𝐒𝐞𝐠𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐢 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐝𝐚

𝐁𝐥𝐨𝐠 𝐚 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐚

Cinema/”In viaggio con mio figlio”. L’autismo è una prigione senza fine pena. Ma a stare male sono anche famiglia e società

𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨*:

𝐒𝐡𝐨𝐫𝐭 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐦𝐦𝐚𝐫𝐲 𝐨𝐟 𝐭𝐡𝐞 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐥𝐞 (by Gemini’s translator)*:

(tempo di lettura: 4′)

“𝐈𝐧 𝐯𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐦𝐢𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨” 𝐞̀’ 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐥𝐦 che si può vedere al 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚 o stando seduti sul divano di casa. Poco cambia. Nessuna ambizione da 𝐎𝐬𝐜𝐚𝐫, una 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 di cui si intuisce il finale fin quasi dalle prime battute, un 𝐜𝐨𝐩𝐢𝐨𝐧𝐞 che non riserva contenuti esplosivi. E’ una 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚, tutto sommato leggera se si considerano i temi trattati, ma che riserva anche qualche momento di tensione perché l’𝐚𝐮𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨 – come il 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚, 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 o con i 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢 – resta un tema che nella realtà condiziona un intero ecosistema: chi vive direttamente quelle situazioni, talvolta ingovernabili fino alla tragedia, e tutti coloro che abitano o si muovono più o meno nello stesso contesto.

𝐒𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐅𝐎𝐑𝐙𝐀𝐑𝐄 𝐈 𝐓𝐎𝐍𝐈

𝐈𝐥 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐄𝐳𝐫𝐚 𝐞̀’ 𝐚𝐮𝐭𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨 ma è anche un genietto, parla e scherza con il 𝐩𝐚𝐩𝐚̀’, pronuncia freddure e studia i classici, appare sempre più o meno consapevole delle conseguenze dei propri atti, talvolta risulta intrattabile e imprevedibile suscitando una 𝐫𝐞𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞. Quella rappresentata nel film (regista 𝐓𝐨𝐧𝐲 𝐆𝐨𝐥𝐝𝐰𝐢𝐧, una lunga carriera soprattutto nella veste di attore) è una forma di 𝐚𝐮𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨 molto lontana dal quadro che descrivono molti genitori di bimbi o ragazzi colpiti da questo 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐨, ma è funzionale al racconto che non punta a suscitare emozioni forti e a narrare i suoi aspetti più crudi. Tratteggia però uno scenario complessivo che risulta credibile, e cioé le 𝐜𝐚𝐫𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢 (scolastici, sanitari, comunali) deputati ad aiutare le famiglie, lo 𝐬𝐜𝐡𝐞𝐦𝐚𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢, mostra senza forzare i toni la 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, la perdita di valore di alcune figure sociali come i 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 e le incertezze legate al 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 da conciliare con le dinamiche familiari.

𝐁𝐔𝐎𝐍𝐈 𝐄 𝐂𝐀𝐓𝐓𝐈𝐕𝐈

𝐒𝐞 𝐬𝐢 𝐨𝐬𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚 𝐢𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦 da un’angolatura più 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞, il messaggio che sembra sotteso risulta più generale. 𝐋’𝐚𝐮𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨 come chiave per entrare in un mondo (quello attuale) dove i 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐢 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐢, 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢 e 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢 sembrano essersi cronicamente guastati. Dove si erigono steccati, anche tra i gruppi sociali, le comunità, i popoli e gli Stati, ognuno pronto a difendere il proprio spazio fisico gettando a mare, anzi contrastando brutalmente, qualsiasi spinta che operi nella direzione opposta. Visto con questo filtro il film assume un profilo più consapevole e complesso. “𝐌𝐢𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀’ 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨”, sbotta in una scena il papà di Ezra. Ma la risposta della società spesso prevede solo ricete semplici e venneitarie, la classificazione in tipologie infantili, 𝐛𝐮𝐨𝐧𝐢 e 𝐜𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢, la volontà di separare e dividere affinché ognuno possa rintanarsi nel proprio angolino, in un’oasi solo virtuale di apparente tranquillità come in “𝐑𝐞𝐚𝐝𝐲 𝐩𝐥𝐚𝐲𝐞𝐫 𝐨𝐧𝐞”, di Steven Spielberg.

𝐋𝐄 𝐀𝐌𝐁𝐈𝐙𝐈𝐎𝐍𝐈 𝐄 𝐋𝐀 𝐑𝐄𝐀𝐋𝐓𝐀’

𝐁𝐨𝐛𝐛𝐲 𝐂𝐚𝐧𝐧𝐚𝐯𝐚𝐥𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐩𝐫𝐞𝐭𝐚 il papà di Ezra, è uno 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐝-𝐮𝐩 𝐜𝐨𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚𝐧 che per lavoro desidera far ridere gli altri ma che nella vita ride ben poco. Ogni scelta, fatta o non fatta, ha un peso: 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 è un impegno gravoso, che richiede 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐟𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐨, anche 𝐢𝐧𝐭𝐮𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 e 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐢𝐬𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. Nel film questo traguardo, nonostante la tenacia con cui viene perseguito, non viene agevolato da capacità personali sempre all’altezza degli obiettivi e delle ambizioni. La perfezione nello stato umano è destinata a rivelarsi una chimera, ma è difficile rassegnarsi. Cannavale tiene in piedi il racconto, come 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭 𝐃𝐞 𝐍𝐢𝐫𝐨, il nonno, sempre più orientato nella fase finale della 𝐜𝐚𝐫𝐫𝐢𝐞𝐫𝐚 a vestire i panni di personaggi inseriti in un contesto familiare, a volte grottesco. 𝐑𝐨𝐬𝐞 𝐁𝐲𝐫𝐧𝐞 (la mamma di Ezra) contribuisce a spezzare il tono uniforme della commedia con inserti di genuina apprensione. Una domanda: un equilibrio più stabile tra le forze della 𝐝𝐢𝐬𝐠𝐫𝐞𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 familiare e quelle della 𝐜𝐨𝐞𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞, con le prime oggi a prevalere anche nella cronaca nera, potrà essere raggiunto? Ma ce n’è un’altra, per ora senza risposta: l’𝐚𝐮𝐭𝐢𝐬𝐦𝐨 potrà mai diventare una patologia con una terapia appropriata, come avviene per altri disturbi o malattie, e un esito prevedibile chiamato, senza troppi giri di parole, guarigione?

* La voce che legge la sintesi dell’articolo generata da una piattaforma di IA

𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚

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