𝐋𝐚 𝐩𝐞𝐥𝐥𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞 𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐮𝐠𝐢𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐨𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐫𝐚 𝐢𝐥 𝐁𝐚𝐧𝐠𝐥𝐚𝐝𝐞𝐬𝐡 𝐞 𝐥𝐚 𝐌𝐚𝐥𝐞𝐬𝐢𝐚, 𝐮𝐧 𝐯𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐮𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢-𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐚𝐩𝐨𝐥𝐢𝐝𝐢, 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐩𝐨𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐧 𝐬𝐚𝐥𝐚 𝐝𝐮𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐢𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦
𝐁𝐫𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐚𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨:
(tempo di lettura: 4′)
«𝐈 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐚𝐧𝐨, 𝐥𝐨 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐢𝐧𝐜𝐫𝐞𝐝𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢». «Sì, è vero – fa eco dalla platea una spettatrice che si presenta come psicologa – e questo è un bene. Perché da Gaza, invece, arrivano voci su 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐦𝐨𝐫𝐢𝐫𝐞 ed è la prima volta che sento qualcosa del genere». 𝐇𝐚𝐫𝐚’ 𝐖𝐚𝐭𝐚𝐧 (𝐋𝐨𝐬𝐭 𝐥𝐚𝐧𝐝) è un film in concorso all’82a 𝐌𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚, 𝐚 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐳𝐢𝐚. Ieri il regista giapponese, 𝐀𝐤𝐢𝐨 𝐅𝐮𝐣𝐢𝐦𝐨𝐭𝐨, era presente con alcuni componenti del team in Sala Darsena per assistere alla proiezione. Alla fine ha raccontato assieme a due colleghi della produzione, 𝐊𝐚𝐳𝐮𝐭𝐚𝐤𝐚 𝐖𝐚𝐭𝐚𝐧𝐚𝐛𝐞, e 𝐒𝐨𝐮𝐣𝐚𝐮𝐝𝐝𝐢𝐧 𝐊𝐚𝐫𝐢𝐦𝐮𝐝𝐝𝐢𝐧, come è nata l’idea dell’opera dopo che per un centinaio di minuti la telecamera aveva letteralmente inseguito una famiglia 𝐑𝐨𝐡𝐢𝐧𝐠𝐲𝐚, partita dal 𝐁𝐚𝐧𝐠𝐥𝐚𝐝𝐞𝐬𝐡 su un barcone – una lunga traversata motivata dalla disperazione e dalla speranza, il viaggio dura 28 giorni – con un traguardo prefissato: la 𝐌𝐚𝐥𝐞𝐬𝐢𝐚. I protagonisti sono 𝐝𝐮𝐞 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢, fratello e sorella (il più piccolo ha cinque anni) che non hanno potuto prendere posto assieme al regista e ai componenti del team di produzione in sala a Venezia «perché 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐩𝐨𝐥𝐢𝐝𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 – ha spiegato Fujimoto – Il film è nato perché conoscevo la storia di questa popolazione, ma in 𝐌𝐲𝐚𝐧𝐦𝐚𝐫 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐞’ 𝐩𝐫𝐨𝐢𝐛𝐢𝐭𝐨. Mi sentivo in colpa per questo. Oggi, ho pensato – e la produzione è stata d’accordo – è arrivato il tempo di far conoscere questa tragedia».

𝐋’𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚 𝐬𝐢 𝐦𝐮𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐮 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 𝐚𝐦𝐛𝐢𝐠𝐮𝐚, 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐞𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚 𝐢𝐥 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐨𝐜𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚. Nei primi minuti 𝐬𝐢 𝐡𝐚 𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐬𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚 𝐫𝐢𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢, con la telecamera piazzata su una via di fuga battuta da clandestini. Poi la narrazione si prende il suo spazio e il rapporto fra i bambini, che trovano sempre 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐨𝐫𝐫𝐢𝐬𝐨, certamente rappresenta uno dei tratti caratterizzanti dell’opera. Ma non si tratta di un film leggero. Il pubblico ha apprezzato l’impegno che si allaccia purtroppo, in questo momento storico, a temi molto concreti aggiungendo 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐨 ad altri molto più presenti sulle pagine di cronaca. Il tema del futuro che attende i “𝐦𝐢𝐧𝐨𝐫𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐜𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐚𝐭𝐢”, una costante dei viaggi della speranza, aleggia su tutta l’opera inserendo la tragedia dei Rohingya in un quadro più complesso che comprende anche 𝐛𝐨𝐚𝐭 𝐩𝐞𝐨𝐩𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐟𝐮𝐠𝐚 𝐝𝐚 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐢 con la prua diretta verso altre coste, comprese quelle 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚.
𝐆𝐋𝐈 𝐀𝐓𝐓𝐎𝐑𝐈 𝐁𝐀𝐌𝐁𝐈𝐍𝐈
𝐀𝐢 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐑𝐨𝐡𝐢𝐧𝐠𝐲𝐚 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐞𝐫𝐢 𝐞 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐚𝐮𝐬𝐢 durante l’incontro con il pubblico. Nel film affrontano un percorso che tra le sue insidie riserva anche quella più tragica, ma dedicano comunque una parte del loro tempo al gioco per spezzare l’oppressione generata da altri umani, adulti, dediti alla 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐞𝐜𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚. «Abbiamo voluto avvicinare questa storia al pubblico – ha proseguito il regista – e abbiamo giocato con i bimbi. Siamo stati tutti conquistati e trasportati dalla vivacità degli attori. Gli adulti raccontano storie tramandate da una generazione all’altra che prima o poi vanno a svanire. Invece 𝐧𝐨𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐞𝐯𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐨 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐟𝐢𝐥𝐦».

𝐋𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐑𝐨𝐡𝐢𝐧𝐠𝐲𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐮𝐬 𝐢𝐧 𝐌𝐲𝐚𝐧𝐦𝐚𝐫 (Birmania), l’etnia non è riconosciuta. Le persecuzioni e i massacri hanno costretto 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 a rifugiarsi in Bangladesh. Il Myanmar è la “terra perduta” che dà il titolo al film. Uno dei componenti della produzione, 𝐒𝐮𝐣𝐚𝐮𝐝𝐝𝐢𝐧 𝐊𝐚𝐫𝐢𝐦𝐮𝐝𝐝𝐢𝐧, ha spiegato che «𝐧𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐢 𝐦𝐞𝐬𝐢 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐚 𝟏𝟓𝟎 𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐮𝐠𝐠𝐢𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐦𝐞 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞. Recentemente è stata trovata 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐨𝐬𝐬𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 sul confine tra 𝐓𝐡𝐚𝐢𝐥𝐚𝐧𝐝𝐢𝐚 e 𝐌𝐚𝐥𝐞𝐬𝐢𝐚 che ospita fra i 400 e i 500 corpi. 𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐨 𝐡𝐨 𝐯𝐢𝐬𝐬𝐮𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐠𝐚𝐛𝐛𝐢𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐟𝐢𝐥𝐦, è un’esperienza che spezza la tua umanità. 𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐮𝐞 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐟𝐟𝐢𝐜𝐚𝐧𝐭𝐢, nel 1998 e nel 2001. Sono persone senza scrupoli che chiedono sempre più soldi. Le famiglie vengono separate e poi si parte con l’estorsione. 𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚, 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 e quando si parte c’è sempre la speranza di tornare a casa». 𝐒𝐮𝐣𝐚𝐮𝐝𝐝𝐢𝐧 𝐊𝐚𝐫𝐢𝐦𝐮𝐝𝐝𝐢𝐧 è un 𝐫𝐢𝐟𝐮𝐠𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐑𝐨𝐡𝐢𝐧𝐠𝐲𝐚 emigrato in Australia, attivista dei diritti negati a quella popolazione.
𝐌𝐎𝐑𝐈𝐑𝐄 𝐍𝐄𝐋 𝐕𝐈𝐀𝐆𝐆𝐈𝐎
«𝐍𝐨𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 i rifugiati 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐜𝐚𝐮𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐯𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐛𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞, perché 𝐦𝐮𝐨𝐢𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐮𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐥 𝐭𝐫𝐚𝐠𝐢𝐭𝐭𝐨 oppure sono vittime del traffico di esseri umani – ha concluso uno dei produttori, 𝐊𝐚𝐳𝐮𝐭𝐚𝐤𝐚 𝐖𝐚𝐭𝐚𝐧𝐚𝐛𝐞 – Il film è nato grazie alla collaborazione fra molte nazioni: 𝐆𝐢𝐚𝐩𝐩𝐨𝐧𝐞, 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚, 𝐌𝐚𝐥𝐞𝐬𝐢𝐚, 𝐆𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧𝐢𝐚. Hanno partecipato persone di tantissime etnie diverse. Ogni giorno in produzione 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐦𝐢𝐧𝐢𝐦𝐨 𝟒-𝟓 𝐥𝐢𝐧𝐠𝐮𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐢𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐞. Grazie alla tecnologia ci è stata consentita la comunicazione in condizioni così particolari».
𝐆𝐢𝐨𝐞𝐥𝐞 𝐂𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚
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