𝐈𝐫𝐚𝐧, qualcosa si comincia a intravedere. Trump teme soprattutto il confronto con la 𝐂𝐢𝐧𝐚, Paese enorme (popolazione: 𝟏,𝟒 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐝𝐢, 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝟓 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐔𝐬𝐚) con un’economia che ha fatto salire la potenza orientale al 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞, dietro agli Usa, nel giro di pochi decenni. Un Paese che si sta 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐫𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐧𝐝𝐨 a grande velocità, detentore di una quota importante delle 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐞 𝐫𝐚𝐫𝐞 mondiali (sfruttate, fra l’altro, nell’𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚 e nella produzione delle 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐞𝐫𝐢𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐚𝐮𝐭𝐨 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞), con un livello di crescita superiore a quello dei Paesi dell’Occidente, un sistema politico (𝐝𝐢𝐭𝐭𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚) che riduce i tempi decisionali all’interno di un’economia regolata ma aperta al mercato e una penetrazione molto forte in altri contesti geopolitici, come l’Africa.
𝐂’𝐄’ 𝐔𝐍 𝐅𝐑𝐎𝐍𝐓𝐄 𝐀 𝐓𝐀𝐈𝐖𝐀𝐍
𝐂𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐂𝐢𝐧𝐚 𝐞’ 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐟𝐢𝐝𝐚 𝐬𝐮 𝐓𝐚𝐢𝐰𝐚𝐧. 𝐗𝐢 𝐉𝐢𝐧𝐩𝐢𝐧𝐠 vuole riportare l’isola sotto la sua ala, ma si tratta del principale produttore al mondo di 𝐬𝐞𝐦𝐢𝐜𝐨𝐧𝐝𝐮𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐢𝐜𝐫𝐨𝐜𝐡𝐢𝐩 (𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐫𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚) e per gli 𝐔𝐬𝐚 la possibilità di perdere quel canale di approvvigionamento rappresenta un 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐚. Un 𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐠𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐨 della Cina metterebbe gli Usa nella scomodissima posizione di dover reagire. Un 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐫𝐨𝐠𝐧𝐚 per Trump, che sta cercando, usando bastone e carota, di evitare uno 𝐬𝐛𝐨𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐨-𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 dalle 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐝𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢. In questo quadro si inseriscono i rapporti con la 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐏𝐮𝐭𝐢𝐧, da tempo politicamente molto vicina alla Cina. Se l’idea é di isolare 𝐗𝐢 𝐉𝐢𝐧𝐩𝐢𝐧𝐠, allontanare Putin dall’orbita cinese è un obiettivo che può valere per Trump il 𝐬𝐚𝐜𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐙𝐞𝐥𝐞𝐧𝐬𝐤𝐢 e qualche 𝐫𝐢𝐦𝐛𝐫𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚, sempre più vaso di coccio nel quadro geopolitico mondiale.
𝐋’𝐀𝐏𝐏𝐎𝐆𝐆𝐈𝐎 𝐃𝐄𝐆𝐋𝐈 𝐄𝐕𝐀𝐍𝐆𝐄𝐋𝐈𝐂𝐈-𝐒𝐈𝐎𝐍𝐈𝐒𝐓𝐈
𝐄 𝐯𝐞𝐧𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐨 𝐎𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞. Qui il progetto é chiaro. Al di là dei 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 (più comunicati che reali) gli Usa stanno strettamente collaborando con la 𝐝𝐢𝐬𝐮𝐦𝐚𝐧𝐚 𝐞 𝐬𝐚𝐧𝐠𝐮𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 promossa e sostenuta dall’𝐞𝐬𝐭𝐫𝐞𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐞𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚 che tiene in piedi e in pugno 𝐍𝐞𝐭𝐚𝐧𝐲𝐚𝐡𝐮 (destinatario fra l’altro, come Putin, di un 𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐫𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 emesso dalla 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐏𝐞𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞). In questa regione del mondo di fatto si sta compiendo una sorta di 𝐩𝐮𝐥𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐞𝐭𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 per annientare ogni forza che punta a contrastare lo strapotere, gli interessi e la presenza di 𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞. Da 𝐆𝐚𝐳𝐚 (𝐇𝐚𝐦𝐚𝐬) alla 𝐂𝐢𝐬𝐠𝐢𝐨𝐫𝐝𝐚𝐧𝐢𝐚, passando per il 𝐋𝐢𝐛𝐚𝐧𝐨 (𝐄𝐳𝐛𝐨𝐥𝐥𝐚𝐡), la 𝐒𝐢𝐫𝐢𝐚 (l’ex leader 𝐀𝐬𝐬𝐚𝐝 ha abbandonato il Paese), gli 𝐇𝐨𝐮𝐭𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐘𝐞𝐦𝐞𝐧 e ora l’𝐈𝐫𝐚𝐧, 𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 sta eliminando le 𝐦𝐢𝐧𝐚𝐜𝐜𝐞 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞 alla sua esistenza contando oggi, in sostanza, sull’appoggio di 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 (sostegno coperto da una buona coltre di 𝐟𝐚𝐤𝐞 𝐧𝐞𝐰𝐬). Il presidente Usa é interessato ad incoraggiare questi sviluppi per ragioni interne (la politica aggressiva di Israele è sostenuta da 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐞𝐯𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐢𝐜𝐢-𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐢 che inviano nel Paese di Ben Gurion donazioni per miliardi di dollari ogni anno) ed 𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐜𝐡𝐞 (buone le prospettive per i suoi 𝐚𝐦𝐢𝐜𝐢 𝐚𝐟𝐟𝐚𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢 dalla futura ricostruzione).
𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐀𝐃𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐌𝐈𝐃-𝐓𝐄𝐑𝐌
𝐄’ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐬𝐞 𝐬𝐮 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢 aperti 𝐃𝐨𝐧𝐚𝐥𝐝 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 e il suo piano di 𝐫𝐢𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐨 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞 avranno successo. Quello che si vede al momento sono le 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐞, 𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐢, 𝐢 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐬𝐚𝐥𝐢 riversati sulle popolazioni e sui 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐢 𝐬𝐫𝐚𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 dalle loro case e città, 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐢 𝐞 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢 𝐮𝐜𝐜𝐢𝐬𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐞, 𝐢𝐦𝐦𝐢𝐠𝐫𝐚𝐭𝐢 sbattuti fuori dal Paese solo perché stranieri, rubinetti chiusi per la 𝐬𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚’ 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 e l’𝐢𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 (servizi essenziali in ogni Paese moderno e democratico), 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐨𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢 e pronti in qualsiasi momento alla ritirata. Una politica che sta generando forti contrasti e molto odio. Per capire se sarà 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐨 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞 bisognerà attendere. Fra poco più di un anno, se nel frattempo non avrà azzerato diritti e poteri (degli altri), anche Trump dovrà sottoporsi ad un giudizio che potrebbe cambiare molte cose: le 𝐞𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐝-𝐭𝐞𝐫𝐦.
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
* L’immagine in evidenza è stata ricavata utilizzando una piattaforma di intelligenza artificiale
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Rispondi