𝐈 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐍𝐞𝐰 𝐘𝐨𝐫𝐤 𝐓𝐢𝐦𝐞𝐬, 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐎𝐩𝐞𝐧𝐚𝐀𝐈 𝐩𝐞𝐫 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞: «𝐈 𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐢𝐮’ 𝐢𝐧 𝐟𝐫𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐚𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐨𝐭𝐭𝐢»
(tempo di lettura: 2’30”)
𝐈𝐥 𝐰𝐞𝐛, 𝐩𝐞𝐫 𝐢 𝐠𝐢𝐠𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 “𝐫𝐞𝐭𝐞”, è una sconfinata prateria ricoperta di 𝐝𝐚𝐭𝐢 da mietere giorno per giorno e trasformare in 𝐦𝐨𝐧𝐭𝐚𝐠𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢 𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐚 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐫𝐞. Una “ritoccatina” alle condizioni d’uso e la 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐜𝐲 di chi naviga in 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐞𝐭 si restringe ancora un poco. 𝐈𝐥 𝐦𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐞’ 𝐟𝐥𝐨𝐫𝐢𝐝𝐨, ma non é più solo questo. L’𝐈𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐀𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 (IA) – per tanti fino a 2-3 anni fa, per qualcuno ancora oggi, un tema buono solo per la letteratura e il cinema di fantascienza – ha cambiato le carte in tavola.
Lo spiega bene il saggio “𝐈𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐀𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞 𝟏𝟎 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞” (ed. Bur Rizzoli inserito nella collana “parole chiave” curata assieme alla rivista “Internazionale”, 255 pagine). 𝐍𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 alla raccolta dei 𝐁𝐢𝐠 𝐃𝐚𝐭𝐚 utilizzati per “foraggiare” l’I.A., scritto da alcuni reporter del 𝐍𝐞𝐰 𝐘𝐨𝐫𝐤 𝐓𝐢𝐦𝐞𝐬 (che nel 2023 ha querelato 𝐎𝐩𝐞𝐧𝐀𝐈 e 𝐌𝐢𝐜𝐫𝐨𝐬𝐨𝐟𝐭 per aver utilizzato i suoi articoli senza autorizzazione al fine di implementare il proprio modello di I.A.), si osserva che per addestrare l’Intelligenza Artificiale servono 𝐫𝐢𝐬𝐞𝐫𝐯𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐧𝐬𝐞 𝐝𝐢 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐚𝐠𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚’ e che «secondo l’istituto di ricerca Epoch, le aziende hi-tech 𝐩𝐨𝐭𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐞𝐬𝐚𝐮𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐟𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐨𝐧𝐥𝐢𝐧𝐞 di testi di qualità già entro il 2026. 𝐈 𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐢𝐮’ 𝐢𝐧 𝐟𝐫𝐞𝐭𝐭𝐚 di quanto vengano prodotti».
𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐨𝐫𝐬𝐚 𝐨𝐧 𝐥𝐢𝐧𝐞 𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐬𝐚𝐜𝐜𝐡𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐞 𝐪𝐮𝐢𝐧𝐝𝐢 𝐚𝐝𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐝’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞. «Secondo la testimonianza di cinque persone informate delle prassi interne, anche 𝐆𝐨𝐨𝐠𝐥𝐞 avrebbe trascritto video da 𝐘𝐨𝐮𝐓𝐮𝐛𝐞 per 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐈.𝐀. Potenzialmente si tratta di una 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐯𝐢𝐝𝐞𝐨, che appartengono ai loro creatori», commentano gli autori dell’articolo. Per entrare più nello specifico, prosegue l’elaborato, «in base a quanto riferito da due membri del 𝐭𝐞𝐚𝐦 𝐆𝐨𝐨𝐠𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐜𝐲, e a una comunicazione interna acquisita dal Times, l’ufficio legale dell’azienda avrebbe chiesto al team di trovare una nuova formulazione delle norme di servizio, così da estendere gli usi legittimi dei dati degli utenti. 𝐄 𝐌𝐞𝐭𝐚? 𝐒𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: «Ahmad Al-Dahle, vicepresidente di 𝐆𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞 𝐈𝐀 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐭𝐚, disse ai dirigenti che la sua squadra aveva 𝐮𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐫𝐨, saggio, poesia e articolo in inglese disponibile online per sviluppare un modello (la dichiarazione é contenuta in alcune registrazioni di riunioni interne fornite al Times da un dipendente)».
𝐋𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈.𝐀.? 𝐈𝐧𝐬𝐚𝐳𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Nell’articolo redatto dai reporter della celebre testata giornalistica si precisa che nel 2023 «i 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐬𝐢 hanno lanciato un modello di I.A. chiamato 𝐒𝐤𝐲𝐰𝐨𝐫𝐤 addestrato con 3,2 trilioni di token (unità di informazione come le parole o parti di parole, ndr) da testi inglesi e cinesi. E Google ha lanciato un sistema di I.A. detto 𝐏𝐚𝐋𝐌 che ne ha divorati oltre 3,6 trilioni”.
𝐓𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐢𝐝𝐞𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐥𝐚𝐧𝐨 𝐟𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐁𝐢𝐠 𝐓𝐞𝐜𝐡 per superare l’ostacolo c’é anche quella di lavorare su «dati sintetici», cioè 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐈.𝐀.. La linea di confine é rappresentata dal fatto che i modelli di I.A., seguendo questo abbrivio, rischiano di restare “imprigionati in un 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨𝐬𝐨 in cui tendono a consolidare le proprie 𝐢𝐝𝐢𝐨𝐬𝐢𝐧𝐜𝐫𝐚𝐬𝐢𝐞, i propri errori e limiti».
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
* L’immagine in evidenza realizzata con l’uso di un programma di IA
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