𝐋𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐞 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐭𝐞, 𝐥𝐚 𝐓𝐫𝐚𝐮𝐦𝐟𝐚𝐛𝐫𝐢𝐤, 𝐢 𝐟𝐮𝐦𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐥𝐚 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐨𝐜𝐤 𝐝𝐞𝐦𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐢𝐥 𝐭𝐫𝐚𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐡𝐢𝐭 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞. 𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐛𝐚𝐧𝐝 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐚 𝐜𝐚𝐯𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐟𝐫𝐚 𝐢 ‘𝟕𝟎 𝐞 𝐠𝐥𝐢 ‘𝟖𝟎
* Nella foto in evidenza: la regista Lisa Bosi con Ciro Pagano (il terzo da sinistra) e Marco Bonviovanni (l’ultimo da sinistra), ex componenti dei Gaznevada,nella sede del circolo “Arci Bolognesi“
𝐈𝐥 𝐯𝐢𝐝𝐞𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐆𝐚𝐳𝐧𝐞𝐯𝐚𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐁𝐞𝐧𝐧𝐚𝐭𝐨: il link qui
(tempo di lettura: 5′)
𝐔𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐚𝐠𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐁𝐨𝐥𝐨𝐠𝐧𝐚 degli anni ’70 raffigura 𝐮𝐧 𝐦𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐛𝐥𝐢𝐧𝐝𝐚𝐭𝐨 in via Zamboni nei giorni – 𝐞𝐫𝐚 𝐢𝐥 𝐦𝐚𝐫𝐳𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝟏𝟗𝟕𝟕 – in cui il capoluogo emiliano fu interessato dagli 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢, 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐭𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢, in cui perse la vita lo studente 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐋𝐨𝐫𝐮𝐬𝐬𝐨. Bologna – allora – era anche questo, come le 𝐜𝐚𝐬𝐞 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐭𝐞, l’amministrazione della città affidata a un 𝐬𝐢𝐧𝐝𝐚𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐜𝐢, Renato Zangheri, l’𝐞𝐫𝐨𝐢𝐧𝐚 che aveva iniziato a scorrere nelle vene dei giovani, i fumetti di 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐏𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚, le canzoni di 𝐋𝐮𝐜𝐢𝐨 𝐃𝐚𝐥𝐥𝐚 e 𝐢𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐤 𝐝𝐞𝐢 𝐆𝐚𝐳𝐧𝐞𝐯𝐚𝐝𝐚, gruppo nato come “𝐂𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝’𝐮𝐫𝐥𝐨 𝐦𝐞𝐭𝐫𝐨𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐚𝐧𝐨” che cambiò il nome – ispirato dal titolo di un racconto di 𝐑𝐚𝐲𝐦𝐨𝐧𝐝 𝐂𝐡𝐚𝐧𝐝𝐥𝐞𝐫, 𝐍𝐞𝐯𝐚𝐝𝐚 𝐆𝐚𝐬 – proprio per seguire la scia del punk inglese ma soprattutto quello americano, dei 𝐑𝐚𝐦𝐨𝐧𝐞𝐬. Un genere “nuovo”, 𝐮𝐧𝐝𝐞𝐫𝐠𝐫𝐨𝐮𝐧𝐝, in quegli anni ancora poco battuto in Italia, scoperto durante un viaggio a Londra da alcuni componenti di un collettivo che aveva fondato 𝐢𝐧 𝐯𝐢𝐚 𝐂𝐥𝐚𝐯𝐚𝐭𝐮𝐫𝐞, a Bologna, la 𝐓𝐫𝐚𝐮𝐦𝐟𝐚𝐛𝐫𝐢𝐤, la 𝐅𝐚𝐛𝐛𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐨𝐠𝐧𝐢 ispirata alla “𝐅𝐚𝐜𝐭𝐨𝐫𝐲” di 𝐀𝐧𝐝𝐲 𝐖𝐚𝐫𝐡𝐨𝐥, un’esperienza comunitaria, condotta in un appartamento occupato, che si concluse nei primi anni ’80.
𝐈𝐋 𝐓𝐑𝐄𝐍𝐎 𝐃𝐄𝐋 𝐏𝐔𝐍𝐊
𝐈𝐥 𝐫𝐨𝐜𝐤, 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐚𝐛𝐛𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐢𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐞 e 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞𝐝𝐞𝐥𝐢𝐜𝐨, iniziava ad essere considerato 𝐚𝐬𝐭𝐫𝐮𝐬𝐨 e 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞, eccessivamente forbito e complicato da comporre e da suonare (richiedeva una solida formazione musicale). 𝐋’𝐨𝐧𝐝𝐚𝐭𝐚 𝐩𝐮𝐧𝐤 lo semplificò con una 𝐫𝐢𝐭𝐦𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐮𝐬𝐬𝐢𝐯𝐚, l’atteggiamento dichiaratamente 𝐫𝐢𝐛𝐞𝐥𝐥𝐞, testi 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢, un contegno 𝐬𝐦𝐨𝐝𝐚𝐭𝐨. E i 𝐆𝐚𝐳𝐧𝐞𝐯𝐚𝐝𝐚 non persero il treno. Il loro lavoro fu agevolato dal fatto che in quegli anni – di 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 e 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 in Italia – le grandi band internazionali si tenevano lontane dal Belpaese mentre i 𝐠𝐫𝐮𝐩𝐩𝐢 𝐩𝐮𝐧𝐤, come raccontano gli stessi componenti del complesso emiliano, avevano meno difficoltà a frequentare lo Stivale.
𝐔𝐍’𝐈𝐃𝐄𝐀 𝐌𝐀𝐓𝐔𝐑𝐀𝐓𝐀 𝐀 𝐂𝐄𝐍𝐀
𝐃𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨-𝐩𝐫𝐨𝐥𝐞𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨, la 𝐓𝐫𝐚𝐮𝐦𝐟𝐚𝐛𝐫𝐢𝐤, facevano parte anche alcuni componenti dei Gaznevada. 𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚, di quegli anni e di quelli successivi, ricordata mercoledì sera (7 maggio) nella sede del 𝐂𝐢𝐫𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐀𝐫𝐜𝐢 “𝐁𝐨𝐥𝐨𝐠𝐧𝐞𝐬𝐢”, a Ferrara, durante la presentazione del 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐝𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 “𝐆𝐨𝐢𝐧𝐠 𝐔𝐧𝐝𝐞𝐫𝐠𝐫𝐨𝐮𝐧𝐝”, della regista 𝐋𝐢𝐬𝐚 𝐁𝐨𝐬𝐢, opera realizzata nel 2024 e in questi mesi in tour nelle sale italiane. Anche lei, l’altra sera, assieme a due ex componenti della band, 𝐂𝐢𝐫𝐨 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐨 e 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐁𝐨𝐧𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢, ha incontrato il pubblico accorso per l’occasione al “Bolognesi”. Il doc, ha raccontato 𝐋𝐢𝐬𝐚 𝐁𝐨𝐬𝐢, è nato dall’incontro dell’autrice con la band in occasione di un’iniziativa ospitata dal 𝐃𝐚𝐦𝐬 𝐝𝐢 𝐁𝐨𝐥𝐨𝐠𝐧𝐚: ne seguì una cena e l’idea di raccontare le vicende del complesso e dei suoi componenti, ma anche un po’ il contesto, 𝐥𝐚 𝐁𝐨𝐥𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 ’𝟕𝟎 𝐞 ’𝟖𝟎.
𝐋𝐎 𝐒𝐂𝐑𝐈𝐆𝐍𝐎 𝐃𝐄𝐈 𝐒𝐄𝐆𝐑𝐄𝐓𝐈
«𝐈 𝐆𝐚𝐳𝐧𝐞𝐯𝐚𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 non convenzionali, ancora oggi – ha ricordato 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 prima della proiezione – La prima volta che ho fatto leggere loro 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 del film è stato emozionante per tutti. Mi hanno detto: “Ma noi siamo questi? Bello!”». E non è stato facile – come ha confermato la regista alla presenza del chitarrista 𝐂𝐢𝐫𝐨 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐨 (𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭 𝐒𝐪𝐮𝐢𝐛𝐛, il suo pseudonimo), uno dei membri fondatori del gruppo, e di 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐁𝐨𝐧𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢, il bassista (𝐂𝐡𝐚𝐢𝐧𝐬𝐚𝐰 𝐒𝐚𝐥𝐥𝐲, il suo nome d’arte) che si unì alla band dopo l’uscita di 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐩𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐇𝐮𝐛𝐞𝐫, bassista e co-fondatore dei Gaznevada – convincere i musicisti ad aprire 𝐥𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢, che contengono dettagli non sempre edificanti e semplici da confidare davanti a un 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐛𝐞𝐧𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐧𝐭𝐞 e, nel privato, a figli, mogli, madri e nipoti.
𝐋𝐀 𝐓𝐄𝐋𝐄𝐅𝐎𝐍𝐀𝐓𝐀 𝐃𝐈 𝐁𝐄𝐍𝐍𝐀𝐓𝐎
𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐨 𝐞 𝐁𝐨𝐧𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐮𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐦𝐩𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐢 che, chiusa da qualche decennio l’esperienza con i 𝐆𝐚𝐳𝐧𝐞𝐯𝐚𝐝𝐚, hanno poi imboccato strade diverse: 𝐏𝐚𝐠𝐚𝐧𝐨 ha continuato a produrre musica, virando verso la dance anni ’90, con i 𝐃𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚; 𝐁𝐨𝐧𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 ha intrapreso la carriera da 𝐝𝐣. I due hanno raccontato anche qualche aneddoto legato alla loro 𝐜𝐚𝐫𝐫𝐢𝐞𝐫𝐚. «Tra le collaborazioni che ci hanno dato più soddisfazione – si è soffermato Bongiovanni – c’è stata quella con 𝐄𝐝𝐨𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐁𝐞𝐧𝐧𝐚𝐭𝐨. Non ce l’aspettavamo. Quando ce lo siamo visti arrivare in cantina, dove suonavamo, 𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧 𝐦𝐢𝐭𝐨. Poi abbiamo arrangiato una sua canzone (Uffà! Uffà!, ndr), lui venne con la chitarra, ci disse “𝐯𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐢𝐥 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐬𝐨𝐮𝐧𝐝” e la facemmo». Pagano, a questo punto, ha preso in mano il boccino per aggiungere un 𝐚𝐧𝐞𝐝𝐝𝐨𝐭𝐨: «Mia mamma in quei giorni (1979, ndr) mi diceva “guarda che ha telefonato Edoardo Bennato” e io – allora non c’erano i telefonini – “Ma va a…Fino a quando un giorno presi la sua chiamata ed era lui».
𝐈 𝐅𝐔𝐌𝐄𝐓𝐓𝐈 𝐃𝐈 𝐏𝐀𝐙𝐈𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐄 𝐋𝐀 𝐅𝐀𝐂𝐓𝐎𝐑𝐘
𝐏𝐨𝐢 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐫𝐝𝐢 𝐬𝐮 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐏𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐦𝐞𝐭𝐭𝐢𝐬𝐭𝐚 (ma nella 𝐓𝐫𝐚𝐮𝐦𝐟𝐚𝐛𝐫𝐢𝐤 viveva anche un altro fumettista, 𝐅𝐢𝐥𝐢𝐩𝐩𝐨 𝐒𝐜𝐨𝐳𝐳𝐚𝐫𝐢), che frequentò il collettivo per qualche tempo e ricavò l’idea di alcuni suoi personaggi ispirandosi proprio agli 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐛𝐮𝐬𝐢𝐯𝐢 della “Factory” bolognese. «Io ero 𝐙𝐚𝐧𝐚𝐫𝐝𝐢 – ha spiegato Pagano – E 𝐫𝐢𝐮𝐬𝐜𝐢𝐢 𝐚 𝐥𝐢𝐭𝐢𝐠𝐚𝐫𝐞 con 𝐏𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 perché lui vedeva le cose e poi le disegnava come le vedeva, era velocissimo, 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐟𝐢𝐥𝐭𝐫𝐢. Quando mi presentò il personaggio che poi si è evoluto in Zanardi, gli dissi: “Ma sei scemo?” ».
𝐃𝐀𝐋𝐋’𝐄𝐑𝐎𝐈𝐍𝐀 𝐀𝐋𝐋𝐀 𝐑𝐈𝐁𝐀𝐋𝐓𝐀
𝐈𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐚𝐯𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐩𝐮𝐧𝐤, il mito del 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 da acchiappare a tutti i costi, ma anche la nascita della 𝐦𝐮𝐬𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐦𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞, un filone poco battuto dai Gaznevada (“𝐌𝐚𝐦𝐦𝐚 𝐝𝐚𝐦𝐦𝐢 𝐥𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐳𝐚” fu registrata nello studio bolognese “𝐅𝐨𝐧𝐨𝐩𝐫𝐢𝐧𝐭”, per molti anni una stella polare per i musicisti e gli addetti ai lavori italiani e non solo; 𝐪𝐮𝐢 𝐢𝐥 𝐫𝐞𝐬𝐨𝐜𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐭𝐚 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚𝐭𝐚: https://lc.cx/M4hdjY) ma poi lanciato definitivamente dagli 𝐒𝐤𝐢𝐚𝐧𝐭𝐨𝐬 di 𝐅𝐫𝐞𝐚𝐤 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢, anche loro bolognesi. Non era facile trovare i luoghi in cui comporre e suonare il proprio repertorio a 𝐁𝐨𝐥𝐨𝐠𝐧𝐚 negli anni ’70, il film racconta anche la 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐢𝐯𝐞𝐧𝐳𝐚 nell’alloggio occupato, 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐞𝐫𝐨𝐢𝐧𝐚 che poi per qualcuno divenne 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚, e infine la ribalta, con l’album “𝐒𝐢𝐜𝐤 𝐬𝐨𝐮𝐧𝐝𝐭𝐫𝐚𝐜𝐤”, del 1980, inserito dalla rivista “𝐑𝐨𝐥𝐥𝐢𝐧𝐠 𝐒𝐭𝐨𝐧𝐞” tra i 100 dischi italiani più belli di sempre, e con la hit di pop elettronico “𝐈.𝐂. 𝐋𝐨𝐯𝐞 𝐀𝐟𝐟𝐚𝐢𝐫”, del 1983.
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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